LA MENZOGNA DEL DARWINISMO SECONDO BEPPE CASELLE

<< Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente >>
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Inchiesta sugli errori della teoria dell’evoluzione
Premessa: – QUESTA PAGINA NON E’ RELIGIOSA, LA RELIGIONE NON SOLO HA SPACCIATO UN LIBRO DI GUERRA COME LA PAROLA DI UN “DIO” SPIRITUALE MA SOPRATUTTO E’ SERVITA A RENDERE LA MENTE DELLE PERSONE SCHIAVA –  E cosi sta facendo il darwinismo che non è altro che l’altra faccia della medaglia. Io sono contro ogni menzogna.
L’intera NOTA contiene cose importanti di cui non si parla mai e che chiunque può controllare. Purtroppo, si è creata una situazione tale dove le critiche all’evoluzionismo vengono diffuse spesso in modo non oggettivo da chi le vuol usare per dimostrare il creazionismo biblico, e tutto ciò provoca uno scontro sterile tra “evoluzionisti darwinisti” contro “creazionisti biblici” (teorie entrambe false), e cosi le critiche scientifiche che seguono vengono puntualmente ignorate nonostante siano fatti concreti facilmente controllabili.
Da un secolo e mezzo, ormai, la teoria dell’evoluzione riceve ampio sostegno dalla comunità scientifica. La biologia è definita in termini di concetti evoluzionisti. Ecco perché tra varie spiegazioni la maggior parte della gente presume che la spiegazione evoluzionista sia scientifica. Di conseguenza si crede che l’evoluzione sia una teoria supportata da scoperte scientifiche basate sull’osservazione. In realtà, invece, le scoperte scientifiche non supportano la teoria dell’evoluzione. Le scoperte degli ultimi due decenni, in particolare, contraddicono gli assunti di base di questa teoria. Molte branche della scienza, come la paleontologia, la biochimica, la genetica, la biologia molecolare, l’anatomia comparativa e la biofisica, indicano che processi naturali e fortuiti non sono in grado di spiegare la vita, come invece propone la teoria dell’evoluzione.
In questa indagine analizzeremo la crisi scientifica affrontata dalla teoria dell’evoluzione. Questa opera si fonda esclusivamente su scoperte scientifiche. Quelli che sostengono la teoria dell’evoluzione come verità scientifica, devono confrontarsi con queste scoperte e mettere in questione le ipotesi che hanno sostenuto finora. Rifiutarsi di farlo significherebbe accettare apertamente che la loro adesione alla teoria dell’evoluzione sia dogmatica piuttosto che scientifica.
In breve, qui di seguito verranno illustrati degli errori presenti nella teoria dell’evoluzione, che però vengono puntualmente ignorati dagli studiosi tradizionali.
Breve storia dell’evoluzionismo
Nonostante abbia le sue radici nell’antica Grecia, la teoria dell’evoluzione fu portata per la prima volta all’attenzione della comunità scientifica nel diciannovesimo secolo. L’opinione sull’evoluzione più ampiamente presa in considerazione fu espressa dal biologo francese Jean-Baptiste Lamarck, nella sua Philosophie zoologique (1809). Lamarck pensava che tutti gli esseri viventi fossero dotati di una forza vitale che li portava a evolversi verso una maggiore complessità. Pensava inoltre che gli organismi fossero in grado di trasmettere alle generazioni future i caratteri originali acquisiti durante la vita. Come esempio di questa linea di pensiero, Lamarck suggeriva che il lungo collo della giraffa si era evoluto quando un antenato dal collo corto aveva cominciato a brucare le foglie degli alberi invece che l’erba.
Questo modello evolutivo di Lamarck fu invalidato dalla scoperta delle leggi dell’eredità genetica. A metà del ventesimo secolo, la scoperta della struttura del DNA rivelò che i nuclei delle cellule degli esseri viventi contengono informazioni genetiche speciali e che queste informazioni non possono essere alterate da “caratteri acquisiti”. In altre parole, durante la vita, anche se la giraffa fosse riuscita ad allungare il collo di pochi centimetri per raggiungere i rami superiori, questo carattere non sarebbe passato alle generazioni future. In breve, l’opinione di Lamarck fu semplicemente confutata dalle scoperte scientifiche e passò alla storia come un’ipotesi errata.
La teoria dell’evoluzione formulata da un altro naturalista che visse un paio di generazioni dopo Lamarck, però, si dimostrò più influente. Questo naturalista era Charles Robert Darwin e la teoria da lui formulata è nota come “darwinismo”.
La nascita del darwinismo
Charles Darwin si imbarcò volontariamente a bordo della nave Beagle, salpata dall’Inghilterra nel 1831, per una spedizione ufficiale di cinque anni intorno mondo. Il giovane Darwin fu fortemente impressionato dalla varietà delle specie che osservò, in special modo dai fringuelli delle isole Galápagos. Le differenze nei becchi di questi uccelli, pensò Darwin, erano il risultato del loro adattamento ad ambienti diversi.
Dopo questo viaggio, Darwin iniziò a visitare i mercati di animali in Inghilterra. Egli osservò che gli allevatori producevano nuove razze di mucche accoppiando animali con caratteristiche diverse. Questa esperienza, insieme con le diverse specie di fringuelli osservati nelle isole Galápagos, contribuì alla formulazione della sua teoria. Nel 1859 egli pubblicò le sue opinioni nel libro L’origine delle specie. In questo libro egli sosteneva che tutte le specie fossero discese da un singolo antenato, evolvendosi dall’una all’altra nel tempo con leggere variazioni.
Quello che rendeva diversa la teoria di Darwin da quella di Lamarck era l’enfasi sulla “selezione naturale”. Darwin teorizzò che in natura si svolgesse una lotta per la sopravvivenza e che la selezione naturale comportasse la sopravvivenza di specie forti o di quelle che meglio si adattano al loro ambiente. Darwin adottò la seguente linea di ragionamento.
Nell’ambito di una particolare specie ci sono variazioni naturali e fortuite. Per esempio, alcune mucche sono più grandi di altre, mentre alcune sono di colore più scuro. La selezione naturale sceglie i caratteri favorevoli. Il processo della selezione naturale, quindi, causa un aumento dei geni favorevoli nell’ambito di una popolazione, il che ha come risultato il fatto che le caratteristiche di quella popolazione si adattino meglio alle condizioni locali. Nel corso del tempo queste modificazioni possono essere così significative da causare l’insorgere di una nuova specie.
Questa “teoria dell’evoluzione per selezione naturale”, però, diede origine a dubbi sin dall’inizio.
1-Che cosa erano le “variazioni naturali e fortuite” a cui faceva riferimento Darwin? È vero che alcune mucche erano più grandi di altre, mentre altre erano più scure, ma in che modo queste variazioni potevano fornire una spiegazione della diversità nelle specie animali e vegetali?
2-Darwin asserì che “gli esseri viventi si sono evoluti gradualmente”. In questo caso, avrebbero dovuto vivere milioni di “forme di transizione”. Tuttavia, nei reperti fossili, non c’è alcuna traccia di queste teoriche creature. Darwin pensò molto a questo problema e alla fine arrivò alla conclusione che “ulteriori ricerche forniranno questi fossili”.
3- In che modo la selezione naturale potrebbe spiegare organi complessi come occhi, orecchie o ali? Com’è possibile sostenere che questi organi si siano evoluti gradualmente, se si considera che fallirebbero la loro funzione nel caso in cui mancasse anche una singola parte?
4- Prima di esaminare queste questioni, pensiamo a quanto segue: in che modo il primo organismo, il cosiddetto antenato di tutte le specie, secondo Darwin, giunse all’esistenza? Dato che i processi naturali non sono in grado di dare la vita a qualcosa che in origine era inanimato, in che modo Darwin spiegherebbe la formazione della prima forma di vita?
Darwin era consapevole almeno di alcune di queste questioni, come si può vedere dal capitolo “Difficoltà della teoria”. La risposta che egli diede, comunque, non aveva alcuna validità scientifica. H.S. Lipson, un fisico britannico, commenta come segue queste “difficoltà” di Darwin:
Nel leggere L’origine delle specie ho trovato che Darwin fosse molto meno sicuro di sé di quanto spesso volesse dimostrare di essere; il capitolo intitolato “Difficoltà della teoria”, ad esempio, rivela dei dubbi considerevoli. Come fisico, sono rimasto particolarmente incuriosito dai suoi commenti sul modo in cui l’occhio sarebbe apparso.
Darwin investì tutte le sue speranze nell’avanzamento delle ricerche scientifiche che egli prevedeva avrebbe eliminato le “difficoltà della teoria”. Contrariamente alle sue aspettative, però, le più recenti scoperte scientifiche hanno solo accresciuto tali difficoltà.

Il problema dell’origine della vita
Nel suo libro, Darwin non cita mai l’origine della vita. La primitiva comprensione delle scienze dei suoi tempi si fondava sull’assunto secondo cui gli esseri viventi erano strutture molto semplici. Sin dal Medioevo, la generazione spontanea, la teoria secondo cui la materia non vivente potesse mettersi assieme per formare organismi viventi, era ampiamente accettata. Si credeva che gli insetti giungessero all’esistenza da resti di cibo. Si immaginava inoltre che i topi venissero all’esistenza dal frumento. Interessanti esperimenti furono condotti per dimostrare questa teoria. Del frumento fu messo su un pezzo di stoffa sporco e si pensava che i topi sarebbero emersi a tempo debito.
Allo stesso modo, il fatto che comparissero vermi nella carne era ritenuto prova della generazione spontanea. Ci si accorse solo dopo, però, che i vermi non comparivano nella carne spontaneamente, ma erano portati da mosche sotto forma di larve, invisibili a occhio nudo.
Anche nel periodo in cui Darwin scrisse L’origine delle specie, la credenza secondo cui i batteri giungessero all’esistenza dalla materia inanimata era molto diffusa.
Cinque anni dopo la pubblicazione del libro di Darwin, però, Louis Pasteur annunciò i suoi risultati dopo lunghi studi ed esperimenti, ed essi smentirono la generazione spontanea, una pietra miliare della teoria di Darwin. Nella sua trionfale conferenza tenuta alla Sorbona nel 1864, Pasteur disse: “la dottrina della generazione spontanea non si riprenderà più dal colpo mortale infertogli da questo semplice esperimento”.
I sostenitori della teoria dell’evoluzione si rifiutarono per molto tempo di accettare le scoperte di Pasteur. Man mano che il progresso scientifico rivelava la complessa struttura della cellula, però, l’idea che la vita potesse giungere all’esistenza per coincidenze, affrontò un ostacolo ancora maggiore. Esamineremo questo argomento in dettaglio nel corso della trattazione.

Il problema della genetica
Un altro argomento che presentò un dilemma per la teoria di Darwin fu l’ereditarietà. Al tempo in cui Darwin sviluppò la sua teoria, la questione del modo in cui gli esseri viventi trasmettono i propri caratteri alle altre generazioni – cioè in che modo ha luogo l’ereditarietà — non era completamente compreso. Ecco perché era accettata l’ingenua credenza secondo cui l’ereditarietà fosse trasmessa attraverso il sangue.
Vaghe credenze circa l’ereditarietà portarono Darwin a fondare la sua teoria su un terreno completamente falso. Darwin ipotizzò che la selezione naturale fosse il “meccanismo dell’evoluzione”. Tuttavia una domanda restava senza risposta: in che modo questi “caratteri utili” sarebbero stati selezionati e trasmessi da una generazione all’altra? A questo punto Darwin abbracciò la teoria di Lamarck, cioè “il passaggio dei caratteri acquisiti”. Nel suo libro The Great Evolution Mystery, Gordon R. Taylor, un ricercatore sostenitore della teoria dell’evoluzione, esprime la sua opinione secondo cui Darwin sarebbe stato fortemente influenzato da Lamarck:
Il lamarckismo… è noto come l’eredità delle caratteristiche acquisite… Darwin stesso, in realtà, era incline a credere che questa eredità ci fosse e citò il caso di un uomo che aveva perso le dita ed ebbe figli senza dita…. [Darwin] stesso disse di non aver preso una sola idea da Lamarck. Questo era doppiamente paradossale, perché Darwin si trastullò ripetutamente con l’idea dell’eredità dei caratteri acquisiti e, se tale idea è tanto spaventosa, è Darwin che deve essere messo sotto accusa, piuttosto che Lamarck… Nell’edizione del 1859 della sua opera, Darwin fa riferimento a ‘modifiche delle condizioni esterne’ che causano variazioni ma, in seguito, queste condizioni sono descritte come qualcosa che dirige le variazioni e coopera con la selezione naturale nel dirigerle… Ogni anno egli attribuiva sempre più effetti all’uso e al non uso… Nel 1868, quando pubblicò Le variazioni di animali e piante domestiche, egli fornì un‘intera serie di esempi della presunta ereditarietà lamarckiana: ad esempio l’uomo che aveva perso parte del mignolo e i cui figli erano nati con mignoli deformi e bambini nati con prepuzi di lunghezza molto ridotta come risultato di generazioni di circoncisioni.
La tesi di Lamarck, come abbiamo visto in precedenza, fu però confutata dalla legge dell’ereditarietà genetica scoperta dal monaco e botanico austriaco Gregor Mendel. Il concetto di “caratteri utili”, quindi, rimase privo di sostegno. Le leggi della genetica dimostrarono che i caratteri acquisiti non sono trasmessi e l’eredità genetica avviene secondo certe leggi immutabili. Queste leggi supportano l’opinione secondo cui le specie restano invariate. Non importa quanto potessero procreare le mucche che Darwin vedeva nelle fiere zootecniche, la specie stessa non sarebbe mai cambiata: le mucche sarebbero rimaste sempre mucche.
Gregor Mendel annunciò le leggi dell’ereditarietà genetica, che aveva scoperto come frutto di lunghi esperimenti e osservazioni, in un documento scientifico pubblicato nel 1865. Il documento, però, attrasse l’attenzione della comunità scientifica solo verso la fine del secolo. Verso l’inizio del ventesimo secolo, la verità di queste leggi era stata accettata da tutta la comunità scientifica. Questo fu un grave vicolo cieco per la teoria di Darwin che cercava di basare il concetto di “caratteri utili” su Lamarck.
A questo punto dobbiamo correggere un equivoco generalizzato: Mende si oppose non solo al modello di evoluzione di Lamarck ma anche a quello di Darwin. Come è reso chiaro dall’articolo “Mendel’s Opposition to Evolution and to Darwin”, pubblicato nel Journal of Heredity, egli [Mendel] conosceva bene L’origine delle specie e si opponeva alla teoria di Darwin; Darwin sosteneva una discesa con modifiche attraverso la selezione naturale, Mendel era a favore della dottrina ortodossa della creazione delle specie.
Le leggi scoperte da Mendel misero il darwinismo in una posizione molto difficile. Per tali motivi, nel primo quarto del ventesimo secolo, gli scienziati che sostenevano il darwinismo cercarono di sviluppare un modello di evoluzione diverso. Nacque così il “neodarwinismo”.

Gli sforzi del neodarwinismo
Un gruppo di scienziati determinati a conciliare in un modo o nell’altro il darwinismo con la scienza della genetica, si incontrò in un convegno organizzato dalla Società Geologica d’America nel 1941. Dopo una lunga discussione, essi si accordarono sui modi per creare una nuova interpretazione del darwinismo e, nel corso degli anni successivi, specialisti produssero una sintesi dei rispettivi campi che diede vita a una teoria rivisitata dell’evoluzione.
Tra gli scienziati che parteciparono alla formulazione della nuova teoria, c’erano i genetisti G. Ledyard Stebbins e Theodosius Dobzhansky, gli zoologi Ernst Mayr e Julian Huxley, i paleontologi George Gaylard Simpson e Glenn L. Jepsen e i genetisti matematici Ronald Fischer e Sewall Right.
Per contrastare la “stabilità genetica” (omeostasi genetica), questo gruppo di scienziati ha impiegato il concetto di “mutazione”, che era stato proposto dal botanico olandese Hugo de Vries all’inizio del ventesimo secolo. Le mutazioni erano difetti che si presentavano, per ragioni ignote, nel meccanismo ereditario degli esseri viventi. Gli organismi che subivano una mutazione sviluppavano strutture insolite, che deviavano dalle informazioni genetiche ereditate dai genitori. Si suppose che il concetto di “mutazione casuale” fornisse la risposta alla domanda sull’origine delle variazioni vantaggiose che provocavano l’evoluzione degli organismi viventi secondo la teoria di Darwin – un fenomeno che Darwin stesso non era in grado di spiegare, ma semplicemente cercava di eludere riferendosi a Lamarck. Il gruppo della Società Geologica d’America chiamò questa teoria, che fu formulata aggiungendo il concetto di mutazione alla tesi di Darwin sulla selezione naturale, la “teoria sintetica dell’evoluzione” o la “sintesi moderna”. In poco tempo, questa teoria divenne famosa come “neodarwinismo” e i suoi sostenitori divennero noti come “neodarwinisti”.
Tuttavia c’era un problema serio: era vero che le mutazioni cambiavano i dati genetici degli organismi viventi, eppure questo cambiamento avveniva ai danni dell’essere vivente in questione. Tutte le mutazioni osservate producevano individui sfigurati, deboli o malati e, a volte, portavano alla morte dell’organismo. Allora, nel tentativo di trovare esempi di “mutazioni benefiche” che migliorassero i dati genetici negli esseri viventi, i neodarwinisti hanno condotto molti esperimenti e molte osservazioni. Per decenni, hanno condotto esperimenti di mutazione sui moscerini della frutta e su varie altre specie. In nessuno di questi esperimenti, però, fu possibile vedere una mutazione che migliorasse i dati genetici dell’essere vivente.
La questione della mutazione è oggi una grande impasse per il darwinismo. Nonostante la teoria della selezione naturale consideri le mutazioni come l’unica fonte di “cambiamenti benefici”, non sono state osservate mutazioni di alcun tipo che siano realmente benefiche, cioè che migliorino le informazioni genetiche. Nel capitolo che segue, considereremo la questione nei dettagli.
Un’altra impasse per i neodarwinisti deriva dai reperti fossili. Già nell’epoca di Darwin, i fossili rappresentavano un importante ostacolo alla teoria. Sebbene Darwin stesso accettasse la mancanza di fossili delle “specie intermedie”, egli prevedeva anche che altre ricerche avrebbero fornito le prove di queste forme di transizione perdute. Nonostante, però, tutti gli sforzi dei paleontologi, i reperti fossili sono rimasti sempre un ostacolo serio alla teoria. Uno per volta, concetti quali “organi vestigiali”, “ricapitolazione embriologica” e “omologia” hanno perso ogni significato alla luce delle nuove scoperte scientifiche. Tutte queste problematiche saranno trattate in dettaglio nei capitoli successivi.

Una teoria in crisi
Abbiamo appena visto in breve l’impasse in cui si è trovato il darwinismo fin dal primo giorno in cui è stato proposto. Iniziamo ora ad analizzare le enormi dimensioni di questa impasse. La nostra intenzione è mostrare che la teoria dell’evoluzione non è una verità scientifica inconfutabile, come molte persone ritengono o cercano di imporre agli altri. Al contrario, ci sono evidenti contraddizioni quando la teoria dell’evoluzione viene confrontata con le scoperte scientifiche in campi diversi, quali la genetica della popolazione, l’anatomia comparata, la paleontologia, la biologia molecolare e la biochimica. In una parola, l’evoluzione è una teoria in crisi.
Ecco una descrizione del Prof. Michael Denton, biochimico australiano e noto critico del darwinismo. Nel suo libro Evolution: A Theory in Crisis (1985), Denton ha esaminato la teoria alla luce dei diversi rami della scienza e ha concluso che la teoria della selezione naturale è ben lontana dall’offrire una spiegazione della vita sulla terra. L’intenzione di Denton nel presentare la sua critica, non era di dimostrare la correttezza di un altro punto di vista, ma solo di confrontare il darwinismo con i fatti scientifici. Nel corso degli ultimi due decenni, molti altri scienziati hanno pubblicato opere rilevanti che mettono in dubbio la validità della teoria dell’evoluzione di Darwin.
Esamineremo tale crisi. Indipendentemente dalla concretezza delle prove fornite, alcuni lettori non vorranno abbandonare le proprie posizioni e continueranno ad aderire alla teoria dell’evoluzione. Leggere quanto segue, però, sarà in ogni caso utile anche per loro, poiché li aiuterà a vedere la vera situazione della teoria in cui credono, alla luce delle scoperte scientifiche.
I MECCANISMI DEL DARWINISMO
Secondo la teoria dell’evoluzione, gli esseri viventi giunsero all’esistenza per coincidenza e si svilupparono ulteriormente come conseguenza di effetti fortuiti. Circa 3,8 miliardi di anni fa, quando sulla terra non esisteva alcun essere vivente, comparvero i primi semplici organismi unicellulari (procarioti). Nel corso del tempo giunsero all’esistenza cellule più complesse (eucarioti) e organismi pluricellulari. In altre parole, secondo il darwinismo, le forze della natura trasformarono semplici elementi inanimati in progetti molto complessi e perfetti.
Nel valutare questa affermazione, bisogna prima considerare se tali forze esistano realmente in natura. Più esplicitamente, ci sono meccanismi veramente naturali che possono realizzare l’evoluzione secondo lo scenario del darwinismo?
Il modello neodarwinista, che prenderemo come la principale corrente della teoria dell’evoluzione oggi, ipotizza che la vita si è evoluta attraverso due meccanismi naturali: la selezione naturale e la mutazione. La teoria fondamentalmente afferma che selezione naturale e mutazione sono due meccanismi complementari. L’origine delle modificazioni evolutive sta nelle mutazioni casuali che ebbero luogo nelle strutture genetiche degli esseri viventi. I caratteri apportati dalle mutazioni sono selezionati dal meccanismo della selezione naturale e per mezzo di ciò gli esseri viventi si evolvono.

Selezione naturale
Il concetto di selezione naturale era alla base del darwinismo. Questa affermazione è sottolineata anche nel titolo del libro in cui Darwin propose la sua teoria: Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale…
La selezione naturale si basa sull’assunto secondo cui in natura ci sarebbe una costante lotta per la sopravvivenza e che i più forti, quelli più adatti alle condizioni naturali, sopravvivono. Per esempio, in una mandria di cervi minacciata dai predatori, in genere sopravvivrebbero quelli che corrono più velocemente. Alla fine la mandria di cervi consisterà solo di individui che corrono velocemente.
Per quanto tempo vada avanti questo processo, esso non trasformerà questi cervi in un’altra specie. I cervi deboli sono eliminati, i forti sopravvivono, ma siccome non ha luogo alcuna alterazione nei loro dati genetici, non avviene alcuna trasformazione della specie. Nonostante i continui processi di selezione, i cervi continuano a essere cervi.
L’esempio del cervo vale per tutte le specie. In ogni popolazione, per mezzo della selezione naturale, solo gli individui deboli o non adatti, incapaci di adattarsi alle condizioni naturali del loro habitat, sono eliminati. Nessuna nuova specie, nessuna informazione genetica, nessun nuovo organo possono essere prodotti. Cioè, la specie non può evolversi. Anche Darwin accettò questo fatto affermando che “la selezione naturale non può agire fin quando non compaiano differenze e variazioni individuali favorevoli”; ecco perché il neodarwinismo dovette aggiungere al concetto della selezione naturale il meccanismo della mutazione come fattore che altera le informazioni genetiche.
Tratteremo successivamente le mutazioni. Ma prima di procedere dobbiamo esaminare meglio il concetto di selezione naturale per vederne le contraddizioni interne.

