La moneta parallela in Grecia e quella complementare in Italia

Sarà l’emissione di una nuova moneta parallela l’ultima arma di Tsipras per evitare di abbandonare l’euro? Anche in Italia alcuni economisti e intellettuali, tra i quali Luciano Gallino, propongono una moneta complementare all’euro per uscire dalla crisi. Che effetto possono avere queste monete alternative?
La moneta parallela in Grecia e quella complementare in Italia
In Grecia nel cuore dell’Europa si sta giocando una “sporca guerra” tra creditori ricchi del nord e debitori poveri del sud. Questa guerra mette a nudo l’Europa reale di fronte alle panglossiane illusioni europeistiche. E l’esito di questa guerra segnerà irreversibilmente il futuro di questa Europa reale sempre più divisa.

 La moneta parallela in Grecia
Secondo il Financial Times e la Reuters la possibilità che il governo greco emetta una moneta parallela all’euro ed eventualmente dichiari default (fallimento) è sempre più concreta. Infatti le trattative con le cosiddette Istituzioni (la ex Troika, cioè UE, BCE,FMI) non danno risultati positivi e si avvicina il momento in cui lo stato greco non avrà più fondi per fare fronte ai suoi impegni. La liquidità scarseggia, la UE non paga i 7,2 miliardi che aveva promesso al precedente governo greco, la BCE taglia i fondi in euro e il governo greco non sa come pagare pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici. Da qui le voci crescenti sulla possibilità che il governo socialista di Syriza decida di emettere una sorta di moneta alternativa per pagare gli stipendi, pur continuando a rimanere nell’euro. La moneta parallela, secondo ufficiose fonti governative greche, darebbe luogo a un credito dei cittadini verso lo stato greco. Gli assegnatari, in primis pensionati e dipendenti pubblici, potrebbero utilizzarlo anche per pagare le tasse o per scontarlo in banca ricevendo una somma in euro, ma inferiore al valore nominale del titolo. Il vantaggio della nuova moneta fiscale consiste nel fatto che lo stato in questo modo potrebbe pagare i dipendenti pubblici e risparmierebbe euro preziosi per ripagare i creditori esteri, cioè FMI, BCE e Europruppo.
Lo svantaggio consiste invece nel fatto che lavoratori pubblici e pensionati ovviamente non sarebbero troppo contenti di essere pagati con una moneta nazionale soggetta a forte svalutazione. La fuga di capitali continuerebbe. Non a caso, secondo voci ufficiose, la manovra si accompagnerebbe alla nazionalizzazione delle banche e e al possibile default della Grecia.
La minaccia di emettere moneta parallela potrebbe essere una forma di pressione del governo greco per riuscire finalmente a conquistare concessioni sostanziali sul debito pubblico da parte della ex Troika. In effetti la moneta parallela greca si configurerebbe come una scommessa azzardata del governo per fare default, ottenere allora finalmente la ristrutturazione dei debiti, ma senza possibilmente farsi cacciare dall’eurozona, e senza portarne (giustamente) la responsabilità di fronte agli elettori e alla comunità internazionale.
Infatti tutti sanno che la Grecia non è e non sarà mai in grado di ripagare il debito pubblico pari al 175% del PIL, almeno senza una drastica ristrutturazione/taglio del debito.
Il problema è quindi: come ottenere il taglio del debito, senza uscire dall’euro?
La moneta parallela potrebbe forse funzionare in questo senso: potrebbe essere un nuovo temporaneo mezzo di pagamento – peraltro a rischio di fortissima svalutazione – sostitutivo degli euro (che in Grecia non ci sono più) senza però uscire formalmente dall’euro.
Chi infatti si addosserà la responsabilità politica dell’eventuale uscita dall’euro della Grecia? Tsipras non vuole uscire perché sa che sarebbe un disastro e che in qualche modo non rispetterebbe il suo mandato e le sue promesse. Ammesso che il governo greco abbia effettivamente un piano alternativo, questo potrebbe essere probabilmente quello dichiarare fallimento senza però uscire dall’euro. Sarà allora l’Eurozona, che sbatterà fuori dall’euro la Grecia?
La moneta complementare in Italia
