Il Jobs Act autorizza lo spionaggio padronale

Un decreto lurido, dispotico, antidemocratico come il Jobs Act, si sta rivelando ad ogni nuovo passaggio una autentica macchina trituratrice di ogni possibilità di autodifesa da parte dei lavoratori. Singolarmente o collettivamente. A ogni passaggio c’è una “sorpresa”, bisogna ricordare, perché il decreto otato dal Parlamento era una pura e semplice cambiale in bianco che ora il governo Renzi va riempiendo di tutto ciò che Confindustria chiede.
catene
L’ultima novità sono i “controlli a distanza” dei dipendenti, fin qui qui regolati da una legge e sottoposti ad autorizzazione preventiva tramite accordi sindacali (e non mancavano certo i sindacati “complici” disposti a firmare queste autorizzazioni) oppure dall’ispetorato del lavoro. Non che i padroni rispettassero alla lettera queste limitazioni, naturalmente, ma potevano essere scoperti e, nel caso, denunciati.

Ora sono completamente liberi di infilare il naso in modo perenne nei computer, tablet, slartphone usati dai dipendenti per lavorare. Si parla dei device, sia fissi che portatili, assegnati dall’azienda per svolgere la mansione. Quindi la disposizione riguarda soprattutto impiegati, sia pubblici che privati, sia tecnici e dirigenti di baso-medio livello. Insomma, tutto quello che farai di “non lavorativo” col tuo mezzo potrà essere usato contro di te. Una mail di contenuto sindacale, un tweet in cui mandi giustamente a quel paese il capo o direttamente l’amministratore delegato, una condivisione di un commento politicamente sgradito… Starà ai sorveglianti aziendali stabilire se ciò sarà sufficiente  a motivare una sanzione, ovviamente a totale discrezione dell’azienda.
L’ipocrisia governativa però è ormai proverbiale. Per non sembrare troppo appiattito sul fronte padronale, il dispositivo apposito inserito nel jobs act prevede anche che l’azienda consegni ai dipendenti un “preciso documento di policy”. In pratica un foglio con su scritto quello che puoi o non puoi fare con il device assegnato.
Non è tutto. In teoria resta invariata la normativa che esclude il controllo via telecamere del lavoro individuale, ma come ogni carognata di basso livello il diavolo viene nascosto sotto forma di “deroga”: se c’è un’”autorizzazione sindacale o amministrativa” a installare una rete di telecamere per “esigenze di sicurezza e prevenzione”. E figuratevi voi se non si trova una ragione “di sicurezza” per fare una cosa del genere, di questi tempi.
Per non correre rischi giudiziari, il testo chiarirebbe anche che i risultati dei controlli così effettuati –sia con impianti o strumenti di lavoro, autorizzati o meno – potranno essere utizzati a qualsiasi scopo, anche disciplinare. Un deroga, insomma, che cancella la legge esistente, nello spirito del vecchio “articolo 8″ di Maurizio Sacconi, che consentiva agli accordi aziendali di andare “in deroga” ai contratti nazionali e perfino “alla legge”. Una porcata degna del peggior berlusconismo, insomma.
Il tutto infilato dentro un provvedimento che parla di “semplificazione” degli obblighi amministrativi che ogni azienda deve rispettare, che mira esplicitamente a cancellare anche l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori. E se si guarda bene, si vede subito che questa è l’altra faccia dell’abolizione dell’art. 18. Da una parte la libertà di licenziare, dall’altra la libertà di spionaggio per poter ottenere ragioni “disciplinari” per motivare il licenziamento.
L’art. 4 infatti, come parte del “Titolo I” riguardante la “libertà e dignità del lavoratore”, recita:
È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.
Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.
Per gli impianti e le apparecchiature esistenti, che rispondano alle caratteristiche di cui al secondo comma del presente articolo, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o con la commissione interna, l’Ispettorato del lavoro provvede entro un anno dall’entrata in vigore della presente legge, dettando all’occorrenza le prescrizioni per l’adeguamento e le modalità di uso degli impianti suddetti.
Contro i provvedimenti dell’Ispettorato del lavoro, di cui ai precedenti secondo e terzo comma, il datore di lavoro, le rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna, oppure i sindacati dei lavoratori di cui al successivo art. 19 possono ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al Ministro per il lavoro e la previdenza sociale.
La deroga renziana punta dunque esplicitamente ad eliminare la “libertà e dignità” di ogni singolo lavoratore, trasformandolo in detenuto in regime di “massima sicurezza”, spiato dalle telecamere e dai microfoni ogni minuto che passa sul luogo di lavoro.
Il sotterfugio elaborato per cecare di evitare la bocciatura della Corte Costituzionale è banale quanto la fantasia di questi governanti per conto terzi: “distinguere tra controlli sugli impianti e quelli sugli strumenti di lavoro”. I primi, teoricamente restano vietati “tranne che per ragioni di sicurezza” (ad libitum…), i secondi sono pienamente autorizzati.
Benvenuti nel carcere del posto di lavoro… E pensa tu che a qualcuno si chiede persino di farlo gratis!
Tratto da: morasta.it

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