La lotta per la sopravvivenza
L’assunto essenziale della teoria della selezione naturale sostiene che c’è una strenua lotta per la sopravvivenza in natura e che ogni essere vivente si preoccupa solo di se stesso. Al tempo in cui Darwin proponeva la sua teoria, era fortemente influenzato dalle idee di Thomas Malthus, l’economista classico britannico. Malthus sosteneva che gli esseri umani erano inevitabilmente in lotta costante per la sopravvivenza e basava le sue opinioni sul fatto che la popolazione, e quindi il bisogno di risorse alimentari, cresce geometricamente, mentre le riserve alimentari stesse crescono solo aritmeticamente. Il risultato è che le dimensioni della popolazione sono inevitabilmente controllate da fattori dell’ambiente come la fame e le malattie. Darwin adattò la visione di Malthus della strenua lotta per la sopravivenza tra gli esseri umani alla natura nel suo insieme e affermò che la “selezione naturale” è una conseguenza di questa lotta.
Ulteriori ricerche, però, hanno rivelato che non c’è alcuna lotta per la vita in natura come Darwin aveva postulato. Alla fine di ampie ricerche in gruppi di animali negli anni ’60 e ’70, V. C. Wynne-Edwards, uno zoologo britannico, concluse che gli esseri viventi equilibrano la popolazione in un modo molto interessante che impedisce la concorrenza per il cibo.
I gruppi di animali studiati semplicemente gestivano la loro popolazione in base alle risorse alimentari. La popolazione non era regolata attraverso l’eliminazione dei deboli per mezzo di fattori come epidemie o fame ma da istintivi meccanismi di controllo. In altre parole, gli animali non controllavano il proprio numero per mezzo di una strenua competizione, come suggeriva Darwin, ma limitando la riproduzione.
Anche le piante mostrano esempi di controllo della popolazione che invalida il suggerimento di Darwin della selezione per mezzo della competizione. Le osservazioni del botanico A. D. Bradshaw hanno indicato che, durante la riproduzione, le piante si comportavano secondo la “densità” della piantagione e limitavano la riproduzione se l’area era densamente popolata da piante. D’altro canto, esempi di sacrifici osservati tra animali come formiche e api, mostrano un modello completamente opposto alla lotta per la sopravvivenza darwinista.
In anni recenti, la ricerca ha fatto altre scoperte a proposito del sacrificio di sé, persino tra i batteri. Questi esseri viventi, senza cervello o sistema nervoso, completamente privi di qualsiasi capacità di pensiero, si uccidono per salvare altri batteri quando sono invasi da virus.
Questi esempi sicuramente invalidano l’assunto di base della selezione naturale – la lotta assoluta per la sopravvivenza. È vero che c’è competizione in natura, ma ci sono anche chiari modelli di sacrificio di sé.

Osservazioni ed esperimenti
Al di là della debolezza teorica citata in precedenza, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale si trova davanti a un’impasse fondamentale quando è messa di fronte alle scoperte scientifiche concrete. Il valore scientifico di una teoria deve essere valutato secondo il successo o il fallimento negli esperimenti e nelle osservazioni. L’evoluzione per selezione naturale fallisce da entrambi i punti di vista.
Sin dai tempi di Darwin, non è stata presentata la minima prova che dimostri che gli esseri viventi si evolvono attraverso la selezione naturale. Colin Patterson, il paleontologo con più anzianità presso il British Museum of Natural History di Londra e prominente evoluzionista, sottolinea che non è stato mai osservato che la selezione naturale fosse in grado di far sì che le cose si evolvessero.
Nessuno ha mai prodotto una specie con i meccanismi della selezione naturale. Nessuno vi si è mai neppure avvicinato e ciò rappresenta la questione di maggior discussione nell’ambito del neodarwinismo.
Pierre-Paul Grassé, un famoso zoologo francese e critico del darwinismo, ha da dire questo in “evoluzione e selezione naturale”, un capitolo del suo libro L’ evolution du vivant.
La “evoluzione in azione” di J. Huxley e altri biologi è semplicemente l’osservazione di fatti demografici, fluttuazioni locali di genotipi, distribuzioni geografiche. Spesso le specie interessate sono invariate da centinaia di secoli. La fluttuazione come risultato di circostanze, con previa modificazione del genoma, non implica l’evoluzione e abbiamo prove tangibili di ciò in molte specie pancroniche [cioè fossili viventi rimasti invariati da milioni di anni].
Uno sguardo attento ad alcuni “esempi osservati di selezione naturale” presentati da biologi che sostengono la teoria dell’evoluzione rivelerebbe che, in realtà, essi non forniscono alcuna prova della teoria dell’evoluzione.
La vera storia del melanismo industriale
Quando si esaminano le fonti evoluzioniste, si vede come l’esempio delle falene in Inghilterra durante la rivoluzione industriale venga sempre citato come esempio dell’evoluzione per selezione naturale. Questo è presentato come il più concreto esempio osservato dell’evoluzione in libri di testo, riviste e persino fonti accademiche. In realtà, però, quell’esempio non ha assolutamente niente a che fare con l’evoluzione.
Ricordiamo prima di tutto che cosa si dice: secondo questa versione, all’inizio della rivoluzione industriale il colore delle cortecce degli alberi nell’area di Manchester sarebbe stato abbastanza chiaro. Per questo motivo, le falene di colore scuro che si posavano su questi alberi potevano essere facilmente avvistate dagli uccelli che se ne cibavano e, di conseguenza, avevano possibilità di sopravvivenza molto scarse. Cinquant‘anni dopo, nei boschi in cui l’inquinamento industriale aveva ucciso i licheni di colore chiaro, le cortecce degli alberi si erano scurite e le falene di colore chiaro divennero le prede più cacciate perché erano quelle più facilmente notate. Di conseguenza il rapporto tra falene di colore chiaro e quelle di colore scuro si invertì.
Gli evoluzionisti credono che questa sia una prova di grande importanza per la loro teoria.
Essi trovano rifugio e provano sollievo mostrando, con arte vetrinistica, il modo in cui le falene di colore chiaro “si erano evolute” nelle altre di colore scuro.
Anche se si accetta una tale versione dei fatti, però, deve essere chiaro che questi non possono essere usati in alcun modo come prova della teoria dell’evoluzione: non compare alcuna nuova forma che non esisteva in precedenza. Le falene di colore scuro erano esistite prima della rivoluzione Industriale. Solo le proporzioni relative alle diverse varietà della popolazione cambiarono. Le falene non avevano acquisito nuovi caratteri o nuovi organi tali da causare una “speciazione”. Perché una falena si tramuti in un’altra specie vivente, ad esempio in un uccello, si dovrebbero realizzare nuove aggiunte ai suoi geni. Si sarebbe dovuto, cioè, caricare un programma genetico del tutto diverso, tale da includere informazioni contenenti le caratteristiche fisiche degli uccelli.
Questa è la risposta da dare alla storia evoluzionista del melanismo industriale. C’è, però, un lato più interessante della vicenda: non solo l’interpretazione, ma la storia stessa è errata. Come spiega il biologo molecolare Jonathan Wells nel suo libro Icone dell’evoluzione, la storia delle falene attaccate, che è inclusa praticamente in ogni libro di biologia evolutiva, diventando quindi una “icona”, non riflette la verità. Wells, nel suo libro, discute in che modo l’esperimento di Bernard Kettlewell, noto come la “prova sperimentale” della storia, costituisce in realtà uno scandalo scientifico. Alcuni elementi di base di questo scandalo sono:
• Molti esperimenti, condotti dopo quello di Kettlewell, rivelarono che solo un tipo di queste falene rimaneva sui tronchi degli alberi e tutti gli altri tipi preferivano restare sotto i rami orizzontali. Dagli anni Ottanta è largamente accettato che le falene molto raramente restano sui tronchi degli alberi. In 25 anni di lavoro sul campo, molti scienziati, come Cyril Clarke e Rory Howlett, Michael Majerus, Tony Liebert Paul Brakefield, hanno concluso che nell’esperimento di Kettlewell le falene furono costrette ad agire in modo atipico, quindi il risultato della prova non poteva essere accettato come scientifico.
• Gli scienziati che hanno messo alla prova le conclusioni di Kettlewell hanno raggiunto un risultato ancora più interessante: sebbene ci si sarebbe aspettato che il numero di falene chiare fosse più alto nelle regioni meno inquinate dell’Inghilterra, in quelle regioni le falene scure erano quattro volte più numerose di quelle chiare. Questo indicava che non c’era alcuna correlazione tra il rapporto nella popolazione di falene e i tronchi degli alberi, come sostenuto da Kettlewell e ripetuto da quasi tutte le fonti evoluzioniste.
• Man mano che la ricerca si approfondiva, lo scandalo cambiava dimensioni: “le falene sui tronchi degli alberi”, fotografate da Kettlewell, erano in realtà falene morte. Kettlewell usava esemplari morti, incollati o spillati sui tronchi degli alberi e poi fotografati. In verità sarebbe stato difficile riprendere l’immagine di falene che stavano non sui tronchi degli alberi ma sotto i rami.
Questi fatti furono scoperti dalla comunità scientifica solo alla fine degli anni Novanta. Il crollo del mito del melanismo industriale, che per decenni era stato uno degli argomenti più valorizzati nei corsi universitari di “introduzione all’evoluzione”, dispiacque molto agli evoluzionisti. Uno di loro, Jerry Coyne, commentò:
la mia reazione somiglia alla delusione che seguì la scoperta, quando avevo sei anni, che era mio padre e non Babbo Natale a portare i regali la notte di Natale.
Così “il più famoso esempio di selezione naturale” fu relegato nei cumuli di immondizia della storia come uno scandalo scientifico. Uno scandalo inevitabile, perché la selezione naturale non è un “meccanismo evolutivo” al contrario di quanto affermano gli evoluzionisti.
In breve, la selezione naturale non ha la capacità di aggiungere un nuovo organo a un organismo vivente, né di eliminarlo o di mutare l’organismo di una specie in quello di un’altra. La “più grande” prova avanzata a partire dall’epoca di Darwin non è stata in grado di andare oltre il “melanismo industriale” delle falene in Inghilterra.

Perché la selezione naturale non può spiegare la complessità
Come abbiamo dimostrato all’inizio, il problema maggiore per la teoria dell’evoluzione per selezione naturale è che nuovi organi o caratteri non possono emergere negli esseri viventi attraverso la selezione naturale. I dati genetici di una specie non si sviluppano per mezzo della selezione naturale, quindi essa non può essere usata per spiegare l’emergere di una nuova specie. Il più strenuo difensore degli equilibri punteggiati, Stephen Jay Gould, fa riferimento a questa impasse della selezione naturale:
L’essenza del darwinismo è riassunta in una singola frase: la selezione naturale è la forza creativa del cambiamento evolutivo. Nessuno nega che la selezione naturale abbia un ruolo negativo nell’eliminazione del non adatto. Le teorie di Darwin richiedono che crei anche l’adatto.
Un altro dei metodi fuorvianti usati dagli evoluzionisti quando trattano il problema della selezione naturale è il tentativo di presentare questo meccanismo come se fosse un progettista intelligente. La selezione naturale, però, non ha intelligenza. Non possiede una volontà che possa decidere ciò che è bene e ciò che è male per gli esseri viventi. Il risultato è che la selezione naturale non può spiegare in che modo i sistemi biologici e gli organi che hanno la caratteristica di “irriducibile complessità” siano giunti all’esistenza. Questi sistemi e organi sono composti da un gran numero di parti che collaborano assieme, e sono inutilizzabili se una di queste parti è mancante o difettosa (per esempio, l’occhio umano non funziona se non esiste con tutte le sue componenti intatte).
La volontà che mette insieme tutte queste parti, perciò, deve essere in grado di prevedere il futuro e mirare direttamente al vantaggio da raggiungere allo stadio finale. Poiché la selezione naturale non ha né consapevolezza o volontà, non può fare nulla di ciò. Questo fatto, che demolisce le basi della teoria dell’evoluzione, preoccupava anche Darwin, che scrisse: “Se si potesse dimostrare l’esistenza di un qualsiasi organo complesso che non abbia potuto essere formato attraverso modificazioni numerose, successive, lievi, la mia teoria dovrebbe assolutamente cadere”.

Mutazioni
Premessa: per quanto ovvio, si avverte che per mutazione non si intendono i cambiamenti del codice genetico che avvengono grazie alla generazione di discendenti, né si intendono le variazioni all’interno della specie, abbastanza comuni ad esempio nei virus o negli insetti quando lievi modifiche trasmesse ai loro discendenti li rendono resistenti ai medicinali.
Le mutazioni sono definite come rotture o sostituzioni che avvengono nella molecola del DNA, che si trova nel nucleo delle cellule di un organismo vivente e contiene tutte le informazioni genetiche. Queste rotture o sostituzioni sono il risultato di effetti esterni quali le radiazioni o l’azione chimica. Ogni mutazione è un “incidente” che può danneggiare i nucleotidi che costituiscono il DNA o cambiarne la collocazione. Nella maggioranza dei casi, causano danni e modifiche tali che la cellula non può porvi rimedio.
Le mutazioni, dietro cui gli evoluzionisti spesso si nascondono, non trasformano gli organismi viventi in forme più avanzate e perfette. L’effetto diretto delle mutazioni è dannoso. I cambiamenti apportati dalle mutazioni possono essere equiparati solo a quelli subiti dagli abitanti di Hiroshima, Nagasaki e Chernobyl: cioè, morte e invalidità…
Il motivo è molto semplice: il DNA ha una struttura molto complessa e gli effetti casuali possono solo danneggiarla. Il biologo B. G. Ranganathan afferma:
Per prima cosa, le vere mutazioni sono molto rare in natura. In secondo luogo, quasi tutte le mutazioni sono dannose perché sono modifiche casuali, piuttosto che ordinate, alla struttura dei geni; ogni modifica casuale in un sistema altamente ordinato sarà per il peggio e non per il meglio. Per esempio, se un terremoto scuotesse una struttura altamente ordinata come un edificio, ci sarebbe una modifica casuale alla struttura dell’edificio stesso che, con ogni probabilità, non sarebbe un miglioramento.
Non sorprende che finora non sia mai stata osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Tutte le mutazioni si sono dimostrate dannose. Lo scienziato evoluzionista Warren Weaver commenta la relazione stilata dalla Commissione sugli Effetti Genetici delle Radiazioni Atomiche, istituita per investigare le mutazioni provocate dalle armi atomiche utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale:
Molti saranno sconcertati dall’affermazione secondo cui, in pratica, tutti i geni mutanti noti sono dannosi. Perché le mutazioni sono una parte necessaria del processo dell’evoluzione. Come può un buon effetto – un’evoluzione verso forme superiori di vita – derivare da mutazioni che in pratica sono tutte dannose?
Ogni sforzo compiuto per “generare mutazioni vantaggiose” è sfociato in un fallimento. Per decenni, gli evoluzionisti hanno condotto molti esperimenti per produrre mutazioni nei moscerini della frutta, poiché questi insetti si riproducono molto rapidamente e quindi le mutazioni compaiono rapidamente. Generazione dopo generazione, queste mosche sono mutate, tuttavia non è stata mai osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Il genetista evoluzionista Gordon Taylor scrisse così:
È un fatto sorprendente, ma non molto citato, che sebbene i genetisti allevino moscerini della frutta da sessanta anni o più in tutto il mondo – mosche che producono nuove generazioni ogni undici giorni – non hanno mai visto emergere una sola nuova specie distinta e nemmeno un nuovo enzima.
Un altro ricercatore, Michael Pitman, commenta il fallimento degli esperimenti svolti sui moscerini della frutta:
Morgan, Goldschmidt, Muller e altri genetisti hanno sottoposto generazioni di moscerini della frutta a condizioni estreme di caldo, freddo, luce, oscurità e a trattamenti con prodotti chimici e radiazioni. È stata prodotta ogni sorta di mutazione, praticamente tutte mutazioni insignificanti o addirittura deleterie. Evoluzione prodotta dall’uomo? In realtà no: pochi dei mostri creati dai genetisti avrebbero potuto sopravvivere al di fuori delle bottiglie nelle quali erano stati allevati. In pratica i mutanti muoiono, sono sterili o tendono a ritornare al tipo presente in natura.
Lo stesso discorso vale anche per l’uomo. Tutte le mutazioni che sono state osservate negli esseri umani sono risultate deleterie. Tutte le mutazioni che hanno luogo negli esseri umani hanno come risultato deformità fisiche, infermità come *mongolismo, sindrome di Down, albinismo, nanismo o cancro. Inutile dire che un processo che lascia gli esseri umani invalidi o infermi non può essere un “meccanismo evolutivo” – si suppone che l’evoluzione produca forme migliori più adatte alla sopravvivenza.
Il patologo americano David A. Demick nota quanto segue in un articolo scientifico sulle mutazioni:
Letteralmente migliaia di patologie umane associate alle mutazioni genetiche sono state catalogate in anni recenti e se ne descrivono sempre di più. Un recente volume di riferimento di genetica medica elenca circa 4500 diverse malattie genetiche. Alcune delle sindromi ereditarie caratterizzate clinicamente nei tempi precedenti all’analisi genetica molecolare (come la sindrome di Marfan) si presentano ora come eterogenee; cioè associate a molte diverse mutazioni… Con questo insieme di malattie umane provocate dalle mutazioni, che ne è degli effetti positivi? Con migliaia di esempi di mutazioni dannose prontamente disponibili, sicuramente sarebbe possibile descrivere alcune mutazioni positive se la macroevoluzione fosse vera. Queste sarebbero necessarie non solo per l’evoluzione verso una maggiore complessità, ma anche per controbilanciare la spinta verso il basso delle mutazioni dannose. Ma, quando si giunge a identificare le mutazioni positive, gli scienziati evoluzionisti sono stranamente silenziosi.
Il solo esempio che i biologi evoluzionisti danno di “mutazione vantaggiosa” è la malattia nota come anemia falciforme.
In questa, la molecola di emoglobina, che serve a trasportare l’ossigeno nel sangue, viene danneggiata come risultato di una mutazione e subisce una modifica strutturale.
Ne consegue che la capacità della molecola di emoglobina di trasportare ossigeno è seriamente compromessa. Per questo motivo, le persone affette da anemia falciforme soffrono di crescenti difficoltà respiratorie. Questo esempio di mutazione, discusso tra le malattie del sangue nei testi medici, è stranamente valutato da alcuni biologi evoluzionisti come “mutazione vantaggiosa”. Essi affermano che la parziale immunità alla malaria da parte di persone affette da questa malattia è un “dono” dell’evoluzione. Usando la stessa logica, si potrebbe dire che, poiché le persone nate con paralisi genetica alle gambe sono incapaci di camminare, e quindi sono immuni dall’essere uccise in incidenti stradali, la paralisi genetica alle gambe è una “caratteristica genetica vantaggiosa”. Questa logica è chiaramente del tutto infondata.
È ovvio che le mutazioni sono un meccanismo esclusivamente distruttivo. Pierre-Paul Grassé, ex presidente dell’Accademia francese delle scienze, si è espresso chiaramente su questo punto, parlando di mutazioni. Grassé ha paragonato le mutazioni a “errori di ortografia commessi copiando un testo scritto”. E come nel caso nelle mutazioni, gli errori di ortografia non possono dare origine ad alcuna informazione ma solo danneggiare informazioni che già esistono. Grassé lo ha spiegato così:
Le mutazioni, nel tempo, si verificano in modo incoerente. Non sono complementari fra di loro, né procedono in maniera cumulativa in generazioni successive verso una data direzione. Modificano il preesistente, ma lo fanno in modo disordinato, non importa come… Appena un tipo di disordine, anche piccolo, compare in un essere organizzato, segue la malattia, poi la morte. Non c’è alcun compromesso possibile tra i fenomeni della vita e l’anarchia.
Quindi, per tale motivo, come dice Grassé “non importa quanto numerose siano, le mutazioni non producono alcun tipo di evoluzione” ma, aggiungiamo, possono al massimo provocare variazioni nella specie, ad esempio diverse varianti di un virus o di un insetto, oppure le differenti razze di una specie animale.

L’effetto pleiotropico
La prova più importante del fatto che le mutazioni portano solo danni è il processo della codificazione genetica. Quasi tutti i geni di un essere vivente portano con sé più di un‘informazione. Per esempio, lo stesso gene potrebbe controllare sia l’altezza che il colore degli occhi di quell’organismo. Il microbiologo Michael Denton spiega questa caratteristica dei geni negli organismi superiori, come gli esseri umani, in questo modo:
Gli effetti dei geni sullo sviluppo sono spesso sorprendentemente diversi. Nel topo domestico, quasi ogni gene del colore del manto ha un qualche effetto sulle dimensioni del corpo. Delle diciassette mutazioni al colore degli occhi indotte da raggi x nel moscerino della frutta, Drosophila melanogaster, quattordici influenzavano la forma degli organi sessuali della femmina, una caratteristica che si sarebbe pensato fosse assolutamente non collegata al colore degli occhi. È stato scoperto che quasi ogni gene studiato negli organismi superiori ha effetti su più di un sistema corporeo, un effetto multiplo noto come pleiotropia. Come sostiene Mayr in Evoluzione e varietà dei viventi: “La stessa esistenza di non pleiotropici negli organismi superiori è in dubbio”.
A causa di questa caratteristica della struttura genetica degli esseri viventi, qualunque modifica fortuita indotta da una mutazione, in qualsiasi gene del DNA, influenzerebbe più di un organo. Di conseguenza tale mutazione non sarebbe limitata a una parte del corpo, ma rivelerebbe più di un impatto distruttivo. Anche se uno di questi impatti si dimostrasse vantaggioso, come risultato di una coincidenza molto rara, gli inevitabili effetti degli altri danni che esso causa supererebbero di gran lunga tali benefici.
Per riassumere ci sono tre buoni motivi per cui le mutazioni non possono rendere possibile l’evoluzione:
1- L’effetto diretto delle mutazioni è dannoso: Dal momento che avvengono in modo causale, quasi sempre danneggiano l’organismo vivente che le subisce. La ragione ci dice che l’intervento inconsapevole in una struttura perfetta e complessa non migliorerà tale struttura, piuttosto le recherà danno. In realtà non è mai stata osservata alcuna “mutazione vantaggiosa”.
2- Le mutazioni non aggiungono alcuna nuova informazione al DNA di un organismo. Le particelle che costituiscono le informazioni genetiche sono tolte dal loro posto, distrutte o spostate in posti diversi. Le mutazioni non possono far sì che un essere vivente acquisisca un nuovo organo o una nuova caratteristica. Possono solo causare anomalie come una gamba attaccata al dorso o un orecchio che esce dall’addome.
3- Perché una mutazione sia trasferita alla generazione successiva, essa deve aver avuto luogo nelle cellule riproduttive dell’organismo. Una modifica casuale che avviene in una cellula o in un organo dell’organismo non può essere trasferita alla generazione successiva. Per esempio, un occhio umano alterato dagli effetti di radiazioni o da altre cause, non sarà trasferito alle generazioni successive.
Tutte le spiegazioni fornite in precedenza indicano che la selezione naturale e la mutazione non hanno alcun effetto evolutivo. Finora non si è riscontrato alcun esempio osservabile di “evoluzione” ottenuta con questo metodo. A volte, i biologi evoluzionisti affermano che “non è possibile osservare l’effetto evolutivo dei meccanismi della selezione naturale e della mutazione perché tali meccanismi avvengono solo nel corso di un lungo periodo di tempo”. Questa argomentazione, però, che è solo un modo per farli sentire meglio, è priva di basi nel senso che manca di fondamenta scientifiche. Nel corso della vita, uno scienziato può osservare migliaia di generazioni di esseri viventi con vite brevi come i moscerini della frutta e i batteri e comunque non osserva alcuna “evoluzione”. Circa la natura immutabile dei batteri, un fatto che invalida l’evoluzione, Pierre-Paul Grassé afferma quanto segue:
I batteri…sono organismi che, a causa del loro enorme numero, producono la maggior parte dei mutanti. I batteri … mostrano una grande fedeltà alla propria specie. Il bacillo Escherichia coli, i cui mutanti sono stati attentamente studiati, è l’esempio migliore. Il lettore sarà d’accordo sul fatto che è a dir poco sorprendente voler provare l’evoluzione e scoprirne i meccanismi e poi scegliere come materiale di studio un essere che è praticamente stabile da miliardi di anni. A che servono le loro incessanti mutazioni se non producono alcuna modifica evolutiva? Insomma le mutazioni di batteri e virus sono solo fluttuazioni ereditarie intorno a una posizione mediana, un‘oscillazione a destra, una a sinistra ma senza alcun effetto evolutivo finale. Le blatte, che sono uno dei gruppi di insetti più antichi, sono rimaste praticamente invariate dal Permiano tuttavia hanno subito tante mutazioni quante la
Drosophila, un insetto del Terziario.
Le variazioni all’interno delle specie non implicano l’evoluzione
Nell’Origine delle specie, Darwin ha confuso due concetti distinti: le variazioni all’interno di una specie e l’apparizione di una nuova specie. Darwin osservò le varietà tra le varie razze di cani, per esempio, e immaginò che un giorno una di esse si sarebbe trasformata in una specie diversa. Ancora oggi gli evoluzionisti persistono nel tentare di presentare tali variazioni come “evoluzione”.
È una realtà scientifica, però, che le variazioni all’interno di una specie non sono evoluzione. Per esempio, indipendentemente dal numero razze di cani esistenti, questi rimarranno sempre una singola specie. Non ci sarà mai alcuna transizione da una specie distinta a un’altra. Anche i cambiamenti che possiamo osservare nei fossili implicano semplicemente delle variazioni all’interno della specie.
E non può essere considerata prova di evoluzione il fatto che un insetto o un virus sviluppi, moltiplicandosi, dei discendenti che abbiano resistenza ad un medicinale: si tratta di una mutazione che favorisce la specie ma è una cosa che, oltre ad essere un cambiamento di lievissima entità, non può in alcun modo neanche far pensare ad una transizione da una specie all’altra.
I cambiamenti all’interno delle specie esistono, in quanto è evidente la presenza delle diverse razze sia tra gli esseri viventi che tra i fossili, ma non esistono mutazioni che portano alla trasformazione di una specie esistente in una nuova. Un cane, per quanto potrà sembrare esteticamente diverso, rimarrà sempre un cane, cioè l’esemplare di una stessa specie


I REPERTI FOSSILI CONTRO LA TEORIA DELL’EVOLUZIONE 


La teoria dell’evoluzione sostiene che gruppi diversi di esseri viventi (phyla) si svilupparono da un antenato comune e crebbero separatamente col passar del tempo, come afferma il diagramma qui sopra. Secondo il darwinismo, gli esseri viventi si differenziarono l’uno dall’altro come i rami di un albero.
Ma i reperti fossili dimostrano proprio il contrario. Come si può vedere nel diagramma in alto, gruppi diversi di esseri viventi emersero all’improvviso con le loro diverse strutture. Circa 100 phyla comparvero improvvisamente nel periodo Cambriano. Successivamente, il numero diminuì piuttosto che crescere (perché alcuni phyla si estinsero).