Abbastanza analogo – anche se inserito in un contesto assai meno drammatico, perché in Italia non c’è attualmente difficoltà a ripagare i debiti in euro – è il progetto promosso in Italia da alcuni economisti ed intellettuali, tra cui chi scrive. Per aumentare la domanda, strozzata dalla deflazione imposta da Bruxelles e Berlino,  e quindi per fare crescere l’economia, l’appello firmato da Gallino prevede che lo stato emetta a titolo gratuito Certificati di Credito Fiscale per un importo pari in tre anni a 200 miliardi di euro. A differenza che in Grecia – e questa è una differenza sostanziale – ovviamente tutti gli stipendi verrebbero pagati in euro, e i CCF, in quanto titoli negoziabili e convertibili in euro, sarebbero quindi aggiuntivi alla moneta unica, e non sostitutivi. I CCF sono titoli statali che danno luogo a uno sconto fiscale alla pari, ma solo due anni dopo la loro emissione. Sono perfettamente legali secondo i trattati e i regolamenti europei. Quindi, come in Grecia, i CCF permetterebbero di creare liquidità e nuova moneta circolante senza abbandonare l’euro.
I 200 miliardi in CCF verrebbero assegnati gratuitamente ai lavoratori in proporzione inversa al reddito, e alle aziende in proporzione al numero di occupati. Chi ha bisogno subito di euro da spendere – ovvero la parte più povera della società e del’economia – venderebbe subito i suoi CCF applicando uno sconto. Gli acquirenti sarebbero invece tutti quei soggetti in buona salute finanziaria disposti a pagare in euro i CCF scontati per avere il 100% di riduzione fiscale alla loro scadenza.
Gran parte dei CCF verrebbe tramutata in euro e spesa (una parte verrebbe invece risparmiata) o, da parte delle aziende, investita: così la moneta – costantemente negata dalle banche italiane, che hanno già accumulato circa 350 miliardi di sofferenze per crediti non pagati – ricomincerebbe a circolare nell’economia. A differenza del QE della BCE, che alimenta soprattutto il circuito finanziario, l’emissione di CCF servirebbe all’economia reale. Le famiglie potrebbero fare ripartire i consumi e le aziende ritornerebbero a lavorare e ad assumere. Grazie al moltiplicatore sul reddito, il PIL aumenterebbe subito di parecchi punti e i conseguenti ricavi fiscali coprirebbero il deficit pubblico che altrimenti si creerebbe con i CCF. Inoltre alle aziende verrebbero concessi gratuitamente CCF in funzione del numero degli occupati in modo da ridurre il cuneo fiscale. Così le imprese diventerebbero più competitive e si potrebbe mantenere il saldo attivo della bilancia commerciale con l’estero. Grazie alla crescita del PIL aumenterebbe l’occupazione e diventerebbe finalmente sostenibile il peso del debito pubblico.
La proposta elaborata da Gallino, Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini, dal sottoscritto e da altri economisti* (vedi monetafiscale.it), farebbe ripartire l’economia, verrebbe accolta con grande entusiasmo sia dai lavoratori che dagli imprenditori, e rispetterebbe perfettamente i trattati europei: infatti i CCF, essendo titoli fiscali, non romperebbero il monopolio della BCE sulla moneta unica, e, come pretende la UE, non aumenterebbero il debito pubblico. Insomma, non sarebbe necessario spaccare l’euro per rilanciare l’economia. Sul piano politico è chiaro che l’Unione Europea e la BCE non farebbero salti di gioia di fronte al fatto che venga emesso un titolo che in pratica aggira il monopolio della BCE e diventa moneta nazionale contro i diktat della UE e di Berlino. Anche le banche, che pure avrebbero molto da guadagnare dalla ripresa dell’economia, potrebbero essere contrarie all’emissione di una sorta di nuova moneta statale concorrente con quella bancaria. Tuttavia la moneta fiscale, in Italia come in Grecia e negli altri paesi del sud Europa, è forse l’unica via concreta di uscita dalla crisi. E’ ora che la sinistra e le forze di opposizione se ne accorgano e abbraccino il progetto.

* Attualmente i promotori dell’appello sono, oltre quelli citati, i docenti: Maria Luisa Bianco, Massimo Costa, Stefano Lucarelli, Guido Ortona, Tonino Perna.

Tratto da: morasta.it

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