LA VERA STORIA NATURALE – I
DAGLI INVERTEBRATI AI RETTILI
Per alcuni, il concetto stesso di storia naturale implica l’evoluzione. Il motivo è la forte propaganda che è stata fatta. Nella maggior parte dei paesi, i musei di scienze naturali sono sotto il controllo di biologi evoluzionisti materialisti e sono loro a descrivere quello che c’è in mostra. Invariabilmente essi descrivono le creature che vissero nella preistoria e i loro resti fossili in termini di concetti darwinisti. Un risultato di ciò è che la maggior parte della gente pensa che il concetto di storia naturale sia equivalente a quello di evoluzione.
I fatti, però, sono molto diversi. La storia naturale rivela che classi diverse della vita emersero sulla terra tutte in una volta con tutte le loro complesse strutture pienamente sviluppate sin dall’inizio. Specie viventi diverse comparvero in modo del tutto indipendente l’una dall’altra e senza alcuna “forma di transizione” tra loro.
In questo capitolo esamineremo la vera storia naturale prendendo i reperti fossili come base.

La classificazione degli esseri viventi
I biologi pongono gli esseri viventi in diverse classi. Questa classificazione, detta “tassonomia” o “sistematica”, risale allo scienziato svedese del diciottesimo secolo Carl von Linné, noto come Linneo. Il sistema di classificazione creato da Linneo ha continuato e si è sviluppato fino ai giorni nostri.
Nel sistema di classificazione ci sono categorie gerarchiche. Gli esseri viventi sono per prima cosa divisi in regni, come il regno vegetale e quello animale. Questi regni sono poi divisi in phyla o categorie. I phyla sono a loro volta divisi in sottogruppi. Dall’alto verso il basso, la classificazione è quella che segue:
Regno
Phylum (plurale phyla)
Classe
Ordine
Famiglia
Genere (plurale generi)
Specie
Oggi la maggior parte dei biologi accetta che ci siano cinque (o sei) regni separati. Oltre a piante e animali considerano i funghi, i protisti (creature unicellulari con un nucleo come le amebe e alcune alghe) e monera (creature unicellulari senza nucleo come i batteri) come regni separati. A volte i batteri sono suddivisi in eubatteri e archeobatteri per sei regni o, secondo alcuni, tre “super-regni” (eubatteri, archeobatteri ed eucariote). Il più importante di questi regni è senza dubbio quello animale. E la divisione più alta nell’ambito del regno animale, come visto in precedenza, è quella tra i diversi phyla. Quando si definiscono questi phyla, deve essere tenuto presente il fatto che ciascuno possiede strutture fisiche completamente diverse. Gli Artropodi (insetti, ragni e altre creature con zampe articolate), per esempio, sono un phylum a sé e tutti gli animali del phylum hanno la stessa fondamentale struttura fisica. Il phylum dei Cordati comprende le creature dotate di notocorda, più comunemente nota come corda dorsale. Tutti gli animali con la corda dorsale come i pesci, gli uccelli e i mammiferi che sono familiari nella vita di ogni giorno, appartengono al sub-phylum dei Cordati noto come vertebrati.
Ci sono circa 35 phyla diversi di animali compresi i Molluschi che includono creature dal corpo molle come lumache e polipi o i Nematodi che comprendono piccoli vermi. La caratteristica più importante di queste categorie, come accennato prima, è che posseggono caratteristiche fisiche totalmente diverse. Le categorie appartenenti a uno stesso phylum posseggono fondamentalmente un progetto corporeo simile, ma i phyla sono molto diversi l’uno dall’altro.
Dopo queste informazioni generali sulla classificazione biologica, consideriamo ora il problema di come e quando questi phyla emersero sulla terra.
I fossili smentiscono “l’albero della vita”
Per prima cosa consideriamo l’ipotesi darwinista. Come sappiamo, Darwin propose che la vita si fosse sviluppata da un solo antenato comune e che avesse assunto tutte le varietà attraverso una serie di piccolissimi cambiamenti. In tal caso, la vita sarebbe dovuta emergere prima in forme molto simili e semplici. E, secondo la stessa teoria, la differenziazione tra gli esseri viventi e la loro crescente complessità devono essere avvenute parallelamente nel corso del tempo.
In breve, secondo Darwin, la vita deve essere come un albero con una radice comune che poi si è diviso in rami diversi. E questa ipotesi è costantemente enfatizzata nelle fonti darwiniste che usano di frequente il concetto di “albero della vita”. Secondo questo concetto di albero, i phyla – le unità fondamentali della classificazione tra esseri viventi – vennero fuori per fasi, come nel diagramma a sinistra. Secondo il darwinismo, un phylum deve prima emergere e poi gli altri devono lentamente venir fuori con minimi cambiamenti nel corso di lunghissimi periodi di tempo. L’ipotesi darwinista è che il numero di phyla animali deve essere gradualmente cresciuto. Il diagramma a lato mostra il graduale aumento di numero di phyla animali secondo la visione darwinista.
Secondo Darwin la vita deve essersi sviluppata in questo modo. Ma è andata veramente così?
Assolutamente no. Proprio al contrario: gli animali sono stati molto diversi e complessi sin dal momento in cui emersero per la prima volta. Tutti i phyla animali conosciuti oggi emersero allo stesso tempo, alla metà del periodo geologico noto come periodo Cambriano. Il periodo Cambriano è un periodo geologico che si stima sia durato circa 65 milioni di anni tra 570 e 505 milioni di anni fa. Ma l’epoca dell’improvviso apparire dei maggiori gruppi animali rientra in una fase ancora più breve del Cambriano spesso detto la “esplosione cambriana”. Stephen C. Meyer, P. A. Nelson, e Paul Chien, in un articolo del 2001 basato su una dettagliata indagine letteraria, notarono che la “esplosione cambriana avvenne in una finestra eccezionalmente stretta del tempo geologico che durò non più di 5 milioni di anni”.
Prima di allora non c’è traccia nei reperti fossili se non di creature unicellulari e di alcune pluricellulari molto primitive. Tutti i phyla animali comparvero completamente formati tutti in una volta in un periodo molto breve rappresentato dalla esplosione cambriana (cinque milioni di anni è un periodo molto breve in termini geologici)!
I fossili rivenuti nelle rocce cambriane appartengono a creature diverse come lumache, trilobiti, spugne, meduse, stelle marine, molluschi, ecc. La maggior parte delle creature di questo strato hanno sistemi complessi e strutture avanzate come occhi, branchie e sistemi circolatori esattamente come quelli degli esemplari viventi. Queste strutture sono molto avanzate e allo stesso tempo molto diverse.
Richard Monastersky, un redattore della rivista ScienceNews, afferma quanto segue a proposito della “esplosione cambriana” che è una trappola mortale per la teoria evolutiva:
Mezzo miliardo di anni fa, … comparve all’improvviso la forma notevolmente complessa di animali che vediamo oggi. Questo momento, proprio all’inizio del periodo Cambriano, circa 550 milioni di anni fa, segna l’esplosione evolutiva che ha riempito i mari con le prime creature complesse del mondo.
Lo stesso articolo cita anche Jan Bergström, un paleontologo che ha studiato i primi depositi Cambriani a Chengjiang, in Cina dicendo: la fauna di Chengjiang dimostra che i grandi phyla animali di oggi erano già presenti all’inizio del Cambriano e che erano distinti come lo sono oggi.
In che modo la terra fu invasa da un così gran numero di specie animali tutto in una volta e come queste specie diverse senza alcun antenato comune potessero essere emerse è una domanda che resta senza risposta da parte degli evoluzionisti. Lo zoologo Richard Dawkins, dell’Università di Oxford, uno dei maggiori sostenitori al mondo dell’evoluzione, commenta questa realtà che mina alle fondamenta tutti gli argomenti che egli è andato difendendo:
per esempio di strati roccia cambriana… sono i più antichi in cui troviamo la maggior parte dei maggiori gruppi di invertebrati. E troviamo molti di essi in uno stadio di evoluzione avanzato, la prima volta che comparvero. È come se fossero semplicemente piantati lì, senza alcuna storia evolutiva.
Phillip Johnson, professore all’Università californiana di Berkeley, che è anche uno dei più famosi critici mondiali del darwinismo, descrive la contraddizione tra questa verità paleontologica e il darwinismo:
La teoria darwinista prevede un “cono di crescente diversità”, con il primo organismo vivente o la prima specie animale, che si diversificava gradualmente e continuamente fino a creare i livelli superiori dell’ordine tassonomico. Il reperto fossile animale somiglia più a questo cono rovesciato, con i phyla presenti all’inizio e che poi vanno decrescendo.
Come ha rivelato Phillip Johnson, lungi dall’essere vero che i phyla sono venuti fuori a fasi, in realtà essi vennero all’esistenza all’improvviso, e alcuni si estinsero persino nei periodi successivi. I diagrammi a pagina 610 mostrano la verità che il reperto fossile ha rivelato riguardo all’origine dei phyla.
Come si può vedere, nel Precambriano c’erano tre phyla differenti che consistevano di creature unicellulari. Ma nel periodo Cambriano, emersero all’improvviso da 60 a 100 diversi phyla animali. Nell’era successiva, alcuni di questi phyla si estinsero, e solo alcuni sono giunti fino ai giorni nostri.
Roger Lewin discute questo fatto straordinario che demolisce totalmente tutte le ipotesi darwiniste sulla storia della vita:
Descritto di recente come “l’evento evolutivo più importante dell’intera storia mesozoica”, l’esplosione cambriana diede vita virtualmente a tutte le più importanti forme degli organismi animali – Baupläne o phyla — che sarebbero esistite successivamente, comprese molte che furono “sradicate” e si estinsero. In confronto con i circa 30 phyla esistenti, alcune persone stimano che l’esplosione cambriana possa averne generati fino a 100.


Il letto fossile del Burgess Shale
Lewin continua a chiamare questo fenomeno straordinario dell’era Cambriana un “evento evolutivo”, a causa della fedeltà al darwinismo, ma è chiaro che le scoperte fino ad ora non possono essere spiegate con un approccio evolutivo.
Quello che è interessante è che nuovi ritrovamenti fossili rendono il problema del periodo Cambriano ancora più complicato. Nel numero di febbraio 1999, la rivista Trends in Genetics (TIG), un importante giornale scientifico, tratta questo argomento. In un articolo sul letto fossile di Burgess Shale della regione della Colombia Britannica, in Canada, si confessa che i reperti fossili in questa area non offrono alcun supporto alla teoria dell’evoluzione.
Il letto fossile di Burgess Shale è accettato come una delle più importanti scoperte paleontologiche dei nostri tempi. I fossili di molte specie diverse scoperti nel Burgess Shale comparvero sulla terra all’improvviso, senza che si fossero sviluppati da alcuna specie preesistente trovata negli strati precedenti. TIG esprime questo importante problema come segue:
Potrebbe sembrare strano che fossili di una piccola località, non importa quanto interessanti, si trovino al centro di un aspro dibattito su temi così ampi della biologia evolutiva. Il motivo è che gli animali irruppero nei reperti fossili con una profusione stupefacente durante il Cambriano, apparentemente dal nulla. Datazioni radiometriche sempre più precise e nuove scoperte fossili hanno solo precisato il carattere improvviso e l’ambito di questa rivoluzione biologica. L’enormità di questo cambiamento nel biota della Terra richiede una spiegazione. Sebbene siano state proposte molte ipotesi, l’idea generale è che nessuna è pienamente convincente.
Queste ipotesi “non totalmente convincenti” sono quelle dei paleontologi evoluzionisti. TIG cita due importanti autorità in questo contesto, Stephen Jay Gould e Simon Conway Morris. Entrambi hanno scritto libri per spiegare, dal punto di vista evoluzionista, l’ “improvvisa comparsa di esseri viventi”. Però, come evidenziato anche da TIG, né Wonderful Life di Gould né The Crucible of Creation: The Burgess Shale and the Rise of Animals di Simon Conway Morris hanno fornito una spiegazione per i fossili di Burgess Shale né per i fossili del periodo Cambriano in generale.

Apparizione simultanea di tutti i phyla
Un’indagine più approfondita dell’esplosione cambrianacambriana mostra quale grande dilemma essa crei per la teoria dell’evoluzione. Recenti scoperte indicano che quasi tutti i phyla, le divisioni animali più fondamentali, emersero all’improvviso nel periodo Cambriano. Un articolo pubblicato sulla rivista Science nel 2001 dice: “L’inizio del periodo Cambriano circa 545 milioni di anni fa, vide la comparsa improvvisa nei reperti fossili di quasi tutti i principali tipi di animali (phyla) che ancora oggi dominano il biota”. Lo stesso articolo nota che perché gruppi viventi così complessi e distinti possano essere spiegati secondo la teoria dell’evoluzione, dovrebbero essere stati trovati letti fossili molto ricchi, che mostrino un processo di sviluppo graduale, ma questo non si è ancora avverato:
Questa evoluzione e dispersione differenziale, inoltre, deve aver richiesto una precedente storia del gruppo per la quale non c’è alcun reperto fossile.
Il quadro presentato dai fossili cambriani confuta chiaramente le ipotesi della teoria dell’evoluzione. Douglas Futuyma, un eminente biologo evoluzionista, ammette tale realtà:
Gli organismi o sono comparsi sulla terra già completamente formati, oppure no. Se non lo erano, essi devono essersi sviluppati da specie preesistenti per mezzo di un processo di modificazione. Se apparvero in uno stato di completo sviluppo, devono essere stati creati da un‘intelligenza”.
I reperti fossili indicano chiaramente che gli esseri viventi non si evolvettero da forme primitive ad avanzate, ma emersero invece all’improvviso in uno stato completamente formato. Ciò dimostra che la vita non giunse all’esistenza attraverso processi naturali casuali.

I confronti molecolari approfondiscono l’impasse Cambriana dell’evoluzione
Un altro fatto che mette la teoria dell’evoluzione in profonda crisi quando si tratta dell’esplosione cambrianacambriana è il confronto genetico tra i diversi taxa viventi. I risultati di questi confronti rivelano che i taxa animali considerati “parenti stretti” dagli evoluzionisti fino a tempi recenti, sono in realtà geneticamente molto diversi. Ciò confuta totalmente l’ipotesi della “forma intermedia” che esiste solo in teoria. Un articolo pubblicato nella rivista statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences, nel 2000, riporta che recenti analisi del DNA hanno riorganizzato i taxa che nel passato venivano considerati “forme intermedie”:
L’analisi della sequenza del DNA suggerisce nuove interpretazioni dell’albero filogenico. I taxa, che si pensava rappresentassero gradi successivi della complessità alla base dell’albero metazoico, sono stati spostati in posizioni molto più alte all’interno dell’albero. Questo non lascia alcun “intermedio” evolutivo e ci costringe a ripensare la genesi della complessità bilaterale.
Nello stesso articolo gli scrittori evoluzionisti notano che i taxa, che erano considerati “intermedi” tra gruppi quali spunge, cnidarian e ctenofori, non possono più essere considerati tali a causa di queste nuove scoperte genetiche. Questi scrittori dicono di aver “perso la speranza” di costruire questi alberi di famiglie evolutive.
La nuova filogenia basata sulla molecola ha diverse implicazioni importanti. La principale è la scomparsa dei taxa “intermedi” tra spugne, cnidariani e ctenofori e l’ultimo antenato comune o “Urbilateria”. Un corollario è che abbiamo un ampio iato nel ramo che porta all’Urbilateria. Abbiamo perso la speranza, tanto comune nelle precedenti argomentazioni evoluzioniste, di ricostruire la morfologia “dell’antenato celomato” attraverso uno scenario che comporta gradi successivi di crescente complessità sulla base dell’anatomia di linee “primitive”.

I trilobiti contro Darwin
Una delle più interessanti tra le molte specie che comparvero all’improvviso nel periodo Cambriano è quella dei trilobiti, ora estinta. I trilobiti appartenevano al phylum degli Artropodi ed erano creature molto complicate con gusci duri, corpi articolati e organi complessi. I reperti fossili hanno dato la possibilità di fare studi molto dettagliati sugli occhi dei trilobiti. L’occhio dei trilobiti era costituito da centinaia di minuscole sfaccettature, ognuna delle quali conteneva due strati di lenti. Questa struttura è una vera meraviglia della natura. David Raup, professore di geologia a Harvard, a Rochester e all’Università di Chicago, dice: “450 milioni di anni fa, i trilobiti usavano una struttura ottimale che avrebbe richiesto un ingegnere ottico ben preparato e immaginifico per svilupparla oggi”.
La struttura straordinariamente complessa anche dei trilobiti è sufficiente da sola a invalidare il darwinismo, perché nessuna creatura complessa con strutture simili viveva nelle ere geologiche precedenti, il che dimostra che i trilobiti comparvero senza alcun processo evolutivo alla spalle. Un articolo di Science del 2001 dice:
L’analisi cladistica della filogenia degli artropodi ha rivelato che i trilobiti, come gli eucrustacea, sono “ramoscelli” piuttosto avanzati dell’albero degli artropodi. Ma i fossili di questi ipotetici artropodi ancestrali mancano. Anche se si scoprisse una prova di una precedente origine, resta una sfida spiegare perché tanti animali sarebbero cresciuti di dimensioni e avrebbero acquistato un guscio in un tempo così breve alla base del Cambriano.
Molto poco si sapeva circa la straordinaria situazione del periodo Cambiano, quando Darwin scriveva L’origine delle specie. Solo dopo i tempi di Darwin, i reperti fossili hanno rivelato che la vita era comparsa all’improvviso nel periodo Cambriano e che trilobiti e altri invertebrati giunsero all’esistenza tutto in una volta. Per questo motivo, Darwin non era in grado di trattare in pieno l’argomento nel libro. Ma toccò l’argomento sotto l’intestazione “Della subitanea comparsa di gruppi affini anche nei più antichi strati fossiliferi che si conoscano”, in cui scrisse quanto segue circa il periodo Siluriano (un nome che, all’epoca, comprendeva quello che ora chiamiamo il Cambriano):
Di conseguenza, se la mia teoria è vera, è incontestabile che, prima che fosse depositato lo strato siluriano inferiore, passarono lunghi periodi, uguali e forse anche più lunghi dell’intervallo intero che separa l’epoca siluriana dall’epoca presente; e che in questi estesi periodi di tempo, che ci sono interamente ignoti, il mondo formicolava di creature viventi. Alla domanda perché non troviamo reperti di questi vasti periodi primordiali non so dare una risposta soddisfacente.
Darwin disse; “se la mia teoria è vera, l’era [Cambriana] deve essere stata piena di esseri viventi”. Per quanto riguarda la domanda del perché non c’erano fossili di queste creature, egli cercò di cavarsela, in tutto il libro, dicendo che “i reperti fossili sono largamente mancanti”. Ma oggi i reperti fossili sono abbastanza completi e rivelano chiaramente che le creature del periodo Cambriano non avevano antenati. Questo significa che dobbiamo rifiutare la frase di Darwin che inizia con “se la mia teoria è vera”. Le ipotesi di Darwin non erano valide e per questo la sua teoria era errata.
I reperti del periodo Cambriano demoliscono il darwinismo sia con i corpi complessi dei trilobiti che con la simultanea comparsa di corpi molto diversi. Darwin scrisse “se numerose specie appartenenti agli stessi generi o alle stesse famiglie avessero veramente cominciato a vivere tutte in una volta, il fatto sarebbe fatale per la teoria della discesa con lente modificazioni che avvengono attraverso la selezione naturale.”cioè la teoria che sta al cuore del suo libro. Ma come abbiamo visto in precedenza, da 60 a 100 phyla animali diversi iniziarono a vivere nel periodo Cambriano, tutti assieme e allo stesso tempo, senza parlare di categorie minori come le specie. Questo dimostra che il quadro che Darwin aveva descritto come “fatale per la teoria”, è la realtà. Ecco perché il paleoantropologo evoluzionista svizzero Stefan Bengtson, che confessa la mancanza di anelli di congiunzione nel descrivere il periodo Cambriano, fa il seguente commento: “sconcertante (e imbarazzante) per Darwin, questo evento ci rende ancora perplessi”.
Un altro argomento che deve essere affrontato in relazione ai trilobiti è che la struttura composita degli occhi di queste creature di 530 milioni di anni fa è giunta fino ai giorni nostri completamente invariata. Alcuni insetti, come api e libellule, hanno la stessa struttura oculare. Questa scoperta infligge un altro colpo di grazia alla teoria dell’evoluzione secondo cui gli esseri viventi si sono evoluti dal primitivo al complesso.

L’origine dei vertebrati
Come abbiamo detto all’inizio, uno dei phyla che comparvero all’improvviso nel periodo Cambriano è quello dei Cordati, quelle creature con un sistema nervoso centrale contenuto in una scatola cranica e una notocorda o corda dorsale. I vertebrati sono un sottogruppo dei cordati. I vertebrati divisi in classi fondamentali come pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, sono probabilmente le creature più dominanti del regno animale.
Poiché i paleontologi evoluzionisti tentano di vedere ogni phylum come la continuazione evolutiva di un altro phylum, essi affermano che il phylum dei Cordati si sviluppò da un altro, quello degli invertebrati. Ma in realtà, come per tutti i phyla, i membri dei Cordati emersero nel periodo Cambriano invalidando questa affermazione dall’origine.
Come affermato prima, pesci fossili cambriani di 530 milioni di anni fa furono scoperti nel 1999 e questa stupefacente scoperta fu sufficiente a demolire tutte le affermazioni della teoria dell’evoluzione su questo argomento.
Il più vecchio esemplare del phylum dei Cordati identificato nel periodo Cambriano è una creatura marina chiamata Pikaia che con il suo lungo corpo ricorda a prima vista un verme. Le Pikaia emersero contemporaneamente a tutte le altre specie del phylum che potevano essere proposte come suoi antenati e senza alcuna forma intermedia. Il professor Mustafa Kuru, un biologo evoluzionista turco, dice nel suo libro vertebrati vertebrati:
Non c’è alcun dubbio che i Cordati si siano sviluppati dagli invertebrati. La mancanza di forme di transizione tra invertebrati e Cordati, però, fa fare alla gente molte ipotesi.
Se non c’è alcuna forma di transizione tra Cordati e invertebrati, come è possibile dire “non c’è alcun dubbio che i Cordati si svilupparono dagli invertebrati?” Accettare un’ipotesi che manca di prove di supporto senza manifestare alcun dubbio non è certamente un approccio scientifico ma dogmatico. Dopo questa dichiarazione, il professor Kuru discute l’ipotesi evoluzionista riguardante l’origine dei vertebrati e una volta ancora confessa che i reperti fossili dei Cordati consistono solo di spazi vuoti.
Le opinioni espresse in precedenza circa l’origine dei Cordati e l’evoluzione sono sempre affrontate con sospetto perchè non si basano su alcun reperto fossile.
I biologi evoluzionisti a volte affermano che il motivo per cui non esiste alcun reperto fossile le relativo alle origini dei vertebrati è perché gli invertebrati hanno tessuti molli e, di conseguenza, non lasciano tracce fossili. Questa spiegazione è completamente irreale perché c’è abbondanza di resti fossili di invertebrati. Quasi tutti gli organismi del periodo Cambriano erano invertebrati e sono state raccolte decine di migliaia di esemplari fossili. Per esempio ci sono molti fossili di creature dai tessuti molli nei letti di Burgess Shale in Canada (gli scienziati pensano che gli invertebrati si siano fossilizzati e i loro tessuti molli siano rimasti intatti in regioni come Burgess Shale perché erano stati coperti all’improvviso di fango a basso contenuto di ossigeno50).
La teoria dell‘evoluzione ipotizza che i primi Cordati come i Pikaia diventarono pesci.
Proprio come nel caso della presunta evoluzione dei Cordati, però, la teoria dell’evoluzione dei pesci manca anch’essa di prove fossili a sostegno. Al contrario, tutte le distinte classi di pesci emersero nei reperti fossili all’improvviso e completamente formate. Ci sono milioni di fossili di invertebrati e milioni di fossili di pesci ma nemmeno uno che sia a mezza strada tra di essi.
Robert Carroll ammette l’impasse evoluzionista sulle origini di diversi taxa tra i primi invertebrati.
Non abbiamo ancora prove della natura della transizione tra cefalocordati e craniati. I più antichi vertebrati adeguatamente conosciuti mostrano tutte le caratteristiche definite dei craniati che possiamo aspettarci si siano conservati nei fossili. Non si conosce alcun fossile che documenti l’origine dei vertebrati mandibolati.
Un altro paleontologo evoluzionista, Gerald T. Todd, ammette un fatto simile in un articolo dal titolo “Evolution of the Lung and the Origin of Bony Fishes”:
Tutte e tre le sottodivisioni di questi pesci ossei compaiono nei reperti fossili all’incirca allo stesso tempo. Sono già morfologicamente molto divergenti e sono fortemente corazzati. Come ebbero origine? Che cosa consentì loro di divergere tanto? Come arrivarono tutti ad avere una pesante corazza? E perché non c’è traccia di forme precedenti intermedie?

L’origine dei tetrapodi
I quadrupedi (o Tetrapodi) è il nome generico dato ad animali vertebrati che abitano sulla terra. Anfibi, rettili, uccelli e mammiferi sono compresi in questa classe. L’ipotesi della teoria dell’evoluzione riguardo ai quadrupedi sostiene che questi esseri viventi si siano sviluppati da pesci che vivevano nel mare. Questa affermazione, però, presenta contraddizioni sia in termini fisiologici che anatomici. Inoltre manca di qualsiasi base nei reperti fossili.
Un pesce avrebbe dovuto subire grosse modifiche per adattarsi alla terra. Fondamentalmente i suoi sistemi respiratori, secretivi e scheletrici avrebbero dovuto tutti modificarsi. Le branchie avrebbero dovuto trasformarsi in polmoni, le pinne avrebbero dovuto acquisire le funzioni di piedi in modo da poter sostenere il peso del corpo, e i reni e l’intero sistema secretivo si sarebbero dovuti trasformare in modo da funzionare in un ambiente terrestre, mentre la pelle avrebbe dovuto acquisire una nuova struttura per prevenire la perdita di acqua. Se non fossero avvenute tutte queste cose, un pesce sarebbe potuto sopravvivere sulla terra solo per pochi minuti.
Quindi, in che modo l’opinione evoluzionista spiega l’origine di animali che abitano sulla terra? Alcuni superficiali commenti nella letteratura evoluzionista si basano principalmente sulla logica di Lamarck. Per esempio, riguardo alla trasformazione delle pinne in piedi, essi dicono, “proprio quando i pesci iniziarono a strisciare sulla terra, le pinne gradualmente divennero piedi”. Ali Demirsoy, uno dei più importanti scienziati evoluzionisti della Turchia, scrive quanto segue: “forse le penne dei pesci dotati di polmoni diventarono piedi di anfibi quando essi strisciavano nell’acqua fangosa”.
Come detto prima, questi commenti si basano sulla logica di Lamarck dal momento che il commento si fonda essenzialmente sul miglioramento di un organo attraverso l’uso e il trasferimento di questa caratteristica alle generazioni successive. Sembra che la teoria postulata da Lamarck, che era crollata un secolo fa, abbia ancora oggi una forte influenza sull’inconscio dei biologi evoluzionisti.
Se mettiamo da parte questi scenari lamarchiani, e quindi non scientifici, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione agli scenari basati sulla mutazione e sulla selezione naturale. Quando si esaminano questi meccanismi, però, si può vedere che la teoria del passaggio dall’acqua alla terra è in una completa impasse.
Immaginiamo in che modo un pesce potrebbe emergere dall’acqua e adattarsi alla terra: se il pesce non subisce una rapida modifica nei sistemi respiratorio, secretivo e scheletrico, inevitabilmente muore. La catena di mutazioni, che è necessario avvenga, deve immediatamente fornire al pesce polmoni e reni terrestri. Similmente questo meccanismo deve trasformare le pinne in piedi e fornire la struttura cutanea che trattiene l’acqua all’interno del corpo. Inoltre, questa catena di mutazioni deve aver luogo durante la vita di un singolo animale.
Nessun biologo evoluzionista sosterrebbe mai una tale catena di mutazioni. La natura non plausibile e senza senso dell’idea stessa è ovvia. Nonostante ciò, gli evoluzionisti presentano il concetto di “preadattamento” che significa che i pesci acquisiscono le caratteristiche di cui hanno bisogno mentre sono ancora in acqua. In breve, la teoria dice che i pesci acquisiscono le caratteristiche di animali che vivono sulla terra prima ancora di sentire il bisogno di queste caratteristiche, mentre ancora vivono nel mare.
Un tale scenario, però, è privo di logica anche se osservato dal punto di vista della teoria dell’evoluzione. Certamente acquisire le caratteristiche di un animale che vive sulla terra non sarebbe un vantaggio per un animale marino. Di conseguenza, l’affermazione che queste caratteristiche si presentarono attraverso la selezione naturale non si fonda su alcun terreno razionale. Al contrario, la selezione naturale avrebbe eliminato qualunque creatura che subisse un “preadattamento” perché acquisire tratti che consentissero a tale creatura di vivere sulla terra, le avrebbe sicuramente provocato uno svantaggio nel mare.
In breve, lo scenario del “passaggio dal mare alla terra” è in un vicolo cieco. Ecco perché Henry Gee, editor di Nature, considera questo scenario un racconto non scientifico:
Le narrazioni convenzionali sull’evoluzione, sugli ‘anelli mancanti’, sono intrinsecamente non suscettibili di essere messe alla prova, perché gli eventi hanno avuto un solo corso – quello implicito nella stessa narrazione. Se la narrazione riguarda il modo in cui un gruppo di pesci strisciò sulla terra e sviluppò le zampe, si è costretti a vedere questo come un evento avvenuto un’unica volta, perché è così che va la narrazione. Si può sottoscrivere questa narrazione o no. Non ci sono alternative.
L’impasse non deriva solo dai presunti meccanismi dell’evoluzione ma anche dai reperti fossili o dallo studio dei tetrapodi viventi. Robert Carroll deve ammettere che “né i reperti fossili né lo studio dello sviluppo dei generi moderni forniscono ancora un quadro completo del modo in cui si sono evolute le membra accoppiate dei tetrapodi”.
Si afferma che parecchi generi di pesci e anfibi rappresentino il passaggio da pesci a tetrapodi, ma nessuno di questi presenta caratteristiche di forme di transizione.
Gli storici evoluzionisti della natura fanno riferimento ai celecanti (e ai parenti vicini, i ripidisti, estinti) come ai più probabili antenati dei quadrupedi. Questi pesci appartengono alla sottoclasse dei crossopterigi. Gli evoluzionisti investono in loro tutte le proprie speranze, semplicemente perché le loro pinne hanno strutture relativamente “carnose”. Tuttavia questi pesci non sono forme di transizione e ci sono enormi differenze anatomiche e fisiologiche tra questa classe e gli anfibi.
È a causa delle enormi differenze anatomiche tra loro che i pesci non possono essere considerati gli antenati evolutivi degli anfibi. I due esempi preferiti della maggior parte degli scenari evolutivi contemporanei riguardanti le origini dei tetrapodi sono l’Eusthenopteron (un pesce estinto) e lo Acanthostega (un anfibio estinto). Robert Carroll, nel suo Patterns and Processes of Vertebrate Evolution, fa il seguente commento su queste forme ipoteticamente imparentate tra di loro:
L’Eusthenopteron e l’Acanthostega possono essere presi come i punti finali del passaggio tra pesci e anfibi. Delle 145 caratteristiche anatomiche che potrebbero essere messe a confronto tra questi due generi, 91 mostravano cambiamenti associati all’adattamento alla vita sulla terra… Questo è di gran lunga superiore al numero di cambiamenti che sono avvenuti in ognuna delle transizioni che coinvolgono l’origine dei quindici principali gruppi di tetrapodi paleozoici.
Novantuno differenze su 145 caratteristiche anatomiche… E gli evoluzionisti credono che tutte furono riprogettate attraverso un processo di mutazioni casuali in circa 15 milioni di anni. Credere a un tale scenario potrebbe essere necessario per amore della teoria dell’evoluzione, ma non è scientificamente e razionalmente fondato. Questo è vero per tutte le altre versioni dello scenario pesci-anfibi, che differiscono secondo i candidati scelti come forme di transizione. Henry Gee, l’editor di Nature, fa un commento simile sullo scenario che si basa sullo Ichthyostega, un altro anfibio estinto con caratteristiche molto simili a quelle dell’Acanthostega:
L’affermazione che l’Ichthyostega sia un anello mancante tra pesci e successivi tetrapodi rivela ancora di più sui pregiudizi che abbiamo riguardo le creature che si suppone siano oggetto di studio. Dimostra quanto ci risulta imposta una visione ristretta della realtà, basata sulla nostra esperienza limitata. quando la realtà può essere più ampia, più strana e più diversa di quanto possiamo immaginare.
Un’altra caratteristica notevole delle origini degli anfibi è l’improvvisa comparsa delle tre categorie anfibie di base. Carroll nota che “i primi fossili di rane, cecilie e salamandre comparvero tutti tra il primo e il medio Giurassico. Tutti mostrano la maggior parte degli attributi importanti dei loro discendenti viventi”. In altre parole questi animali comparvero all’improvviso e non hanno subito alcuna evoluzione da allora.
Speculazioni sui celecanti
I pesci appartenenti alla famiglia dei celecanti erano una volta accettati come prova forte dell’esistenza di forme di transizione. Basando le loro argomentazioni sui celecanti fossili, i biologi evolutivi proposero che questo pesce avesse un polmone primitivo (non completamente funzionante). Molte pubblicazioni scientifiche affermavano questo fatto insieme a disegni che mostravano in quali modi i celecanti erano passati sulla terra dall’acqua. Tutto ciò si basava sull’ipotesi secondo cui il celecanto era una specie estinta.
Il 22 dicembre 1938, però, fu fatta una scoperta molto interessante nell’Oceano Indiano. Fu catturato un esemplare vivente della famiglia dei celecanti, presentato in precedenza come forma di transizione estinta 70 milioni di anni fa! La scoperta di un esemplare vivente di celecanto sconvolse gli evoluzionisti. Il paleontologo evoluzionista J. L. B. Smith disse, “se avessi incontrato un dinosauro per la strada non sarei stato più stupefatto”. Negli anni a venire, furono catturati 200 celecanti, molte volte in diverse parti del mondo.
I celecanti viventi rivelarono quanto infondate fossero le speculazioni su di loro. Al contrario di quanto era stato affermato, i celecanti non avevano né polmoni primitivi né un grosso cervello. L’organo che i ricercatori evoluzionisti avevano proposto come polmoni primitivi si rivelò essere nient’altro che una vescica natatoria piena di grasso.61 Inoltre il celecanto, che fu presentato come “un candidato rettile pronto a passare dal mare alla terra”, era in realtà un pesce che viveva nelle profondità degli oceani e non si avvicinava mai a meno di 180 metri della superficie.
A seguito di ciò, il celecanto improvvisamente perse tutta la sua popolarità nelle pubblicazioni evoluzioniste. Peter Forey, un paleontologo evoluzionista, dice, in articolo su Nature:
la scoperta dei Latimeria suscitò la speranza di raccogliere informazioni dirette del passaggio dei pesci in anfibi perché allora c’era una credenza fortemente sostenuta che i celecanti fossero vicini ad essere antenati dei tetrapodi. Ma studi sull’anatomia e sulla fisiologia dei Latimeria hanno scoperto che questa teoria della parentela è manchevole e la reputazione del celecanto vivente come anello mancante sembra ingiustificata.
Questo significò che l’affermazione di una forma di transizione tra pesci e anfibi era stata demolita.

Ostacoli fisici al passaggio dall’acqua alla terra
L’affermazione secondo cui i pesci sarebbero gli antenati di creature che abitano sulla terra è invalidata da osservazioni anatomiche e fisiologiche nonché dai reperti fossili. Quando esaminiamo le enormi differenze anatomiche e fisiologiche tra creature che abitano l’acqua e quelle che abitano la terra, possiamo vedere che queste differenze non potrebbero essere scomparse in un processo evolutivo con cambiamenti graduali basati sul caso. Possiamo elencare le più evidenti di queste differenze come segue:
1- Sostegno del peso: le creature che abitano nel mare non hanno problemi a sostenere il proprio peso, ma le strutture del loro corpo non sono fatte per tale compito sulla terra. La maggior parte delle creature terrestri, infatti, consuma il 40 percento delle proprie energie solo per portare il giro il proprio corpo. Le creature che si afferma abbiano fatto il passaggio dall’acqua alla terra avrebbero dovuto sviluppare allo stesso tempo nuovi sistemi muscolari e ossei per soddisfare questi bisogni energetici e questo non potrebbe essere avvenuto attraverso mutazioni casuali.
Il motivo di base per cui gli evoluzionisti immaginano il celecanto e altri pesci simili come antenati di creature che abitano sulla terra è che le loro pinne contengono ossa. Si presume che nel tempo, queste pinne siano diventate piedi in grado di sopportare il peso. C’è, però, una differenza fondamentale tra le ossa di questi pesci e i piedi delle creature che abitano sulla terra. È impossibile che le prime assumano una funzione di sostegno del peso, perché non sono collegate alla colonna vertebrale. Le ossa delle creature che abitano sulla terra, al contrario, sono direttamente collegate alla colonna vertebrale. Per questo motivo, l’affermazione che tali pinne si trasformarono lentamente in piedi è infondata.
2- Conservazione del calore: sulla terra la temperatura può cambiare rapidamente e fluttuare entro una gamma molto vasta. Le creature che vivono sulla terra possiedono un meccanismo fisico che può sopportare grandi cambiamenti di temperatura. Nel mare, però, la temperatura cambia lentamente ed entro una gamma ristretta. Un organismo vivente con un sistema corporeo regolato secondo la temperatura costante del mare avrebbe avuto bisogno di acquisire un sistema protettivo per subire meno danni dai cambiamenti di temperatura sulla terra. È pretestuoso affermare che i pesci acquisirono un tale sistema attraverso mutazioni casuali appena passarono sulla terra.
3- Acqua: essenziale per il metabolismo, l’acqua deve essere usata con parsimonia, a causa della relativa scarsità sulla terra. Per esempio, la pelle deve essere in grado di consentire una certa dispersione dell’acqua, impedendo allo stesso tempo l’eccessiva evaporazione. Ecco perché le creature che vivono sulla terra hanno sete, al contrario delle creature che vivono nel mare. Per questo motivo la pelle degli animali che vivono nel mare non è adatta a un habitat non acquatico.
4- Reni: gli organismi che vivono nel mare scaricano i materiali di rifiuto, specialmente l’ammoniaca, per mezzo dell’ambiente acquatico. Nei pesci di acqua dolce, la maggior parte dei residui di azoto (compresi grandi quantitativi di ammoniaca, NH3) fuoriesce per diffusione dalle branchie. I reni rappresentano principalmente un dispositivo per conservare l’equilibrio acquoso dell’animale, più che un organo di secrezione. I pesci marini ne hanno due tipi: squali e razze possono sopportare livelli di urea molto alti nel sangue. Il sangue degli squali può contenere il 2,5% di urea a differenza dello 0,01-0,03% di altri vertebrati. Gli altri tipi, cioè i pesci ossei marini, sono molto diversi. Essi perdono acqua in continuazione, ma la sostituiscono bevendo l’acqua del mare e desalinizzandola. Per eliminare gli eccessi o i soluti di scarto, fanno affidamento su sistemi secretivi che sono molto diversi da quelli dei vertebrati terrestri. Perché fosse avvenuto il passaggio dall’acqua alla terra, quindi, gli esseri viventi senza reni avrebbero dovuto sviluppare improvvisamente un sistema renale.
5- Sistema respiratorio: i pesci “respirano” prendendo l’ossigeno sciolto nell’acqua che lasciano passare attraverso le branchie. Non possono vivere più di pochi minuti fuori dall’acqua. Per sopravvivere sulla terra avrebbero dovuto acquisire all’improvviso un sistema polmonare perfetto.
È del tutto impossibile che tali drastici cambiamenti fisiologici possano essere avvenuti nello stesso organismo contemporaneamente e per caso.


L’origine dei rettili
Dinosauri, tartarughe, lucertole, coccodrilli – tutti questi ricadono sotto la classe dei rettili. Alcuni, come i dinosauri, sono estinti, ma la maggioranza di queste specie vive ancora sulla terra. I rettili hanno alcune caratteristiche peculiari. Per esempio, i loro corpi sono coperti di scaglie e sono a sangue freddo, il che significa che non possono regolare in modo fisiologico la temperatura corporea (questo è il motivo per cui espongono il corpo alla luce del sole per scaldarsi). La maggior parte si riproduce deponendo uova.
Per quanto riguarda l’origine di queste creature, l’evoluzione è ancora una volta in un’impasse. I darwinisti affermano che i rettili si svilupparono dagli anfibi. Non è stata però mai fatta alcuna scoperta per verificare una tale affermazione. Al contrario, il confronto tra gli anfibi e i rettili dimostra che ci sono enormi differenze fisiologiche tra i due e che un “mezzo rettile – mezzo anfibio” non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere.
Un esempio delle differenze fisiologiche tra questi due gruppi è la diversa struttura delle loro uova. Gli anfibi depongono le uova nell’acqua ed esse sono gelatinose, con una membrana trasparente e permeabile. Queste uova hanno la struttura ideale per svilupparsi nell’acqua. I rettili, d’altro canto, depongono le uova sulla terra e, di conseguenza, le loro uova sono adatte per sopravvivere là. Il guscio duro delle uova dei rettili, noto anche come “uovo amniotico”, consente l’ingresso dell’aria ma è impermeabile all’acqua. In questo modo, l’acqua necessaria per lo sviluppo dell’animale viene tenuta all’interno dell’uovo.
Se le uova degli anfibi fossero deposte sulla terra, si asciugherebbero immediatamente uccidendo l’embrione. Questo non può essere spiegato nei termini dell’evoluzione che asserisce che i rettili si svilupparono gradualmente dagli anfibi. Infatti, perché la vita potesse cominciare sulla terra, l’uovo degli anfibi avrebbe dovuto diventare di tipo amniotico entro il periodo di vita di una sola generazione. In che modo un tale processo sia potuto avvenire per mezzo della selezione naturale e delle mutazioni – i meccanismi dell’evoluzione – è inspiegabile. Il biologo Michael Denton spiega i dettagli dell’impasse evoluzionista su questo punto:
Ogni testo sull’evoluzione asserisce che i rettili si sono evoluti dagli anfibi, ma nessuno spiega come l’adattamento più peculiare dei rettili, l’uovo amniotico, sia venuto fuori gradualmente come risultato di successivi accumuli di piccoli cambiamenti. L’uovo amniotico dei rettili è molto più complesso di quello degli anfibi. Ci sono a stento due uova in tutto il regno animale che differiscono in modo più fondamentale…L’origine dell’uovo amniotico e la transizione dagli anfibi ai rettili è un’altra delle importanti divisione dei vertebrati per cui non sono mai stati forniti schemi evolutivi chiaramente elaborati. Cercando di spiegare, per esempio, in che modo il cuore e gli archi aortici di un anfibio potrebbero essersi gradualmente convertiti in quelli dei rettili e nelle condizioni dei mammiferi solleva problemi assolutamente terribili.
Né i reperti fossili forniscono alcuna prova per confermare l‘ipotesi evoluzionista riguardo all’origine dei rettili.
Robert L. Carroll è obbligato ad accettare ciò. Nella sua opera classica Vertebrate Paleontology and Evolution, egli ha scritto che “i primi amnioti sono sufficientemente distinti da tutti gli anfibi paleozoici e la loro specifica ascendenza non è stata stabilita”.65 Nel suo libro più recente Patterns and Processes of Vertebrate Evolution, pubblicato nel 1997, egli ammette che “l’origine dei moderni ordini degli anfibi (e) la transizione tra i primi tetrapodi” sono ancora scarsamente note insieme con l’origine di molti altri gruppi maggiori.
Lo stesso fatto è riconosciuto da Stephen Jay Gould:
Nessun anfibio fossile sembra chiaramente antenato della linea dei vertebrati pienamente terrestri (rettili, uccelli, e mammiferi).
Finora, il più importante animale presentato come “antenato dei rettili” è stata la Seymouria, una specie di anfibio. Il fatto che la Seymouria non potesse essere una forma di transizione è stato però rivelato dalla scoperta che i rettili esistevano sulla terra circa 30 milioni di anni prima che la Seymouria vi apparisse per la prima volta. Le più antiche Seymourie fossili sono stati trovate nello strato del Permiano inferiore, cioè 280 milioni di anni fa. Invece le specie di rettili più antichi conosciuti, l’Hylonomus e il Paleothyris, furono trovati negli strati inferiori del Pennsylvaniano, il che li rende vecchi di 315-330 milioni di anni68. È certamente non plausibile che lo “antenato dei rettili” vivesse successivamente ai primi rettili.
In breve, questi esseri viventi comparvero sulla terra all’improvviso e pienamente formati.

Serpenti e tartarughe
Inoltre ci sono confini insormontabili tra ordini di rettili molto diversi come serpenti, coccodrilli, dinosauri e lucertole. Ciascuno di questi ordini diversi compare all’improvviso nei reperti fossili e con strutture molto diverse. Osservando le strutture molto diverse di questi gruppi, gli evoluzionisti arrivano ad immaginare i processi evolutivi che potrebbero essere avvenuti. Ma queste ipotesi non si riflettono nei reperti fossili. Per esempio, un‘ipotesi evolutiva molto diffusa è che i serpenti si evolvettero da lucertole che persero gradualmente le zampe. Ma gli evoluzionisti non sono in grado di rispondere alla domanda su quali “vantaggi” avrebbe tratto una lucertola che cominciasse a perdere gradualmente le zampe e sul modo in cui questa creatura poteva essere “preferita” dalla selezione naturale.
Resta da dire che i serpenti più antichi che si conoscano non hanno alcuna caratteristica di “forma intermedia” e che non sono diversi dai serpenti dei giorni nostri, Il fossile di serpente più antico che si conosca è la Dinilysia, trovato nelle rocce del Cretaceo superiore in Sud America. Robert Carroll accetta che questa creatura “mostra una fase di evoluzione abbastanza avanzata di queste caratteristiche [le caratteristiche specializzate del cranio dei serpenti]” in altre parole che già possedeva tutte le caratteristiche dei serpenti dei giorni nostri.
Un altro ordine di rettili è quello delle tartarughe che emersero nei reperti fossili insieme con i gusci che sono tanto caratteristici delle stesse. Le fonti evoluzioniste affermano che “sfortunatamente le origini di questo ordine di gran successo sono oscurate dalla mancanza di fossili antichi, sebbene le tartarughe lascino resti fossili più numerosi e migliori rispetto ad altri invertebrati. Entro la metà del periodo giurassico (circa 200.000.000 anni fa) le tartarughe erano numerose e in possesso delle loro caratteristiche di base…Forme intermedie tra tartarughe e cotilosauri, i rettili da cui [si suppone]derivarono le tartarughe, mancano completamente”.
Quindi Robert Carroll è anche costretto a dire che le prime tartarughe si incontrano nelle formazioni triassiche in Germania e che queste si distinguevano facilmente dalle altre specie grazie al guscio duro che era molto simile a quello degli esemplari che vivono oggi. Va poi avanti affermando che nessuna traccia di tartarughe precedenti o più primitive è stata mai identificata, sebbene le tartarughe si fossilizzino molto facilmente e siano facilmente riconoscibili, anche se ne trovano parti molto piccole.
Tutti questi tipi di esseri viventi emersero all’improvviso e in modo indipendente.

Rettili volanti
Un gruppo interessante nella classe dei rettili è costituito da quelli volanti. Questi emersero per la prima volta 200 milioni di anni fa nel Triassico superiore, ma successivamente si estinsero. Queste creature erano rettili perché avevano tutte le caratteristiche fondamentali della classe. Erano a sangue freddo (cioè non erano in grado di regolare il calore interno) e i loro corpi erano ricoperti di scaglie. Ma avevano ali possenti e si pensava che questo consentisse loro di volare.
I rettili volanti sono ritratti in alcune popolari pubblicazioni evoluzioniste come scoperte paleontologiche che supportano il darwinismo – almeno è l’impressione che danno. L’origine dei rettili volanti, però, è in realtà un vero problema per la teoria dell’evoluzione. La più chiara indicazione di ciò è che i rettili volanti comparvero improvvisamente e completamente formati senza alcuna forma intermedia tra loro e i rettili terrestri. I rettili volanti possedevano ali che nessun rettile terrestre possedeva. Nessuna creatura semialata è stata mai incontrata nei reperti fossili.
In ogni caso, nessuna creatura semialata potrebbe essere vissuta perché se immaginarie creature fossero esistite, avrebbero avuto gravi svantaggi rispetto agli altri rettili, avendo perso le zampe anteriori ma essendo comunque incapaci di volare. In tal caso, secondo le stesse regole dell’evoluzione, sarebbero state eliminate e si sarebbero estinte.
Infatti, quando si esaminano le ali dei rettili volanti, si nota che hanno strutture così perfette da non poter essere mai attribuite all’evoluzione. Proprio come gli altri rettili hanno cinque dita sulle zampe anteriori, i rettili volanti hanno cinque dita sulle ali. Ma il quarto dito è circa 20 volte più lungo degli altri e l’ala sporge da sotto quel dito. Se i rettili terrestri si fossero evoluti in rettili volanti, allora questo quarto dito avrebbe dovuto crescere gradualmente, col passar del tempo. Non solo il quarto dito, ma tutta la struttura dell’ala avrebbe dovuto svilupparsi con mutazioni casuali e tutto il processo avrebbe dovuto apportare qualche vantaggio alla creatura. Duane T. Gish, uno dei principali critici della teoria dell’evoluzione a livello paleontologico, fa questo commento:
La nozione stessa di un rettile terrestre che possa essersi gradualmente convertito in un rettile volante è assurda. Le strutture incipienti, semi-evolute, piuttosto che confermare i vantaggi per le fasi intermedie, sarebbero state un grosso svantaggio. Per esempio, gli evoluzionisti suppongono che, per quanto possa sembrare strano, avvennero mutazioni che influenzarono solo il quarto dito, poco per volta. Naturalmente altre mutazioni casuali, avvenute contemporaneamente, per quanto possa sembrare incredibile furono responsabili della graduale origine della membrana alare, dei muscoli del volo, dei tendini, dei nervi, dei vasi sanguigni e delle altre strutture necessarie a formare le ali. In qualche fase, il rettile volante in evoluzione, avrebbe avuto ali al 25 percento. Questa strana creatura, però, non sarebbe mai sopravvissuta. A che servono ali al 25 percento? Ovviamente la creatura non poteva volare e non poteva più correre…
In breve, è impossibile spiegare le origini dei rettili volanti con i meccanismi dell’evoluzione darwinista. E, infatti, i reperti fossili rivelano che non ebbe luogo alcun processo evolutivo. Gli strati fossili contengono solo rettili di terra come quelli che conosciamo oggi e rettili volanti perfettamente sviluppati. Non c’è alcuna forma intermedia. R. Carroll, come evoluzionista, fa la seguente ammissione:
…tutti gli pterosauri del Triassico erano altamente specializzati per il volo… Essi forniscono poche prove della loro specifica discendenza e nessuna di fasi precedenti nell’origine del volo.
Più di recente, Carroll nel suo Patterns and Processes of Vertebrate Evolution, mette l’origine degli pterosauri tra le transizioni importanti di cui non si sa molto.
Come si può vedere, non c’è alcuna prova dell’evoluzione dei rettili volanti. Poiché per la maggior parte delle persone il termine “rettile” indica solo quelli che vivono sulla terra, popolari pubblicazioni evoluzioniste cercano di dare l’impressione che i rettili svilupparono le ali e iniziarono a volare. Resta il fatto, però, che sia i rettili abitanti sulla terra che quelli volanti comparvero senza alcuna relazione evolutiva tra loro.

Rettili marini
Un’altra interessante categoria nella classificazione dei rettili è quella dei rettili marini. La grande maggioranza di queste creature si è estinta, sebbene le tartarughe siano un esempio di un gruppo che è sopravvissuto. Come nel caso dei rettili volanti, l’origine dei rettili marini è qualcosa che non può essere spiegato con un approccio evolutivo. Il rettile marino più importante che si conosce è la creatura nota come ittiosauro. Nel loro libro Evolution of the Vertebrates, Edwin H. Colbert e Michael Morales, ammettono il fatto che non può essere data alcuna spiegazione evolutiva per l’origine di queste creature.
Gli ittiosauri, sotto molti aspetti i più altamente specializzati tra i rettili marini, comparvero all’inizio dei primi tempi triassici. Il loro avvento nella storia geologica dei rettili fu improvviso e drammatico, non c’è alcun esempio nei sedimenti pre-triassici come possibile antenato degli ittiosauri…Il problema di base delle parentele dell’ittiosauro è che non può essere fornita alcuna prova conclusiva per collegare questi rettili a qualsiasi altro ordine di rettili. Così Alfred S. Romer, un altro esperto di storia naturale dei vertebrati scrive:
Non si conosce alcuna forma precedente [di ittiosauri]. Le peculiarità della struttura degli ittiosauri richiederebbero apparentemente un lungo tempo per lo sviluppo e quindi un’origine molto antica del gruppo ma non si conosce alcun rettile permiano antecedente ad esso.
Ancora, Carroll deve ammettere che l’origine degli ittiosauri e dei notosauri (un’altra famiglia di rettili acquatici), è tra i molti casi “poco conosciuti” per gli evoluzionisti.
In breve, le diverse creature che ricadono sotto la classificazione di rettili giunsero all’esistenza sulla terra senza alcuna relazione evolutiva tra di loro. Come vedremo a tempo debito, la stessa situazione si applica ai mammiferi: ci sono mammiferi volanti (pipistrelli) e mammiferi marini (delfini e balene). Questi diversi gruppi, però, sono lungi dall’essere prova dell’evoluzione. Essi rappresentano piuttosto serie difficoltà che l’evoluzione non può spiegare perché in tutti i casi le diverse categorie tassonomiche comparvero sulla terra improvvisamente, senza alcuna forma intermedia tra di loro e con tutte le diverse strutture già intatte.

LA VERA STORIA NATURALE – II

UCCELLI E MAMMIFERI
Sulla terra ci sono migliaia di specie di uccelli. Ognuna di esse ha caratteristiche distinte. Per esempio, i falchi hanno vista acuta, ali ampie e artigli acuminati, mentre i colibrì, con i loro lunghi becchi, succhiano il nettare dai fiori.
Altri migrano coprendo lunghe distanze fino a specifici posti del mondo. Ma la caratteristica più importante che distingue gli uccelli dagli altri animali è il volo. La maggior parte degli uccelli ha la capacità di volare.
In che modo gli uccelli giunsero all’esistenza? La teoria dell’evoluzione cerca di dare una risposta con un lungo scenario. Secondo questa versione, i rettili sarebbero gli antenati degli uccelli. Circa 150-200 milioni di anni fa, gli uccelli si sarebbero evoluti dai loro antenati rettili. I primi uccelli avrebbero avuto abilità di volo molto scarse. Tuttavia, durante il processo evolutivo, le penne avrebbero sostituito la spessa pelle di questi antichi uccelli, in origine ricoperti di scaglie. Le zampe anteriori si sarebbero coperte completamente di penne e sarebbero diventate ali. Come risultato di una graduale evoluzione, alcuni rettili si sarebbero adattati a volare, diventando gli uccelli di oggi.
Questo scenario viene presentato nelle fonti evolutive come un fatto accertato. Uno studio approfondito dei dettagli dei dati scientifici, però, indica che lo scenario si basa più sulla immaginazione che sulla realtà.

Le origini del volo secondo gli evoluzionisti 
Il modo in cui i rettili, come creature abitanti la terra, siano arrivati a volare è un tema che ha suscitato notevoli speculazioni tra gli evoluzionisti. Ci sono due teorie principali. La prima ipotizza che gli antenati degli uccelli siano scesi a terra dagli alberi. Di conseguenza si suppone che questi antenati fossero rettili che vivevano sulla cima degli alberi e che fossero giunti gradualmente a possedere le ali perché saltavano da un ramo all’altro. Questa è nota come la teoria arborea. L’altra, la teoria cursoria (o della “corsa”), suggeriva che gli uccelli fossero passati in aria dalla terra.
Entrambe queste teorie, però, si basano su interpretazioni speculative e non c’è alcuna prova che le supporti. Gli evoluzionisti hanno congetturato una soluzione semplice per questo problema: semplicemente immaginano che la prova esista. Il professor John Ostrom, capo del dipartimento di geologia dell’Università di Yale, che ha proposto la teoria cursoria, spiega questo approccio:
Non esiste alcuna evidenza fossile di proavis. È un pre-uccello puramente ipotetico, ma deve essere esistito. Questa forma di transizione che la teoria arborea ipotizza che “deve essere vissuta” non è stata mai trovata. La teoria cursoria è ancora più problematica. L’assunto di base della teoria è che le zampe anteriori di alcuni rettili diventarono gradualmente ali perché essi agitavano le zampe per catturare gli insetti. Non viene, però, fornita alcuna spiegazione del modo in cui l’ala, un organo altamente complesso, sia giunta all’esistenza come risultato di questo sbattere.
Un enorme problema per la teoria dell’evoluzione è l’irriducibile complessità delle ali. Solo una struttura perfetta consente alle ali di funzionare, un’ala “sviluppata a metà” non può farlo. In questo contesto, il modello dello “sviluppo graduale” – il meccanismo peculiare postulato dall’evoluzione – non ha senso. Quindi Robert Carroll è costretto ad ammettere che “è difficile spiegare l’evoluzione iniziale delle penne come elementi dell’apparato di volo, perché è difficile vedere in che modo esse potevano funzionare fino a che non avessero raggiunto le grandi dimensioni viste nell‘Archaeopteryx”. Poi egli ipotizza che le penne potevano essersi evolute per isolamento ma questo non spiega la loro complessa struttura che è specificamente forgiata per volare.
È essenziale che le ali siano strettamente fissate al petto e che posseggano una struttura in grado di sollevare l’uccello e consentirgli di muoversi in tutte le direzioni nonché di restare in aria. È essenziale che ali e penne abbiano una struttura leggera, flessibile e ben proporzionata. A questo punto l’evoluzione è di nuovo in un dilemma. Non risponde alla domanda sul modo in cui questa anatomia perfetta delle ali possa essere venuta fuori come risultato di un accumularsi di mutazioni casuali. Allo stesso modo non offre alcuna spiegazione del modo in cui le zampe anteriori dei rettili siano diventate ali perfette come risultato di un difetto (mutazione) nei geni.
Un’ala formata a metà non può volare. Di conseguenza, anche se presumiamo che la mutazione abbia portato a un piccolo cambiamento nelle zampe anteriori, resta ancora irragionevole ipotizzare che ulteriori mutazioni abbiano contribuito in modo coincidente allo sviluppo di un’ala completa. Questo perché una mutazione delle zampe anteriori non avrebbe prodotto una nuova ala, al contrario, avrebbe solo fatto perdere all’animale le zampe anteriori. Questo lo avrebbe messo in svantaggio rispetto ad altri membri della sua stesa specie. Secondo le regole della teoria dell’evoluzione, la selezione naturale avrebbe presto eliminato questa creatura difettosa.
Secondo la ricerca biofisica, le mutazioni sono modifiche che avvengono molto raramente. Di conseguenza è impossibile che un animale inabile abbia aspettato milioni di anni perché le sue ali si sviluppassero completamente attraverso leggere mutazioni, soprattutto quando queste mutazioni hanno effetti dannosi nel tempo.
Uccelli e dinosauri
La teoria dell’evoluzione sostiene che gli uccelli si siano evoluti da teropodi carnivori e bipedi. Un confronto tra uccelli e rettili, però, rivela che i due hanno caratteristiche molto distinte che rende improbabile che l’uno si sia evoluto nell’altro.
Ci sono varie differenze strutturali tra uccelli e rettili, una delle quali riguarda la struttura ossea. A causa della loro mole, i dinosauri – gli antenati degli uccelli secondo gli evoluzionisti – avevano ossa spesse e compatte. Gli uccelli, al contrario, sia viventi che estinti, hanno ossa cave che sono molto leggere come devono essere perchè avvenga il volo.
Un’altra differenza tra rettili e uccelli è la loro struttura metabolica. I rettili hanno la struttura metabolica più lenta del regno animale (l’affermazione secondo cui i dinosauri avrebbero avuto un metabolismo veloce a sangue caldo resta una speculazione). Gli uccelli, d’altro canto, sono all’estremo opposto dello spettro metabolico. Per esempio, la temperatura corporea di un passero può arrivare fino a 48°C a causa del suo metabolismo veloce. I rettili, d’altro canto, non hanno la capacità di regolare la propria temperatura corporea. Per scaldarsi, espongono il corpo alla luce del sole. In parole povere, i rettili sono gli animali che consumano meno energia e gli uccelli quelli che ne consumano di più.
Uno dei più noti ornitologi del mondo, Alan Feduccia, dell’Università della North Carolina, si oppone alla teoria secondo cui gli uccelli sarebbero parenti dei dinosauri, pur essendo egli stesso un evoluzionista. Rispetto allo scenario rettili-uccelli, Feduccia ha da dire quanto segue:
Ebbene, io studio i crani degli uccelli da 25 anni e non vedo alcuna somiglianza di sorta. Semplicemente non la vedo… Le origini teropodi degli uccelli, secondo me, saranno il più grande imbarazzo della paleontologia del ventesimo secolo.
Anche Larry Martin, specialista di uccelli antichi dell’Università del Kansas, si oppone alla teoria secondo cui gli uccelli discendono dai dinosauri. Discutendo le contraddizioni in cui l’evoluzione cade su questo argomento, egli afferma:
a dire la verità, se dovessi sostenere l’origine degli uccelli dai dinosauri con quelle caratteristiche, sarei imbarazzato ogni volta che dovessi alzarmi e parlarne.
Tuttavia, nonostante tutte le scoperte scientifiche, lo scenario infondato della “evoluzione dinosauro-uccello” è ancora sostenuto con insistenza. Pubblicazioni popolari amano particolarmente questo scenario. Allo stesso tempo, concetti che non forniscono alcun supporto per lo scenario stesso sono presentati come prove per l’immaginaria “evoluzione dinosauro-uccello”.
In alcune pubblicazioni evoluzioniste, per esempio, si pone l’accento sulle differenze tra le ossa delle anche dei dinosauri per supportare la tesi secondo cui gli uccelli sarebbero discesi da loro. Queste cosiddette differenze esistono tra dinosauri classificati come saurischiani (simili a rettili, specie con cingolo dell’anca) e ornitischi (simili ad uccelli, specie con cingolo dell’anca). Questo concetto di dinosauri con cingoli dell’anca simili a quelli degli uccelli viene adoperato di tanto in tanto quale prova dell’ipotetico collegamento dinosauro-uccello. La differenza nel cingolo dell’anca, comunque, non è affatto una prova che gli uccelli si siano evoluti dai dinosauri. Questo perché i dinosauri ornitischi non somigliano agli uccelli per quanto riguarda altre caratteristiche anatomiche. Per esempio l’Anchilosauro è un dinosauro classificato come ornitischio, con zampe corte, un corpo gigantesco e pelle coperta da scaglie che somigliavano ad una corazza. D’altro canto lo Struziomimo, che somiglia agli uccelli in alcune strutture anatomiche (zampe posteriori lunghe, zampe anteriori corte e struttura sottile), è in effetti un saurischiano.
In breve, la struttura del cingolo dell’anca non è una prova della relazione evolutiva tra uccelli e dinosauri. Dire che i dinosauri somigliano agli uccelli perché i loro cingoli d’anca sono simili, vuol dire ignorare altre significative differenze anatomiche tra le due specie che rendono il collegamento evolutivo tra di loro insostenibile da punto di vista evoluzionista.

La struttura peculiare dei polmoni degli uccelli
Un altro fattore che dimostra l’impossibilità dello scenario evolutivo rettili-uccelli è la struttura dei polmoni di questi ultimi che non possono essere spiegati con l’evoluzione.
Nelle creature che vivono sulla terra il flusso d’aria è bidirezionale. Al momento dell’inalazione, l’aria viaggia attraverso i passaggi nei polmoni (i tubi bronchiali) finendo nelle minuscole sacche aeree (alveoli). Lo scambio di ossigeno e di biossido di carbonio ha luogo lì. Poi, al momento dell’espirazione, l’aria usata torna indietro e trova la strada fuori dai polmoni con lo stesso percorso.
Negli uccelli, invece, l’aria è unidirezionale. L’aria nuova entra da un’estremità e quella usata esce dall’altra. Grazie a speciali sacche d’aria collocate lungo tutti i passaggi, l’aria fluisce sempre in una sola direzione attraverso i polmoni. In tal modo, gli uccelli sono in grado di prendere aria senza interruzione. Questo soddisfa i bisogni di energia degli uccelli. Questo sistema respiratorio altamente specializzato è spiegato da Michael Denton nel suo libro A Theory in Crisis:
Nel caso degli uccelli, i bronchi più importanti si dividono in minuscoli tubi che permeano il tessuto polmonare. I cosiddetti parabronchi alla fine si uniscono formando un vero sistema circolatorio in modo che l’aria fluisca in un’unica direzione attraverso i polmoni. .. La struttura dei polmoni negli uccelli e il funzionamento complessivo del sistema respiratorio è del tutto peculiare. Non si conosce alcun altro polmone in altre specie di vertebrati che si avvicini al sistema degli uccelli. Inoltre è identico in tutti i dettagli essenziali in uccelli diversi come i colibrì, gli struzzi e i falchi.
La cosa importante è che i polmoni dei rettili, con il loro flusso d’aria bidirezionale, non si sarebbero potuti evolvere diventando i polmoni degli uccelli, con il loro flusso unidirezionale, perché non è possibile un modello intermedio tra di loro. Perché una creatura viva, deve continuare a respirare, e un rovesciamento della struttura dei polmoni con una modifica del modello stesso avrebbe come fine inevitabile la morte. Secondo l’evoluzione, questa modifica deve essere avvenuta gradualmente nel corso di milioni di anni mentre una creatura i cui polmoni non funzionano muore entro pochi minuti.
Michael Denton afferma che è impossibile dare una spiegazione evolutiva ai polmoni degli uccelli.
E’ assolutamente difficile da immaginare come un sistema respiratorio estremamente diverso potrebbe essersi evoluto gradualmente dal modello generale dei vertebrati, specialmente tenendo presente che il mantenimento delle funzioni respiratorie è assolutamente fondamentale per la vita di un organismo nella misura in cui il più piccolo malfunzionamento porta alla morte in pochi minuti. Proprio come le piume non possono funzionare quali organi di volo fino a che i ganci e le barbule non si adattano in modo da completarsi perfettamente tra loro, così i polmoni degli uccelli non possono funzionare come organi della respirazione fino a che il sistema parabronchiale che li permea e il sistema di sacche aeree che garantisce ai parabronchi il loro apporto di aria non siano entrambi pienamente sviluppati e in grado di funzionare assieme in una maniera perfettamente integrata.
In breve, il passaggio da un polmone terrestre a quello degli uccelli è impossibile, perché una forma intermedia non avrebbe alcuna utilità.
Un altro punto che deve essere citato qui è che i rettili hanno un sistema respiratorio a diaframma, mentre gli uccelli hanno un sistema di sacche aeree addominali. Anche queste strutture diverse rendono impossibile qualsiasi evoluzione tra i due tipi di polmone, come osserva nel passaggio che segue John Ruben, un’autorità riconosciuta nel campo della fisiologia respiratoria:
Le prime fasi nel passaggio da un antenato con ventilazione a diaframma al sistema a sacche aeree addominali degli uccelli, avrebbero avuto bisogno di una selezione per un’ernia diaframmatica nei taxa di transizione tra teropodi e uccelli. Una condizione così debilitante avrebbe immediatamente compromesso l’intero apparato ventilatorio polmonare e sembra improbabile che sia stato di alcun vantaggio selettivo.
Un’altra interessante caratteristica strutturale dei polmoni degli uccelli che sfida l’evoluzione è che non sono mai privi di aria, e quindi mai in pericolo di collasso. Michael Denton spiega la posizione:
Proprio il modo in cui un sistema respiratorio diverso potrebbe essersi evoluto gradualmente dal modello generale dei vertebrati senza alcun tipo di direzione è, ancora una volta, molto difficile da immaginare, specialmente tenendo presente il fatto che il mantenimento delle funzioni respiratorie è assolutamente fondamentale per la vita di un organismo. Inoltre, la funzione e la forma uniche dei polmoni degli uccelli richiedono numerosi ulteriori adattamenti unici durante lo sviluppo degli uccelli stessi. Come spiega H. R. Dunker, una delle autorità mondiali in questo campo, poiché per prima cosa i polmoni degli uccelli sono fissati rigidamente alla parete del corpo e non possono quindi espandersi in volume e, in secondo luogo, a causa del diametri ridotto dei capillari polmonari e della risultante alta tensione superficiale di qualsiasi liquido all’interno di essi, i polmoni degli uccelli non potrebbero gonfiarsi partendo da uno stato collassato come accade a tutti gli altri vertebrati dopo la nascita. I capillari aerei non collassano mai, come fanno gli alveoli di altre specie di vertebrati; piuttosto, poiché crescono nel tessuto polmonare, i parabronchi sono sin dall’inizio tubi aperti pieni o di aria o di liquido.
In altre parole, i passaggi nei polmoni degli uccelli sono tanto stretti che le sacche aeree all’interno non possono riempirsi di aria e poi svuotarsi, come nel caso delle creature che vivono sulla terra.
Se il polmone di un uccello si sgonfiasse completamente, l’uccello non sarebbe mai in grado di rigonfiarlo oppure, almeno, avrebbe grandi difficoltà a farlo. Per questo motivo, le sacche aeree situate lungo tutto il polmone consentono un costante passaggio di aria, proteggendo così i polmoni dallo sgonfiamento.
Naturalmente questo sistema, che è completamente diverso dai polmoni dei rettili e di altri vertebrati ed è basato sul più delicato equilibrio, non può essere comparso con mutazioni inconsapevoli, fase per fase, come sostiene l’evoluzione. Ecco in che modo Denton descrive questa struttura del polmone degli uccelli, che ancora invalida il darwinismo:
I polmoni degli uccelli ci portano molto vicino a rispondere alla sfida di Darwin: “se si potesse dimostrare l’esistenza di un qualsiasi organo complesso che non si sia potuto essere formato attraverso modificazioni numerose, successive, lievi, la mia teoria dovrebbe assolutamente cadere.”

Piume degli uccelli e scaglie dei rettili
Un altro invalicabile scoglio tra uccelli e rettili è rappresentato dalle penne, che sono peculiari degli uccelli. I corpi dei rettili sono coperti di scaglie e quelli degli uccelli di penne. L’ipotesi secondo cui le penne degli uccelli si svilupparono dalle scaglie dei rettili è completamente infondata ed è in realtà confutata dai reperti fossili, come ammette la paleontologa evoluzionista Barbara Stahl:
In che modo [le penne]comparvero inizialmente, presumibilmente dalle scaglie dei rettili, sfida l’analisi… Sembra, dalla complessa costruzione delle penne, che la loro evoluzione dalle scaglie dei rettili, avrebbe richiesto un periodo di tempo immenso e comportato una serie di strutture intermedie. Finora, i reperti fossili non supportano tale ipotesi.
A.H. Brush, professore di fisiologia e neurobiologia dell’Università del Connecticut, accetta questa realtà anche se è egli stesso un evoluzionista. “Ogni caratteristica, dalla struttura e l’organizzazione del gene fino allo sviluppo, la morfogenesi e l’organizzazione dei tessuti, è diversa (tra piume e scaglie)”. Inoltre il professor Brush esamina la struttura delle proteine delle piume degli uccelli e sostiene che è “unica tra i vertebrati”.
Non c’è alcuna prova fossile a dimostrare che le piume degli uccelli si siano evolute dalle scaglie dei rettili. Al contrario, le penne appaiono all’improvviso nei reperti fossili, osserva il prof. Brush, come un carattere “innegabilmente unico” che distingue gli uccelli”. Inoltre, nei rettili non è stata rilevata ancora alcuna struttura epidermica che possa dare origine alle piume degli uccelli.
Molti fossili sono stati finora oggetto di speculazioni su “dinosauri con le penne”, ma uno studio dettagliato le ha sempre confutate. L’importante ornitologo Alan Feduccia scrive quanto segue in un articolo dal titolo “On Why Dinosaurs Lacked Feathers”:
Le penne sono caratteristiche uniche degli uccelli e non c’è alcuna struttura intermedia nota tra le scaglie dei rettili e le penne degli uccelli. Nonostante le speculazioni sulla natura delle scaglie allungate trovate in forme come il Longisquama … ipotizzate come strutture simili alle penne, semplicemente non c’è alcuna prova dimostrabile che in realtà lo siano.
Le penne degli uccelli
D’altro canto le penne degli uccelli hanno una struttura così complessa che il fenomeno non può essere spiegato con processi evolutivi. Come ben sappiamo, c’è un’asta che corre lungo il centro della penna. Collegate all’asta ci sono le pinnule. La pinnula è costituita da piccoli fili chiamati barbe. Queste barbe, di diversa lunghezza e rigidità, sono ciò che dà all’uccello la sua natura aerodinamica. Ma la cosa più interessante è che ciascuna barba ha migliaia di fili ancora più piccoli fissati ad essa, chiamati barbule. Le barbule sono collegate alle barbicelle, con minuscoli ganci microscopici, chiamati amuli. Ciascun filo è agganciato a un altro opposto, come i ganci di una cerniera.
Solo la penna di sollevamento ha circa 650 barbe su ciascun lato dell’asta. Circa 600 barbule si ramificano dalle barbe. Ciascuna di queste barbule è tenuta insieme da 390 gancetti. I gancetti si incastrano come i denti di entrambi i lati di una cerniera. Se, per qualunque motivo, i gancetti si aprono, l’uccello può facilmente riportare le penne alla forma originaria scuotendosi o lisciandosi le penne con il becco.
Affermare che la complessa struttura delle penne potrebbe essere emersa dall’evoluzione delle scaglie dei rettili attraverso mutazioni casuali è semplicemente una credenza dogmatica, senza alcun fondamento scientifico. Persino uno dei decani del darwinismo, Ernst Mayr, ha fatto questa confessione sull’argomento alcuni anni fa:
Ci vuole una notevole dose di fede per ritenere che sistemi finemente equilibrati come certi organi di senso (l’occhio dei vertebrati o le penne degli uccelli) potrebbero essere migliorati attraverso mutazioni casuali.
Darwin si sentì costretto a prendere in considerazione le penne. L’estetica perfetta delle piume del pavone lo aveva fatto stare “male” (secondo le sue stesse parole). In una lettera scritta ad Asa Gray il 3 aprile 1860, egli disse: “ricordo bene il tempo in cui il pensiero dell’occhio mi fece gelare, ma ho superato questa fase…” E poi continuava: “… e ora insignificanti particolari della struttura spesso mi fanno sentire a disagio. La vista di una piuma nella coda di un pavone, ogni volta che la guardo, mi fa star male!”.
In breve, le enormi differenze strutturali tra le penne degli uccelli e le scaglie dei rettili e la struttura incredibilmente complessa delle penne, dimostrano chiaramente l’infondatezza dell’affermazione secondo cui le penne si evolvettero dalle scaglie.

Il malinteso dell’Archaeopteryx
In risposta alla domanda se ci sia qualche evidenza fossile della “evoluzione rettile-uccello”, si pronuncia il nome di una sola creatura. È il fossile di un uccello chiamato Archaeopteryx, una delle più conosciute tra le cosiddette forme di transizione che pochissimi evoluzionisti ancora difendono.
L’Archaeopteryx, il cosiddetto antenato degli uccelli dei nostri giorni, secondo gli evoluzionisti, visse circa 150 milioni di anni fa. La teoria sostiene che alcuni piccoli dinosauri, come i Velociraptor o i Dromeosauri, si sarebbero evoluti acquisendo le ali e poi cominciando a volare. Si presume, quindi, che l’Archaeopteryx sia una forma di transizione che derivava dai suoi antenati dinosauri e che aveva cominciato a volare per la prima volta.
Studi più recenti dei fossili di Archaeopteryx, però, indicano che questa spiegazione manca di qualsiasi fondamento scientifico. Non è assolutamente una forma di transizione, ma una specie estinta di uccelli che aveva alcune insignificanti differenze rispetto agli uccelli moderni.
La tesi secondo cui l’Archaeopteryx sarebbe stato un “semi-uccello” che non poteva volare perfettamente, era popolare nei circoli evoluzionisti fino a non molto tempo fa. L’assenza di uno sterno in questa creatura era ritenuta come la prova più importante che questo uccello non potesse volare correttamente (lo sterno è un osso che si trova sotto il torace a cui sono fissati i muscoli necessari per il volo. Oggi, questo osso si osserva in tutti gli uccelli volanti e non volanti, e anche nei pipistrelli, mammiferi volanti che appartengono a una famiglia molto diversa). Il settimo fossile di Archaeopteryx,trovato nel 1992, confutò questa argomentazione. Infatti, in questo fossile scoperto di recente, si scoprì che lo sterno, che per lungo tempo era stato ritenuto mancante dagli evoluzionisti, in realtà era presente. Questo fossile fu descritto nel giornale Nature come segue:
Il settimo esemplare di Archaeopteryx scoperto di recente conserva uno sterno rettangolare parziale, a lungo ipotizzato, mai documentato prima. Questo sterno è una prova dei forti muscoli del volo, ma la capacità di intraprendere lunghi voli è dubbia.
Questa scoperta invalida il principale sostegno delle affermazioni secondo cui l’Archaeopteryx sarebbe stato un semi-uccello incapace di volare correttamente.
Inoltre, la struttura delle penne dell’uccello divenne una delle prove più importanti a conferma del fatto che l’Archaeopteryx era un uccello volante nel vero senso della parola. La struttura asimmetrica delle penne dell’Archaeopteryx non si distingue da quella degli uccelli di oggi e indica che poteva volare perfettamente. Come afferma l’eminente paleontologo Carl O. Dunbar: “In ragione delle sue ali, [l’Archaeopteryx deve essere] chiaramente classificato come un uccello”. Il paleontologo Robert Carroll spiega ulteriormente questo argomento:
La geometria delle penne del volo dell’Archaeopteryx è identica a quella degli uccelli volanti moderni, laddove gli uccelli non volanti hanno penne simmetriche. Il modo in cui le penne sono disposte sull’ala ricade anch’esso nell’ambito degli uccelli moderni… Secondo Van Tyne e Berger, la dimensione e la forma relative delle ali dell’Archaeopteryx sono simili a quelle degli uccelli che si muovono attraverso aperture limitate nella vegetazione, come i gallinacei, le colombe, le beccacce, i picchi e molti passeracei…Le penne del volo sono in stasi da almeno 150 milioni di anni…
Un altro fattore rivelato dalla struttura delle penne dell’Archaeopteryx fu il suo metabolismo a sangue caldo tipico degli uccelli. Come discusso in precedenza, i rettili e i dinosauri sono animali a sangue freddo il cui calore corporeo fluttua con la temperatura ambiente, piuttosto che essere regolato omeostaticamente. Una funzione molto importante delle penne degli uccelli è il mantenimento di una temperatura corporea costante. Il fatto che l’Archaeopteryx avesse penne, dimostra che era un vero uccello a sangue caldo, che aveva bisogno di conservare il calore corporeo, a differenza dei dinosauri.

I denti e gli artigli dell’Archaeopteryx
Due punti importanti sui quali i biologi evoluzionisti fanno affidamento quando affermano che l’Archaeopteryx era una forma di transizione, sono gli artigli sulle ali e i denti.
È vero che l’Archaeopteryx aveva artigli sulle ali e denti in bocca ma queste caratteristiche non implicano che la creatura avesse alcuna relazione con i rettili. Inoltre, due specie di uccelli oggi viventi, il turaco e l’hoatzin, hanno artigli per aggrapparsi ai rami. Queste creature sono completamente uccelli, senza alcuna caratteristica dei rettili. Ecco perché è del tutto infondato sostenere che l’Archaeopteryx sia una forma di transizione soltanto per la presenza degli artigli sulle ali.
Neppure i denti nel becco dell’Archaeopteryx implicano che sia stato una forma di transizione. Gli evoluzionisti sbagliano nel dire che i denti siano una caratteristica dei rettili, poiché non sono tipici dei rettili. Oggi alcuni rettili hanno i denti, mentre altri no. Inoltre, l’Archaeopteryx non è la sola specie di uccelli che presenti i denti. È vero che ci sono uccelli privi di denti oggi, tuttavia se guardiano i reperti fossili, vediamo che sia ai tempi dell’Archaeopteryx che in seguito e anche fino a tempi abbastanza recenti, esisteva un distinto genere di uccelli che può essere classificato come “uccello provvisto di denti”.
Il punto più importante, tuttavia, è che la struttura dentale dell’Archaeopteryx e di altri uccelli con denti è del tutto diversa da quella dei loro supposti antenati, i dinosauri. I famosi ornitologi L.D.Martin, J.D. Stewart e K.N. Whetstone osservarono che gli Archaeopteryx e altri uccelli simili, avevano denti non seghettati con basi strette e radici espanse. Eppure i denti dei dinosauri teropodi, i presunti antenati di questi uccelli, erano seghettati, con radici strette. Questi ricercatori paragonarono anche le ossa della caviglia dell’Archaeopteryx a quelle dei loro presunti antenati, i dinosauri e non osservarono alcuna somiglianza.
Gli studi di anatomisti quali S. Tarsitano, M.K. Hecht e A.D. Walker rivelarono che alcune delle somiglianze, riscontrate da John Ostrom e altri, tra le membra dell’Archaeopteryx e i dinosauri, erano in realtà interpretazioni errate. Per esempio A.D. Walker ha analizzato la regione dell’orecchio dell’Archaeopteryx ed ha scoperto che è identica a quella degli uccelli dei giorni nostri.
Inoltre, J. Richard Hinchliffe, dell’Istituto di Scienze Biologiche dell’Università del Galles, ha studiato l’anatomia degli uccelli e dei loro presunti antenati rettili, usando le moderne tecniche all’isotopo, e ha scoperto che le tre dita delle zampe anteriori dei dinosauri sono I-II-III, mentre le dita delle ali degli uccelli sono II-III-IV. Questo crea un grave problema ai sostenitori del collegamento Archaeopteryx-dinosauro. Hinchliffe ha pubblicato i suoi studi e le sue osservazioni in Science nel 1997, in cui scrisse:
I dubbi sull’omologia tra le dita dei teropodi e quelle degli uccelli ci ricordano alcuni dei problemi nelle ipotesi sulla “origine da dinosauri”. Tra questi, quelli che seguono: (i) La zampa anteriore molto più piccola del teropode (in relazione alla dimensione del corpo) se confrontata all’ala dell’Archaeopteryx. Tali piccole membra non sono convincenti come protoali, capaci di permettere di spiccare il volo da terra ai relativamente pesanti dinosauri. (ii) La rarità nei teropodi dell’osso del polso semiluminato, noto solo in quattro specie (tra cui il Deinonychus). La maggior parte dei teropodi ha elementi del polso relativamente grandi, difficili da considerare omologhi con quelli dell’Archaeopteryx. (iii) Il paradosso temporale; infatti, la maggior parte dei dinosauri teropodi, e in particolare il dromeosauro simile agli uccelli, appaiono tutti molto più tardi nei reperti fossili rispetto all’Archaeopteryx.
Come nota Hinchliffe, il “paradosso temporale” è uno dei fatti che infliggono un colpo fatale alle ipotesi evoluzioniste sull’Archaeopteryx. Nel suo libro Icons of Evolution, il biologo americano Jonathan Wells nota che l’Archaeopteryx è diventato “un’icona” della teoria dell’evoluzione, mentre le prove mostrano chiaramente che questa creatura non è l’antenato primitivo degli uccelli. Secondo Wells, una delle indicazioni di ciò è che i dinosauri teropodi — i presunti antenati dell’Archaeopteryx — sono in realtà successivi all’Archaeopteryx: “Rettili a due zampe che correvano sul terreno, e con altre caratteristiche che ci si poteva aspettare in un antenato dell’Archaeopteryx, comparvero successivamente.”
Tutte queste scoperte indicano che l’Archaeopteryx non era un anello di transizione, ma solo un uccello che ricadeva in quella categoria che può essere chiamata degli “uccelli dentati”. Collegare questa creatura ai dinosauri teropodi non ha alcuna validità. In un articolo dal titolo “The Demise of the ‘Birds Are Dinosaurs’ Theory,” il biologo americano Richard L. Deem scrive quanto segue circa l’Archaeopteryx e l’affermazione dell’evoluzione uccello-dinosauro:
I risultati degli studi recenti dimostrano che le zampe dei dinosauri teropodi derivano dalle dita I, II e III, laddove le ali degli uccelli, anche se sembrano simili in termini di struttura, derivano dalle dita II, III e IV… Ci sono altri problemi nella teoria che afferma che “gli uccelli sono dinosauri”. La zampa anteriore del teropode è molto più piccola (in relazione alla dimensione del corpo) di quella dell’Archaeopteryx. La piccola “protoala” del teropode non convince molto, specialmente considerando il peso piuttosto notevole di questi dinosauri. La grande maggioranza dei teropodi manca di osso del polso semiluminato e ha un gran numero di altri elementi del polso che non hanno alcuna omologia con le ossa dell’Archaeopteryx. Inoltre, in quasi tutti i teropodi, il nervo V1 esce dalla scatola cranica lateralmente, insieme con altri nervi, mentre negli uccelli esce dalla parte anteriore della scatola cranica, attraverso l’apposito foro. C’è anche un problema meno importante, cioè che la grande maggioranza dei teropodi comparve dopo l’Archaeopteryx.
L’Archaeopteryx e gli altri fossili di antichi uccelli
Anche alcuni fossili recentemente rinvenuti hanno invalidato per altri versi lo scenario evoluzionista a proposito dell’Archaeopteryx.
Lianhai Hou e Zhonghe Zhou, due paleontologi dell’Istituto Cinese di Paleontologia dei Vertebrati, hanno scoperto un nuovo uccello fossile nel 1995, denominato Confuciusornis. Questo uccello risale approssimativamente allo stesso periodo dell’Archaeopteryx (circa 140 milioni di anni fa), ma non è fornito di alcun tipo di dente. Il suo becco e le sue ali, inoltre, sono del tutto simili a quelle degli uccelli attuali. Il Confuciusornis ha la medesima struttura scheletrica degli uccelli attuali, tuttavia presenta artigli sulle ali, proprio come l’Archaeopteryx. Un’altra struttura peculiare degli uccelli, detta “pigostilo”, che sostiene le penne timoniere, era presente nel Confuciusornis. In breve, questo fossile, contemporaneo dell’Archaeopteryx, considerato in precedenza il più antico antenato di tutti gli uccelli e accettato come un semi-rettile, ha un’enorme somiglianza con i volatili moderni. Questo fatto inficia tutte le tesi evoluzioniste che reputavano l’Archaeopteryx il primitivo antenato di tutti gli uccelli.
Un altro fossile rinvenuto in Cina ha creato una confusione addirittura maggiore. Nel novembre 1996 l’esistenza di un uccello, risalente a 130 milioni di anni fa, detto Liaoningornis, fu annunciata su Science da L. Hou, L. D. Martin e Alan Feduccia. Il Liaoningornis presentava uno sterno sul quale si innestavano i muscoli del volo, del tutto simile a quello degli uccelli attuali. Questo uccello era difficilmente distinguibile dagli uccelli attuali anche per altri motivi. La sola differenza era rappresentata dai denti nel becco. Questo fatto mostrò che gli uccelli forniti di denti non avevano una struttura primitiva secondo quanto sostenuto dagli evoluzionisti. Che il Liaoningornis avesse le caratteristiche dell’uccello fu affermato sulla rivista Discover, in un articolo che si chiedeva “Da dove provengono gli uccelli? Questo fossile suggerisce che non vengono dal ceppo dei dinosauri”.
Un altro fossile che contraddice la tesi evoluzionista sull’Archaeopteryx è l’Eoalulavis. La struttura alare dell’Eoalulavis, che si disse fosse più giovane di 25-30 milioni di anni rispetto all’Archaeopteryx, è stata osservata nei moderni uccelli che volano lentamente. Ciò provò che 120 milioni di anni fa c’erano uccelli indistinguibili per molti aspetti da quelli che volano oggi nei cieli.
Questi fatti ancora una volta indicano che né l’Archaeopteryx né gli altri uccelli antichi simili rappresentarono forme di transizione. I fossili non indicano che le differenti specie di uccelli si siano evolute le une dalle altre. Al contrario, i reperti fossili provano che gli uccelli attuali e alcuni arcaici come l’Archaeopteryx sono vissuti nello stesso periodo. È vero che alcune specie di uccelli come l’Archaeopteryx e il Confuciusornis, si estinsero, ma il solo fatto che solo alcune delle specie preesistenti siano state in grado di sopravvivere sino ai giorni nostri non sostiene in se stesso la teoria dell’evoluzione.

Archaeoraptor: l’inganno dell’uccello-dinosauro
Incapaci di trovare nell’Archaeopteryx quello che cercavano, i sostenitori della teoria dell’evoluzione aggrapparono le loro speranze sugli altri fossili degli anni Novanta e su una serie di cosiddetti fossili di “uccelli-dinosauri” citati nei media mondiali. Si scoprì subito, però, che queste affermazioni erano semplicemente errate interpretazioni o peggio falsificazioni.
Il primo riferimento all’uccello-dinosauro fu la storia del fossile di “dinosauro pennuto dissotterrato in Cina” nel 1996, con gran clamore nei media. Fu trovato un fossile rettile chiamato Sinosauropteryx, ma alcuni paleontologi evoluzionisti che lo esaminarono dissero che aveva penne di uccello, a differenza dei rettili conosciuti. Esami condotti un anno dopo, però, dimostrarono che il fossile in realtà non aveva alcuna struttura simile alle penne di un uccello. Un articolo di Science dal titolo “Plucking the Feathered Dinosaur” affermava che le strutture dette “penne” dai paleontologi evoluzionisti non avevano assolutamente niente a che fare con le penne:
Esattamente un anno fa, i paleontologi fecero molto rumore attorno alle foto di un cosiddetto “dinosauro pennuto” che giravano nelle sale del convegno annuale della Società di Paleontologia dei Vertebrati. L’esemplare di Sinosauropteryx proveniente dalla Formazione di Yixian in Cina era sulla copertina del New York Times e fu visto da alcuni come conferma delle origini degli uccelli dai dinosauri. Ma nel convegno sulla paleontologia dei vertebrati di quest’anno a Chicago, il mese scorso, il verdetto fu un po’ diverso. Le strutture non sono penne moderne, afferma la mezza dozzina di paleontologi occidentali che hanno visto l’esemplare. Il paleontologo dell’Università del Kansas, Larry Martin Lawrence, pensa che le strutture siano fibre di collagene sfilacciate sotto la pelle – e quindi, non hanno niente a che fare con gli uccelli.
Un caso ancora più sensazionale di montatura sui dino-uccelli venne fuori nel 1999. Nel numero di novembre 1999, il National Geographic pubblicò un articolo su un esemplare fossile dissotterrato in Cina che si sosteneva avesse caratteristiche sia degli uccelli che dei dinosauri. L’autore dell’articolo del National Geographic, Christopher P. Sloan, si spinse fino ad affermare “ora possiamo dire che gli uccelli sono teropodi con la stessa sicurezza con cui affermiamo che gli esseri umani sono mammiferi”. A questa specie, che si diceva fosse vissuta 125 milioni di anni fa, fu immediatamente dato il nome scientifico di Archaeoraptor liaoningensis.
Il fossile, però, era un falso ed era stato abilmente costruito assemblando cinque esemplari distinti. Un gruppo di ricercatori, tra cui anche tre paleontologi, dimostrò l’imbroglio un anno dopo con l’aiuto di una tomografia a raggi X. Il dino-uccello era in realtà il prodotto di un evoluzionista cinese. Gli improvvisati artigiani cinesi avevano formato il dino-uccello usando colla e cemento su 88 ossa e pietre. La ricerca suggerisce che l’Archaeoraptor sia stato costruito usando la parte anteriore dello scheletro di un antico uccello e che corpo e coda comprendessero ossa di quattro diversi esemplari.
La cosa interessante è che il National Geographic non solo pubblicò un articolo di alto profilo su un così evidente inganno, ma lo usò come base per affermare che gli scenari dell’ “evoluzione degli uccelli” erano stati verificati, senza esprimere alcun dubbio o cautela. Il dottor Storrs Olson, del famoso Museo di storia naturale dello Smithsonian Institute, negli Stati Uniti, disse in seguito di aver avvertito in anticipo che il fossile era un falso, ma che la redazione della rivista lo aveva totalmente ignorato. Secondo Olson, il “National Geographic ha raggiunto il livello più basso impegnandosi in un giornalismo da tabloid sensazionalistico e senza fondamenta”.
In una lettera che scrisse a Peter Raven del National Geographic, Olson descrive in modo molto dettagliato la vera storia della montatura del “dinosauro pennuto”, fin dal lancio con un precedente articolo del National Geographic pubblicato nel 1998:
Prima della pubblicazione dell’articolo del National Geographic del luglio 1998, “I dinosauri mettono le ali”, Lou Mazzatenta fotografo dell’articolo di Sloan, mi invitò alla National Geographic Society per esaminare le sue fotografie dei fossili cinesi e per commentare il taglio che si stava dando alla storia. All’epoca cercai di far sapere che esistevano punti di vista, solidamente fondati, alternativi a quello che il National Geographic intendeva presentare ma, alla fine, mi fu chiaro che il National Geographic non era interessato ad altro se non al dogma prevalente secondo cui gli uccelli si evolvettero dai dinosauri.
L’articolo di Sloan porta il pregiudizio a un livello completamente nuovo e consiste in gran parte di informazioni non verificabili e non documentate che “creano” le notizie piuttosto che riportarle. La sua sfrontata affermazione secondo cui “ora possiamo dire che gli uccelli sono teropodi con la stessa sicurezza con cui affermiamo che gli esseri umani sono mammiferi” non viene nemmeno suggerita come qualcosa che riflette le opinioni di un particolare scienziato o gruppo di scienziati e quindi appare come poco più che propaganda editoriale. Questa melodrammatica affermazione era stata già confutata da studi recenti di embriologia e morfologia comparativa che, naturalmente, non sono mai citati.
Quello che è ancora più importante, però, è che non è stato in realtà dimostrato che qualcuna delle strutture illustrate nell’articolo di Sloan, che si afferma essere penne, lo sia veramente. Dire che lo sono è poco più che un augurio presentato come fatto. L’affermazione riportata a pagina 103, secondo cui “strutture cave, pilifere caratterizzano le proto-penne”, non ha senso considerando che le proto-penne esistono solo come costrutto teorico cosicché la struttura interna di una di esse è ancora più ipotetica.
La montatura sui dinosauri pennuti nella mostra attualmente allestita presso la National Geographic Society è ancora peggiore; vi leggiamo, infatti, la spudorata affermazione che ci sono forti prove che una grande varietà di dinosauri carnivori avesse penne. Un modello dell’indiscusso dinosauro Deinonychus e illustrazioni di cuccioli di tirannosauro sono messi in mostra ricoperti di penne, ma essi sono tutti semplicemente immaginari e non hanno alcun posto al di fuori della fantascienza.
Distinti saluti
Storrs L. Olson
Curatore della sezione uccelli
Museo naturale di storia naturale
Smithsonian Institution
Questo caso rivelatore dimostra due fatti importanti. Primo, che ci sono persone che non hanno remore a ricorrere a falsificazioni nello sforzo di trovare prove per la teoria dell’evoluzione. Secondo, che riviste scientifiche popolari e di ottima reputazione, che hanno assunto la missione di imporre la teoria dell’evoluzione alla gente, sono perfettamente disposte a trascurare qualsiasi fatto che possa essere sconveniente o che abbia interpretazioni alternative. Cioè sono diventate poco più che strumenti di propaganda per diffondere la teoria dell’evoluzione. Non hanno un punto di vista scientifico, ma dogmatico, e compromettono consapevolmente la scienza per difendere la teoria dell’evoluzione cui sono tanto fortemente devote.
Un altro aspetto importante della faccenda è che non ci sono prove per la tesi secondo cui gli uccelli si sarebbero evoluti dai dinosauri. In mancanza di prove, o si producono prove false o si interpretano male quelle vere. In verità non c’è alcuna prova che gli uccelli si siano evoluti da altre specie viventi. Al contrario, tutte le scoperte sembrano dimostrare che gli uccelli sono comparsi sulla terra già in pieno possesso delle loro distinte strutture corporee.

L’origine degli insetti
Nel discutere l’origine degli uccelli abbiamo citato la teoria cursoria proposta dai biologi evoluzionisti. Come è stato chiarito, la questione del modo in cui i rettili svilupparono le ali comporta speculazioni su “rettili che cercavano di catturare insetti con le zampe anteriori”. Secondo questa teoria, le zampe anteriori di questi rettili si trasformarono lentamente in ali, nel corso del tempo, mentre essi cacciavano gli insetti.
Abbiamo già sottolineato che questa teoria non si basa su alcuna scoperta scientifica di sorta. Ma c’è un altro aspetto interessante che non abbiamo ancora toccato. Le mosche possono già volare. Come acquistarono le ali? È, parlando in genere, qual è l’origine degli insetti di cui le mosche sono solo una classe?
Nella classificazione degli esseri viventi gli insetti costituiscono un sub-phylum, gli insecta del phylum degli Arthropoda. l più antichi insetti fossili appartengono al periodo Devoniano (da 410 a 360 milioni di anni fa). Nel periodo Pennsylvaniano che seguì (da 325 a 286 milioni di anni fa), comparve un gran numero di specie di insetti diversi. Per esempio, le blatte comparvero all’improvviso e con le stesse strutture che hanno oggi. Betty Faber, del Museo Americano di Storia Naturale, dice che i fossili di blatte di 350 milioni di anni fa sono identici alle blatte di oggi.
Creature come ragni, zecche e millepiedi non sono insetti, ma appartengono piuttosto ad altri sub-phyla degli artropodi. Importanti scoperte fossili di queste creature furono riportate nel 1983 nel corso del convegno annuale della American Association for the Advancement of Science. La cosa interessante riguardo a questi fossili di ragni, zecche e centopiedi vecchi di 350 milioni di anni è che non sono diversi dagli esemplari che vivono oggi. Uno degli scienziati che esaminò i fossili notò “sembra come se fossero morti ieri”.
Anche insetti alati emersero all’improvviso nei reperti fossili e con tutte le loro caratteristiche peculiari. Per esempio, è stato trovato un gran numero di fossili di libellule del periodo Pennsylvaniano. E tutte queste libellule hanno esattamente le stesse strutture dei loro omologhi di oggi.
Un punto interessante è che libellule e mosche comparvero all’improvviso insieme a insetti privi di ali. Questo confuta la teoria secondo cui insetti privi di ali le avrebbero sviluppate diventando gradualmente insetti volanti. In uno dei loro articoli riportati nel libro Biomechanics in Evolution, Robin Wootton e Charles P. Ellington dicono quanto segue sull’argomento:
Quando compaiono per la prima volta i fossili di insetti, nel Carbonifero medio e superiore, essi sono diversi e per la maggior parte completamente forniti di ali. Ci sono alcune forme primitive prive di ali ma non si conosce alcun intermedio convincente.
Una caratteristica importante delle mosche, che comparvero all’improvviso nei reperti fossili, è la loro stupefacente tecnica di volo. Mentre un essere umano non può aprire e chiudere le braccia nemmeno dieci volte al secondo, una mosca, in media, sbatte le ali 500 volte nello stesso lasso di tempo. Inoltre, muove entrambe le ali contemporaneamente. La minima differenza tra la vibrazione delle ali farebbe perdere l’equilibrio alla mosca ma ciò non avviene mai.
In un articolo intitolato “The Mechanical Design of Fly Wings” Wootton osserva inoltre:
Meglio comprendiamo il funzionamento delle ali degli insetti, più ingegnosa e bella appare la loro struttura. Le strutture sono tradizionalmente disegnate in modo tale da deformarsi il meno possibile; i meccanismi sono progettati per muovere le parti che li compongono in maniera prevedibile. Le ali degli insetti combinano queste due caratteristiche, utilizzando componenti dotate di una vasta gamma di proprietà elastiche, elegantemente assemblate per permettere deformazioni in grado di rispondere alle forze che agiscono su di esse facendo uso dell’aria nel modo migliore. Tuttavia hanno pochi, o nessun parallelo tecnologico.
Naturalmente, l’improvviso apparire di esseri viventi con una struttura così perfetta non può essere spiegato su base evoluzionista. Ecco perché Pierre-Paul Grassé dice: “siamo al buio per quanto riguarda l’origine degli insetti”.
L’origine dei mammiferi
La teoria dell’evoluzione propone alcune creature immaginarie che sarebbero provenute dal mare e diventate rettili e che gli uccelli si sarebbero evoluti dai rettili. Secondo lo stesso scenario, i rettili sarebbero gli antenati non solo degli uccelli ma anche dei mammiferi. Ci sono però grandi differenze tra queste due classi. I mammiferi sono animali a sangue caldo (questo significa che generano il proprio calore e lo mantengono a livello costante), generano prole viva, allattano i loro piccoli e hanno il corpo ricoperto di pelliccia o peli. I rettili, d’altro canto, sono a sangue freddo (cioè non sono in grado di generare calore e la loro temperatura corporea cambia a seconda della temperatura esterna), depongono uova, non allattano i piccoli e hanno corpi ricoperti di scaglie.
Date tutte queste differenze, in che modo un rettile inizia a regolare la temperatura corporea e sviluppa un sistema di traspirazione che gli consente di mantenere la temperatura corporea? È possibile che abbia sostituito le scaglie con pelliccia e peli e iniziato a produrre latte? Perché la teoria dell’evoluzione spieghi l’origine dei mammiferi deve prima fornire risposte scientifiche a queste domande.
Tuttavia, quando guardiamo le fonti evoluzioniste, o troviamo scenari completamente immaginari e non scientifici o un profondo silenzio. Uno di questi scenari è quello che segue:
alcuni rettili delle regioni più fredde cominciarono a sviluppare un metodo per tenere caldi i loro corpi. La loro produzione di calore aumentava quando faceva freddo e la loro perdita di calore diminuì quando le scaglie diventarono più piccole e più appuntite e si evolvettero in pelliccia. Anche la sudorazione fu un adattamento per regolare la temperatura corporea, un modo per raffreddare il corpo, quando serviva, attraverso l’evaporazione dell’acqua. Ma incidentalmente, i cuccioli di questi rettili cominciarono a succhiare il sudore delle madri come nutrimento. Certe ghiandole sudorifere cominciarono a produrre una secrezione sempre più ricca che, alla fine, divenne latte. Così i cuccioli di questi primi mammiferi ebbero un inizio di vita migliore.
Il suddetto scenario non è altro che un parto dell’immaginazione. Un tale fantastico scenario non solo non è sostenuto da prove, ma è chiaramente impossibile. È del tutto irrazionale affermare che una creatura vivente possa produrre un nutriente così complesso come il latte leccando il sudore della madre.
Il motivo per cui vengono presentati tali scenari è che ci sono enormi differenze tra rettili e mammiferi. Un esempio delle barriere strutturali tra rettili e mammiferi è la loro struttura mascellare. La mandibola dei mammiferi consiste in un osso mascellare che contiene i denti. Nei rettili ci sono tre piccole ossa su entrambi i lati della mandibola. Un’altra differenza fondamentale è che tutti i mammiferi hanno tre ossa nell’orecchio medio (martello, incudine e staffa). I rettili hanno un solo osso nell’orecchio medio. Gli evoluzionisti affermano che la mascella e l’orecchio medio dei rettili si evolvettero diventando la mascella e l’orecchio dei mammiferi. La domanda sul modo in cui un orecchio con un solo osso si sia potuto trasformare in uno con tre ossa e in che modo il senso dell’udito abbia potuto conservare nel frattempo il suo funzionamento non potrà mai trovare una risposta. Non sorprende che non sia stato trovato un solo fossile che colleghi i rettili e i mammiferi. Ecco perché Roger Lewin fu costretto a dire “la transizione al primo mammifero…è ancora un enigma”.
George Gaylord Simpson, una delle più importanti autorità evoluzioniste e uno dei fondatori della teoria neodarwinista, fa il seguente commento a questa difficoltà imbarazzante per gli evoluzionisti:
l’evento che rende più perplessi nella storia della vita sulla terra è il cambiamento dal Mesozoico, l’era dei rettili, all’era dei mammiferi. È come se il sipario si fosse abbassato all’improvviso sulla fase in cui tutti i ruoli principali erano assunti da rettili, soprattutto dinosauri, in gran numero e stupefacente varietà, e si fosse sollevato di nuovo immediatamente per rivelare lo stesso scenario, ma con un nuovo cast, un cast in cui i dinosauri non recitano affatto e tutti gli altri rettili sono semplici comparse, mentre tutti i ruoli principali sono ricoperti da mammiferi di tipi a cui si faceva a stento cenno negli atti precedenti.
Inoltre, quando i mammiferi fecero improvvisamente la loro comparsa, erano già diversi gli uni dagli altri. Questi animali diversi come pipistrelli, cavalli, topi e balene sono tutti mammiferi e comparvero tutti durante la stessa era geologica. Stabilire una relazione evolutiva tra di loro è impossibile anche con la più sfrenata immaginazione. Lo zoologo evoluzionista R. Eric Lombard sottolinea ciò in un articolo che apparve sull’importante rivista Evolution:
quelli che cercano specifiche informazioni utili a costruire la filogenesi dei taxa dei mammiferi saranno delusi.
In breve, l’origine dei mammiferi, come quella di altri gruppi, non si conforma in alcun modo alla teoria dell’evoluzione. George Gaylord Simpson lo ammise molti anni fa:
questo è vero per tutti i trentadue ordini di mammiferi… I membri più antichi e primitivi che si conoscono di ogni ordine [di mammiferi]hanno già i caratteri di base dell’ordine e in nessun caso si conosce una sequenza approssimativamente continua da un ordine all’altro. Nella maggior parte dei casi, l’interruzione è così netta e la differenza tanto grande che l’origine dell’ordine è speculativa e molto discussa. Questa regolare assenza di forme di transizione non si limita ai mammiferi, ma è un fenomeno quasi universale, come è stato a lungo notato dai paleontologi. È vero per quasi tutte le classi di animali, sia vertebrati che invertebrati…è vero per le classi e per tutti i maggiori phyla animali ed è evidentemente vero anche per categorie analoghe di piante.
Il mito dell’evoluzione del cavallo
Un argomento importante nell’origine dei mammiferi è il mito dell’ “evoluzione del cavallo”, anch’esso un argomento a cui le pubblicazioni evoluzioniste hanno dedicato un notevole spazio per lungo tempo. Questo è un mito, perché si basa sull’immaginazione piuttosto che su scoperte scientifiche.
Fino a tempi recenti, un’immaginaria sequenza che si supponeva mostrasse l’evoluzione del cavallo, era presentata come la testimonianza fossile principale della teoria dell’evoluzione. Oggi, tuttavia, molti evoluzionisti ammettono francamente che lo scenario dell’evoluzione del cavallo ha fallito. Nel 1980, si tenne un simposio presso il Field Museum of Natural History di Chicago con la presenza di 150 evoluzionisti, per discutere i problemi della teoria evoluzionista gradualistica. Rivolgendosi ai convenuti, l’evoluzionista Boyce Rensberger notò che lo scenario dell’evoluzione del cavallo non ha fondamento nei reperti fossili e che non è stato osservato alcun processo evolutivo che spieghi la graduale evoluzione dei cavalli.
L’esempio comunemente raccontato dell’evoluzione del cavallo, che suggerisce una graduale sequenza di cambiamenti da una creatura con quattro dita grande quanto una volpe che viveva circa 50 milioni di anni fa, fino all’animale di oggi, molto più grande e con un solo dito, è stato riconosciuto già da molto tempo come errato. Invece di cambiamenti graduali, i fossili di ciascuna specie intermedia appaiono completamente distinti, persistono immutati e quindi si estinguono. Le forme di transizione sono sconosciute.
Trattando in modo particolarmente onesto questo importante dilemma nello scenario dell’evoluzione del cavallo, Rensberger mise in agenda la difficoltà della forma di transizione come la maggiore tra tutte le difficoltà.
Il dottor Niles Eldredge ha dichiarato quanto segue circa i diagrammi dell’“evoluzione del cavallo”:
C’è stata una terribile quantità di storie, alcune più fantasiose di altre, circa la reale natura [della vita]. L’esempio più famoso, ancora in mostra al piano inferiore, è l’esposizione sull’evoluzione del cavallo, preparata forse cinquant’anni fa. È stata presentata come l’esatta verità, testo dopo testo. Ora io penso che ciò sia deplorevole, in particolare quando coloro che propongono questo tipo di storie possono essere consapevoli della natura speculativa di alcune di esse.
Qual è allora lo scenario dell’evoluzione del cavallo? Questo scenario fu formulato attraverso diagrammi ingannevoli ipotizzati sulla base della sistemazione sequenziale di fossili di specie distinte che, secondo la grande forza d’immaginazione degli evoluzionisti, sarebbero vissute in periodi molto diversi in India, Sudafrica, Nord America ed Europa. Più di venti diagrammi sull’evoluzione del cavallo, che comunque sono completamente diversi l’uno dall’altro, sono stati proposti da vari ricercatori. Quindi è ovvio che gli evoluzionisti non hanno raggiunto un accordo su questi alberi genealogici. Il solo punto in comune in questi scenari è la credenza secondo cui una creatura delle dimensioni di un cane, detta Eohippus (Hyracotherium), che viveva nel periodo Eocene 55 milioni di anni fa, fosse il progenitore del cavallo. Il fatto è, però, che l‘Eohippus, che si estinse milioni di anni fa, è quasi identico all’irace, un piccolo animale simile al coniglio che ancora vive in Africa, e non ha niente a che vedere con il cavallo.
L’inconsistenza della teoria dell’evoluzione del cavallo divenne sempre più evidente man mano che si raccoglievano reperti fossili. Fossili di specie di cavalli odierni (Equus nevadensis e Equus occidentalis) sono stati scoperti negli stessi strati dell‘Eohippus. Questa è una indicazione del fatto che il cavallo di oggi e il cosiddetto antenato vivevano allo stesso tempo.
Lo scrittore scientifico evoluzionista Gordon R. Taylor spiega questa verità poco conosciuta nel suo libro The Great Evolution Mistery:
Ma forse la più grave debolezza del darwinismo è la mancanza di paleontologi in grado di trovare filogenesi convincenti o sequenze di organismi capaci di dimostrare i maggiori cambiamenti evolutivi… Il cavallo è spesso citato come l’unico esempio compiuto. Ma il fatto è che la linea dall’Eohippus all’Equus è molto irregolare. È addotta per mostrare un continuo incremento di dimensioni, ma la realtà è che alcune varianti erano più piccole dell’Eohippus, non più grandi. Esemplari provenienti da fonti differenti possono essere riuniti in una sequenza all’apparenza convincente, ma non vi è prova sufficiente a confermare che essi fossero disposti secondo questo ordine temporale.
Tutti questi fatti sono prove evidenti che i diagrammi sull’evoluzione del cavallo, presentati come una delle più solide dimostrazioni della teoria dell’evoluzione, non sono altro che favole fantastiche e poco plausibili. Come altre specie, anche i cavallisembrano giunti all’esistenza senza antenati in senso evolutivo.

L’origine dei pipistrelli
Una delle creature più interessanti nella classe dei mammiferi è senza dubbio il mammifero volante, il pipistrello.
In cima alla lista delle caratteristiche dei pipistrelli c’è il complesso sistema di sonar che possiedono. Grazie a esso, i pipistrelli possono volare nel buio fitto, incapaci di vedere alcunché ma eseguendo le manovre più complicate. Possono perfino percepire e catturare un bruco sul pavimento di una stanza buia.
I sonar dei pipistrelli funzionano come segue. L’animale emette un flusso continuo di segnali sonici ad alta frequenza, analizza gli echi che ne provengono e, come risultato, forma un’immagine dettagliata di quanto lo circonda. Per di più, riesce a fare tutto ciò a una velocità incredibile, in modo continuo e senza errori, mentre vola in aria.
Le ricerche sul sistema di sonar dei pipistrelli hanno prodotto risultati ancora più sorprendenti. La gamma di frequenze che l’animale può percepire è molto stretta, in altre parole può udire solo suoni di certe frequenze, e qui abbiamo un punto molto importante. Poiché i suoni che colpiscono un corpo in movimento cambiano frequenza (il ben noto “effetto Doppler”) appena un pipistrello manda segnali ad una mosca, ad esempio, che si allontana da lui volando, le onde sonore riflesse dalla mosca dovrebbero essere a una frequenza diversa che il pipistrello non è in grado di percepire. Per questo motivo, il pipistrello dovrebbe avere grandi difficoltà a percepire corpi in movimento.
Ma non è così. Il pipistrello continua a catturare ogni tipo di piccola creatura che si muove velocemente senza alcuna difficoltà. Il motivo è che il pipistrello regola la frequenza delle onde sonore che invia verso i corpi in movimento nell’ambiente come se sapesse tutto sull’effetto Doppler. Per esempio, emette il segnale di massima frequenza verso una mosca che si allontana da lui in modo che, quando il segnale torna, la frequenza non è scesa al di sotto della soglia dell’udito dell’animale.

In che modo avviene questa regolazione?
 Ci sono due gruppi di neuroni (cellule nervose) nel cervello del pipistrello che controllano il sistema sonar. Uno di questi percepisce gli ultrasuoni echeggiati e l’altro dà istruzioni ai muscoli per produrre chiamate di ecolocazione. Queste regioni del cervello operano in coppia, in modo che quando la frequenza dell’eco cambia, la prima regione lo percepisce e avverte la seconda, rendendo possibile modificare la frequenza del suono emesso secondo quella dell’eco. Di conseguenza il passo dell’ultrasuono del pipistrello cambia secondo quello che lo circonda e il sistema sonar nel complesso viene usato nella maniera più efficiente.
È impossibile non vedere il colpo mortale che il sistema sonar del pipistrello infligge ala teoria dell’evoluzione graduale attraverso mutazioni casuali. È una struttura estremamente complessa e non può in alcun modo essere spiegata con mutazioni casuali. Perché il sistema funzioni, tutti i componenti devono operare perfettamente assieme come un tutto integrato. È assurdo credere che un sistema così altamente integrato possa essere spiegato dal caso.
In realtà anche i reperti fossili confermano che i pipistrelli comparvero immediatamente e con le complesse strutture odierne. Nel loro libro Bats: A Natural History, i paleontologi evoluzionisti John E. Hill e James D. Smith rivelano questo fatto facendo la seguente ammissione:
i reperti fossili di pipistrelli arrivano fino al primo Eocene e sono documentati nei cinque continenti… [Tutti] i pipistrelli fossili, anche i più antichi, sono chiaramente completamente sviluppati e quindi gettano poca luce sulla transizione dai loro antenati terrestri.
E il paleontologo evoluzionista L. R. Godfrey dice questo sullo stesso argomento:
ci sono alcuni pipistrelli fossili del primo Terziario, notevolmente ben conservati, come gli Icaronycteris ma essi non ci dicono alcunché sull’evoluzione del volo nei pipistrelli perché erano pipistrelli che volavano perfettamente bene.
Lo scienziato evoluzionista Jeff Hecht confessa lo stesso problema in un articolo comparso su New Scientist del 1998:
[le]origini dei pipistrelli sono un enigma. Anche i più antichi pipistrelli fossili, di circa 50 milioni di anni fa, hanno ali che somigliano molto da vicino a quelle dei pipistrelli moderni.
In breve, il complesso sistema corporeo dei pipistrelli non può essere emerso attraverso l’evoluzione e i reperti fossili dimostrano che ciò non avvenne. Al contrario, i primi pipistrelli comparsi nel mondo sono esattamente gli stessi di oggi. I pipistrelli sono sempre esistiti come pipistrelli.


Impasse dello scenario dell’evoluzione dei mammiferi marini
Finora abbiamo esaminato quanto fallace sia lo scenario secondo cui i mammiferi marini si sarebbero evoluti da quelli di terra. Le prove scientifiche dimostrano che non esiste alcuna relazione tra i due mammiferi terrestri (Pakicetus e Ambulocetus), che gli evoluzionisti pongono all’inizio del racconto, e i mammiferi marini. E che dire del resto dello scenario?
La teoria dell’evoluzione è di nuovo in grande difficoltà. La teoria cerca di stabilire un collegamento fitogenico tra gli Archeoceti (balene arcaiche), mammiferi marini che si sa essere estinti, e balene e delfini viventi. La paleontologa evoluzionista Barbara J. Stahl, però, ammette che “la forma serpentina del corpo e i peculiari denti a sega rendono chiaro che questi Archeoceti non potevano essere stati antenati di alcuna delle balene dei nostri giorni.
La spiegazione evoluzionista delle origini dei mammiferi marini affronta un’enorme impasse sotto forma delle scoperte nel campo della biologia molecolare. Il classico scenario evoluzionista ipotizza che i due maggiori gruppi di balene, le balene dentate (Odontoceti) e le balene con fenoni (Misticeti), si siano evoluti da un antenato comune. Tuttavia Michel Milinkovitch dell’Università di Bruxelles ha opposto a questa opinione una nuova teoria. Egli ha sottolineato come questa ipotesi, che si basa su somiglianze anatomiche, si astata confutata dalle scoperte molecolari.
I rapporti evolutivi tra i maggiori gruppi di cetacei sono più problematici perché le analisi morfologiche e molecolari giungono a conclusioni molto diverse. In effetti, sulla base della convenzionale interpretazione dei dati morfologici e comportamentali, le balene dentate eco-localizzanti (circa 67 specie) e le balene con fenoni che filtrano il cibo (10 specie) sono considerate due gruppi morfologici distinti… D’altro canto l’analisi filogenetica del DNA e le sequenze degli aminoacidi contraddicono questa divisone tassonomica a lungo accettata. Un gruppo di balene dentate, i capodogli, sembra essere più strettamente imparentati alle balenottere – molto diverse dal punto di vista morfologico – che agli altri odontoceti.
In breve, i mammiferi marini sfidano gli immaginari scenari evolutivi a cui sono costretti ad adattarsi.
Al contrario di quanto afferma la propaganda evoluzionista sulle origini dei mammiferi marini, non parliamo di un processo evolutivo supportato da prove scientifiche ma da prove costrette ad adattarsi al presupposto albero evolutivo, nonostante le molte contraddizioni tra di essi.
Quello che emerge, se si guarda obiettivamente alle prove, è che gruppi diversi di esseri viventi emersero indipendentemente l’uno dall’altro, nel passato.
I mammiferi sono considerati come la forma di vita in cima alla cosiddetta scala evolutiva. Se è così, diventa difficile spiegare perchè questi animali si sarebbero spostati in un ambiente marino. Un’altra domanda è in che modo queste creature si sarebbero adattati all’ambiente marino anche meglio dei pesci, dal momento che animali come l’orca e il delfino, che sono mammiferi e quindi posseggono polmoni, si sono adattati all’ambiente in cui vivono anche meglio dei pesci che respirano nell’acqua.
È assolutamente ovvio che l’immaginaria evoluzione dei mammiferi marini non può essere spiegata in termini di mutazioni e selezione naturale. Un articolo pubblicato sulla rivista GEO fa riferimento alle origini della balena blu, un mammifero marino, e afferma così la disperata posizione del darwinismo sull’argomento:
Come per le balenottere azzurre, la struttura corporea e gli organi di altri mammiferi che vivono nel mare somigliano anch’essi a quelli dei pesci. Anche lo scheletro presenta somiglianze con quello dei pesci. Nelle balene, le membra posteriori che possono essere definite zampe, mostrano un’involuzione, non raggiungendo una crescita completa. Tuttavia non c’è la minima informazione circa modifiche nella forma di questi animali. Dobbiamo presumere che il ritorno al mare ebbe luogo non attraverso una lenta e lunga transizione come affermato dal darwinismo, ma avvenne in un salto istantaneo. Oggi i paleontologi non hanno sufficienti informazioni circa le specie di mammiferi da cui si evolvettero le balene.
In effetti è molto difficile immaginare come un piccolo mammifero che viveva sulla terra asciutta si sia trasformato in una balena lunga 30 metri e pesante circa 60 tonnellate. Tutto quello che i darwinisti possono fare rispetto a ciò è produrre parti dell’immaginazione come nel seguente estratto di un articolo pubblicato dal National Geographic:
La superiorità di dimensioni della balena cominciò probabilmente sessanta milioni di anni fa, quando un peloso mammifero a quattro zampe si avventurò nell’acqua in cerca di cibo o rifugio. Col passare degli eoni, si ebbero dei lenti cambiamenti. Le zampe posteriori scomparvero, quelle anteriori diventarono pinne natatorie, il pelame lasciò il posto a uno spesso e liscio strato di grasso, le narici si spostarono alla sommità del capo, la coda si ampliò e galleggiando nell’acqua, il corpo divenne enorme.
Gli scenari della graduale evoluzione, descritti in precedenza, non soddisfano nessuno, nemmeno i loro stessi autori. Ma, in ogni caso, esaminiamo i dettagli di questo racconto fase per fase per vedere quanto irrealistico esso sia in realtà.

La peculiare struttura dei mammiferi marini
Per comprendere quanto sia impossibile lo scenario evoluzionista riguardo ai mammiferi marini, esaminiamo brevemente qualche altra caratteristica peculiare di questi animali. Quando si prendono in considerazione gli adattamenti che un mammifero terrestre deve subire per evolversi in un mammifero marino, anche la parola “impossibile” sembra inadeguata. Durante una tale transizione, anche se una sola delle fasi intermedie fosse mancata, la creatura non sarebbe potuta sopravvivere, il che avrebbe messo fine all’intero processo. Gli adattamenti che i mammiferi marini devono aver affrontato durante il passaggio verso l’acqua sono i seguenti:
1- Ritenzione idrica: a differenza di altri animali marini, i mammiferi marini non possono usare l’acqua per soddisfare i loro bisogni idrici. Per sopravvivere hanno bisogno di acqua dolce. Anche se abbiamo informazioni limitate circa le risorse di acqua dolce dei mammiferi marini, si pensa che si alimentino di organismi che hanno una proporzione di sale relativamente bassa (circa un terzo di quella dell’acqua del mare). Quindi per i mammiferi marini la ritenzione dell’acqua nel corpo è cruciale. Ecco perché hanno un meccanismo di ritenzione idrica simile a quello dei cammelli. Come i cammelli, i mammiferi marini non sudano ma i loro reni sono perfettamente funzionanti producendo un‘urina altamente concentrata che consente all’animale di risparmiare acqua. In questo modo la perdita d’acqua si riduce al minimo.
La ritenzione idrica si può vedere anche in piccoli dettagli. Per esempio, la balena nutre il cucciolo con una forma di latte concentrato simile al formaggio. Questo latte contiene dieci volte più grasso rispetto al latte umano. C’è una serie di ragioni chimiche per cui questo latte è così ricco di grasso. Quando la giovane balena digerisce il latte, si rilascia acqua. In questo modo la madre soddisfa i bisogni idrici della giovane balena con perdite minime di acqua.
2- Vista e comunicazione: gli occhi di delfini e balene consentono loro di avere una vista acuta in diversi ambienti. Hanno una vista perfetta anche in acqua. Tuttavia, la maggior parte degli esseri viventi, compreso l’uomo, vede poco al di fuori del suo ambiente naturale.
Gli occhi dei mammiferi terrestri e marini sono elaborati in modo stupefacente. Sulla terra, gli occhi affrontano una serie di potenziali pericoli. Ecco perché gli occhi dei mammiferi terrestri hanno palpebre che li proteggono. Nell’oceano, la più grande minaccia agli occhi viene dall’alto livello di sale e dalla pressione delle correnti. Per evitare il contatto diretto con le correnti, gli occhi sono situati ai lati della testa. Inoltre uno strato duro protegge gli occhi di creature che nuotano a grandi profondità. Gli occhi dei mammiferi marini sono dotati di elaborate funzioni che consentono di vedere in profondità dove c’è poca luce. Per esempio, il cristallino è di forma perfettamente circolare mentre nella retina i bastoncelli (le cellule sensibili alla luce) sono più numerosi dei coni (le cellule sensibili ai colori e ai dettagli). Inoltre gli occhi dei cetacei contengono anche uno strato di fosforo che li aiuta a vedere particolarmente bene al buio.
La vista, comunque, non è la modalità sensoriale più importante per i mammiferi marini. Essi fanno affidamento sull’udito più di quanto di norma accadae nel caso dei mammiferi terrestri. La luce è essenziale per la vista, mentre l‘udito non ne ha bisogno. Molte balene e delfini cacciano in profondità dove è completamente buio, per mezzo di un meccanismo a sonar di cui dispongono. Le balene dentate, in particolare, “vedono” attraverso le onde sonore. Proprio come accade con le onde luminose nel sistema visivo, le onde sonore vengono messe a fuoco e analizzate e poi interpretate dal cervello. Questo dà al cetaceo informazioni accurate riguardo alla forma, alla dimensione, alla velocità e alla posizione dell’oggetto che ha di fronte. Questo sistema sonico è estremamente sensibile – per esempio un delfino può percepire una persona che si tuffa nell’acqua. Le onde sonore si usano anche per stabilire la direzione e per la comunicazione. Per esempio, due balene a centinaia di chilometri di distanza possono comunicare attraverso il suono.
Il problema del modo in cui questi animali producono suoni che consentono loro di stabilire la direzione o comunicare è ancora in gran parte irrisolto. Per quanto ne sappiamo, una particolare funzione del corpo dei delfini merita particolare attenzione: il cranio dell’animale, cioè, è isolato dal suono, una caratteristica che protegge il cervello da un continuo e intenso bombardamento sonoro.
Consideriamo il problema. È possibile che queste stupefacenti caratteristiche dei mammiferi marini siano giunte all’esistenza per mezzo della selezione naturale e delle mutazioni?. Quale mutazione avrebbe potuto avere come risultato il corpo dei delfini che possiede un sistema di sonar e un cervello isolato dal suono? Quale tipo di mutazione avrebbe potuto consentire ai suoi occhi di vedere nell’acqua buia? Quale mutazione avrebbe potuto portare al meccanismo che consente l’uso più economico dell’acqua?
Non c’è fine a tali domande e l’evoluzione non ha risposte da dare. Al contrario la teoria dell’evoluzione risponde con una storia incredibile. Consideriamo tutte le coincidenze che questa storia comporta nel caso dei mammiferi marini. Per prima cosa, i pesci erano appena venuti all’esistenza nell’acqua. Poi, per puro caso, fecero il passaggio verso la terra. Dopo di ciò si evolvettero sulla terra in rettili e mammiferi, ancora una volta solo per caso. Alla fine accadde semplicemente che alcune di queste creature tornarono in acqua dove, per caso, acquisirono tutte le caratteristiche di cui avevano bisogno per sopravvivere in tale ambiente.
La teoria dell’evoluzione può dimostrare anche una sola di queste fasi? Certamente no. Lungi dall’essere in grado di dimostrare l’affermazione nel suo insieme, la teoria dell’evoluzione è incapace di dimostrare come anche una sola di queste fase potrebbe essere avvenuta.
Conclusioni
Tutte le scoperte esaminate finora rivelano che le specie comparvero sulla terra all’improvviso e pienamente formate, senza alcun precedente processo evolutivo dimostrato. Gli evoluzionisti, d’altro canto, cercano di interpretare la sequenza con cui gli esseri viventi comparvero sulla terra come prova dell’evoluzione. I fossili rivelano che gli esseri viventi comparvero prima nel mare e poi sulla terra seguiti dalla comparsa dell’uomo.

L’ORIGINE DELL’UOMO
Darwin espresse la sua convinzione che esseri umani e scimmie discendevano da un antenato comune nel suo libro L’origine dell’uomo, pubblicato nel 1871. Da quel momento in poi, i seguaci delle indicazioni di Darwin hanno cercato di supportare questa affermazione. Ma, nonostante tutte le ricerche eseguite, l’affermazione della “evoluzione umana” non è stata sostenuta da alcuna concreta scoperta scientifica, particolarmente nel campo dei fossili.
L’uomo della strada è per lo più inconsapevole di questo fatto e pensa che l’affermazione di una evoluzione umana sia sostenuta da una grande quantità di solide prove. Il motivo di questa opinione scorretta è che l’argomento è frequentemente discusso nei media e presentato come un fatto provato. Ma i veri esperti sull’argomento sono consapevoli che non c’è alcuna base scientifica per l’affermazione dell’evoluzione umana. David Pilbeam, un paleo-antropologo della Harvard University, dice:
Se si importasse un bravo scienziato da un’altra disciplina e gli si mostrassero le scarse prove che abbiamo, sicuramente direbbe, “scordatelo, non è abbastanza per andare avanti”.
E William Fix, autore di un importante libro sulla paleoantropologia, fa questo commento:
Come abbiamo visto, ci sono numerosi scienziati e divulgatori oggi che hanno il coraggio di dirci che non c’è ‘alcun dubbio’ sul modo in cui ha avuto origine l’uomo. Se solo avessero la prova…
Questa dichiarazione dell’evoluzione, che “manca di qualunque evidenza”, fa partire l’albero genealogico degli esseri umani con un gruppo di scimmie che si afferma abbiano costituito un genere distinto, Australopithecus. Secondo questa affermazione l’Australopithecus gradualmente cominciò a camminare in posizione eretta, il cervello crebbe ed egli passò attraverso una serie di fasi fino ad arrivare allo stato attuale dell’uomo (Homo sapiens). Ma i reperti fossili non supportano questo scenario. Nonostante l’affermazione che esistano tutti i tipi di forme intermedie, c’è una barriera invalicabile tra i resti fossili dell’uomo e quelli delle scimmie. Inoltre, è stato rivelato che le specie descritte come antenate l’una dell’altra, sono in realtà specie contemporanee, vissute nello stesso periodo. Ernst Mayr, uno dei più importanti proponenti della teoria dell’evoluzione nel ventesimo secolo, sostiene nel suo libro One Long Argument che “[enigmi]storici come l’origine della vita o dell’Homo sapiens, in particolare, sono estremamente difficili e potrebbero perfino resistere ad una spiegazione finale soddisfacente.”.
Ma qual è la cosiddetta base della tesi dell’evoluzione umana? È l’esistenza di moltissimi fossili su cui gli evoluzionisti riescono a costruire interpretazioni immaginarie. Lungo tutto il corso della storia, sono vissute oltre 6000 specie di scimmie e la maggior parte di esse si è estinta. Oggi sulla terra vivono solo 120 specie. Queste circa 6000 specie di scimmie, la maggior parte delle quali estinte, costituiscono una ricca risorsa per gli evoluzionisti.
D’altro canto, ci sono notevoli differenze nella costituzione anatomica delle varie razze umane. Inoltre, le differenze erano ancora maggiori tra le razze preistoriche perché con il passare del tempo le razze umane si sono in qualche modo mescolate e si sono assimilate reciprocamente. Nonostante ciò, si vedono ancora importanti differenze tra i diversi gruppi di popolazioni che vivono oggi nel mondo, come, per esempio, scandinavi, pigmei africani, inuit, i nativi australiani e molti altri.
Non ci sono prove che mostrino che i fossili chiamati ominidi dai paleontologi evoluzionisti non appartenessero in realtà a specie diverse di scimmie o a razze di umani scomparse. Per dirla in un altro modo, non è stato trovato alcun esempio di forma di transizione tra esseri umani e scimmie.
Dopo queste spiegazioni generali, esaminiamo in che modo lo scenario della evoluzione umana contraddice le scoperte scientifiche.
L’immaginario albero genealogico dell’uomo
Le affermazioni dei darwinisti sostengono che l’uomo di oggi si è evoluto da una creatura simile alla scimmia. Durante questo supposto processo evolutivo, che si ipotizza sia iniziato da 5 a 6 milioni di anni fa, si afferma che siano esistite alcune forme di transizione tra l’uomo di oggi e i suoi antenati. Secondo questo scenario completamente immaginario, sono elencate le seguenti quattro categorie di base:
1. Australopitecini (una delle varie forme appartenenti al genere Australophithecus)
2. Homo habilis
3. Homo erectus
4. Homo sapiens
Gli evoluzionisti chiamano il genere a cui appartenevano i supposti antenati dell’uomo simili alle scimmie Australopithecus, che significa “scimmia del sud”. Australopithecus, che non è altro che un vecchio tipo di scimmia estinta, si trova in varie forme diverse. Alcune di esse sono più grandi e con costituzione più robusta, mentre altre sono più piccole e gracili.
Gli evoluzionisti classificano la fase successiva dell’evoluzione umana come il genere Homo, cioè “uomo”. Secondo le affermazioni degli evoluzionisti, gli esseri viventi della serie Homo sono più sviluppati dell’Australopithecus, e non molto diversi dall’uomo moderno. Si dice che l’uomo di oggi, cioè la specie Homo sapiens, si sia formato nella fase più recente dell’evoluzione di questo genere Homo. Fossili come “l’uomo di Giava” “l’uomo di Pechino” e “Lucy”, che compaiono di tanto in tanto nei media e che si trovano nelle pubblicazioni e nei libri di testo evoluzionisti, fanno parte di uno dei quattro gruppi elencati in precedenza. Si ipotizza anche che ciascuno di questi gruppi si dirami in specie e sub-specie, a seconda del caso. Alcune ipotetiche forme di transizione del passato, come il Ramapitecus, dovettero essere escluse dall’immaginario albero genealogico umano dopo che ci si accorse che erano normali scimmie.
Descrivendo gli anelli della catena come “australopitecini > Homo habilis > Homo erectus > Homo sapiens”, gli evoluzionisti intendono che ciascuno di questi tipi è antenato del successivo. Recenti scoperte da parte di paleoantropologi, però, hanno rivelato che australopitecini, Homo habilis e Homo erectus esistevano in diverse parti del mondo allo stesso tempo. Inoltre, alcuni degli umani classificati come Homo erectus probabilmente sono sopravvissuti fino a tempi molto recenti. In un articolo dal titolo “Latest Homo erectus of Java: Potential Contemporaneity with Homo sapiens in Southeast Asia” si riportò che fossili di Homo erectus trovati a Giava avevano “età medie da 27 ± 2 a 53.3 ± 4 migliaia di anni” e questo “fa sorgere la possibilità che l’H. erectus si sia sovrapposto nel tempo con esseri umani anatomicamente dei nostri giorni (H. sapiens) nell’Asia sud-orientale.”
Inoltre, anche l’Homo sapiens neanderthalensis (uomo di Neanderthal) e l’Homo sapiens sapiens (l’uomo di oggi) sono chiaramente coesistiti. Questa situazione indica evidentemente l’invalidità dell’affermazione secondo cui uno è antenato dell’altro.
Intrinsecamente, tutte le scoperte e le ricerche scientifiche hanno rivelato che i reperti fossili non suggeriscono un processo evolutivo come propongono gli evoluzionisti. I fossili, che gli evoluzionisti affermano essere gli antenati degli esseri umani, appartengono in realtà o a razze umane diverse o a specie di scimmie.
Allora quali fossili sono umani e quali sono scimmie? Perché è impossibile che una di esse possa essere considerata una forma di transizione? Per trovare le risposte, guardiamo più da vicino ciascuna categoria.
Australopithecus
La prima categoria, del genere Australopithecus, significa “scimmia del sud,” come abbiamo detto. Si ipotizza che queste creature comparvero per la prima volta in Africa circa 4 milioni di anni fa e vissero fino a 1 milione di anni fa. Tra gli australopitecini, c’è una serie di specie diverse. Gli evoluzionisti ipotizzano la specie di Australopithecus più vecchia sia A. afarensis. Dopo di essa, viene A. africanus e poi A. robustus, che ha ossa relativamente più grandi. Per quanto riguarda A. Boisei, alcuni ricercatori accettano che sia una specie diversa, mentre altri che sia una sub-specie di A. Robustus.
Tutte le specie di Australopithecus sono scimmie estinte che somigliano alle scimmie di oggi. La loro capacità craniale è la stessa o inferiore a quella degli scimpanzé dei giorni nostri. Nelle mani e nei piedi, ci sono parti protuberanti che usavano per arrampicarsi sugli alberi, come gli scimpanzé di oggi e i piedi sono formati in modo da afferrarsi e tenersi ai rami. Molte altre caratteristiche, come dettagli del cranio, la vicinanza degli occhi, i molari affilati, la struttura della mandibola, le braccia lunghe e le gambe corte, costituiscono prova che queste creature non erano diverse dalle scimmie odierne. Gli evoluzionisti affermano, però, che nonostante gli australopitecini avessero l’anatomia delle scimmie, a differenza di queste camminavano erette come gli esseri umani.
Questa affermazione secondo cui gli australopitecini camminavano eretti è un’opinione che è sostenuta da decenni da paleo-antropologi come Richard Leakey e Donald C. Johanson. Tuttavia molti scienziati che hanno svolto tante ricerche sulle strutture scheletriche degli australopitecini hanno dimostrato l’invalidità di tale argomento. Ampie ricerche eseguite su vari esemplari di Australopithecus da due anatomisti di fama mondiale, uno inglese e l’altro statunitense, Lord Solly Zuckerman e Prof. Charles Oxnard, hanno dimostrato che queste creature non camminavano in posizione eretta alla maniera degli esseri umani. Avendo studiato le ossa di questi fossili per 15 anni grazie a stanziamenti del governo britannico, Lord Zuckerman e il suo team di cinque specialisti giunse alla conclusione che gli australopitecini erano una specie di scimmia ordinaria, e sicuramente non bipede, sebbene Zuckerman sia egli stesso un evoluzionista. In modo corrispondente, Charles E. Oxnard, che è un altro anatomista evoluzionista famoso per le sue ricerche sull’argomento, paragonò la struttura scheletrica degli australopitecini a quella degli orango tango odierni.
Il fatto che l’Australopithecus non possa essere considerato un antenato dell’uomo è stato accettato di recente dalle fonti evoluzioniste. La famosa rivista scientifica popolare francese Science et Vie ha usato l’argomento come copertina del suo numero di maggio 1999. Sotto il titolo “Adieu Lucy”, laddove Lucy era il più importante esempio fossile della specie Australopithecus afarensis, la rivista riportava che le scimmie della specie Australopithecus avrebbe dovuto essere eliminate dall’albero genealogico degli esseri umani. In questo articolo, basato sulla scoperta di un altro fossile di Australopithecus noto semplicemente come St W573, compaiono le seguenti frasi:
Una nuova teoria afferma che il genere Australopithecus non è la radice della razza umana…I risultati raggiunti dall’unica donna autorizzata ad esaminare St W573 sono diversi dalle normali teorie riguardanti gli antenati del genere umano: questo distrugge l’albero genealogico degli ominidi. I grandi primati, considerati antenati dell’uomo, sono stati eliminati dalla equazione di questo albero genealogico…Specie di Australopithecus e Homo (umani) non compaiono sullo stesso ramo. I diretti antenati dell’uomo aspettano ancora di essere scoperti.
Homo Habilis
La grande somiglianza tra le strutture di scheletro e cranio di australopitecini e scimpanzé e la confutazione delle affermazioni che queste creature camminassero erette, hanno causato grandi difficoltà ai paleo-antropologi evoluzionisti. Il motivo è che, secondo l’immaginario schema evolutivo, l’Homo erectus viene dopo Australopithecus. Come implica il nome del genere Homo (che significa “uomo”), l’Homo erectus è una specie umana e il suo scheletro è eretto. La sua capacità cranica è due volte quella dell’Australopithecus. Una transizione diretta dall’Australopithecus, che è una scimmia simile allo scimpanzé, all’Homo erectus, che ha uno scheletro non diverso da quello dell’uomo odierno è fuori questione anche secondo la teoria evoluzionista. Pertanto, sono necessari “anelli”, cioè forme di transizione. Il concetto di Homo habilis derivò da questa necessità.
La classificazione di Homo habilis fu presentata negli anni ’60 dai Leakey, una famiglia di “cacciatore fossili”. Secondo i Leakey, questa nuova specie, che essi classificarono come Homo habilis, aveva una capacità cranica relativamente grande, la capacità di camminare eretti e di usare strumenti di pietra e legno. Poteva essere, quindi, l’antenato dell’uomo.
Nuovi fossili della stessa specie, dissotterrati alla fine degli anni ’80, dovevano completamente cambiare questa visione. Alcuni ricercatori, come Bernard Wood e C. Loring Brace, che facevano affidamento su questi fossili appena scoperti, affermarono che l’Homo habilis (che significa “uomo abile” cioè uomo in grado di usare strumenti), doveva essere classificato come Australopithecus habilis o “scimmia meridionale abile” perché l’Homo habilis aveva molte caratteristiche in comune con le scimmie australopitecine. Aveva braccia lunghe, gambe corte e una struttura scheletrica simile a quella delle scimmie, proprio come Australopithecus. Le dita delle mani e dei piedi erano adatte per arrampicarsi. La loro mandibola somigliava molto a quella delle scimmie odierne. La capacità cranica media di 600 cc è anch’essa un’indicazione del fatto che erano scimmie. In breve, l’Homo habilis, che era presentato come una specie diversa da alcuni evoluzionisti, era in realtà una specie di scimmie proprio come tutti gli altri australopitecini.
Ricerche svolte negli anni dopo la pubblicazione dell’opera di Wood e Brace hanno dimostrato che l’Homo habilis in realtà non era diverso dall’Australopithecus. Il fossile di cranio e scheletro OH62, trovato da Tim White, dimostrarono che questa specie aveva una capacità cranica piccola, nonché braccia lunghe e gambe corte, che le consentivano di arrampicarsi sugli alberi proprio come fanno le scimmie odierne.
Le analisi dettagliate condotte dall’antropologa americana Holly Smith nel 1994 indicarono che l’Homo habilis non era affatto Homo, in altre parole umano, ma inequivocabilmente una scimmia. Parlando delle analisi da lei eseguite sui denti di Australopithecus, Homo habilis, Homo erectus e Homo neanderthalensis, Smith affermò quanto segue:
Limitando l’analisi dei fossili a campioni che soddisfano questi criteri, modelli di sviluppo dentale di australopitecini e Homo Habilis gracili restano classificati nell’ambito delle scimmie africane. Quelli di Homo erectus e Neanderthal sono classificati nell’ambito degli esseri umani.
Entro lo stesso anno, Fred Spoor, Bernard Wood e Frans Zonneveld, tutti specialisti di anatomia raggiunsero una conclusione simile attraverso un metodo completamente diverso. Questo metodo si basava su analisi comparative dei canali semicircolari dell’orecchio interno di esseri umani e scimmie, che consentono loro di mantenere l’equilibrio. Spoor, Wood e Zonneveld conclusero che:
Tra gli ominidi fossili la specie più antica che dimostra la morfologia dell’essere umano dei giorni nostri è l’Homo erectus. In contrasto, le dimensioni del canale semicircolare nei crani rinvenuti nell’Africa meridionale attribuiti a Australopithecus e Paranthropus somigliano a quelli delle grandi scimmie esistenti.
Spoor, Wood e Zonneveld hanno anche studiato un esemplare di Homo habilis, cioè Stw 53, e hanno scoperto che “Stw 53 faceva meno affidamento su un comportamento da bipede rispetto agli australopitecini.” Questo significava che l’esemplare di H. habilis era ancora più simile alle scimmie rispetto alla specie Australopithecus. Quindi essi conclusero che “Stw 53 rappresenta un’improbabile forma intermedia tra le morfologie viste in australopitecini e H. erectus.”
Questa scoperta dà due importanti risultati:
1. I fossili definiti Homo habilis in realtà non appartenevano al genere Homo, cioè agli umani, ma a quello dell’Australopithecus cioè delle scimmie.
2. Sia Homo habilis che Australopithecus erano creature che camminavano piegate in avanti, cioè avevano lo scheletro di una scimmia. Non hanno alcuna relazione di sorta con l’uomo.


L’errato concetto dell’homo rudolfensis
Il termine homo rudolfensis è il nome dato ad alcuni frammenti fossili dissotterrati nel 1972. Si pensa che la specie rappresentata da questo fossile fu indicata come homo rudolfensis perché questi frammenti fossili furono rinvenuti nelle vicinanze del lago Rudolf in Kenya. Molti paleo-antropologi accettano che questi fossili non appartengono ad una specie distinta ma che, in effetti la creatura chiamata homo rudolfensis non si distingua dall’homo habilis.
Richard Leakey, che dissotterrò questi fossili, presentò il cranio contrassegnato come KNM-ER 1470, che, egli disse, aveva 2,8 milioni di anni, come la più grande scoperta nella storia dell’antropologia. Secondo Leakey, questa creatura, che aveva una ridotta capacità cranica come quella dell’Australopithecus, insieme a un volto simile a quello degli umani odierni, era l’anello mancante tra Australopithecus e esseri umani. Dopo poco tempo, però, ci si accorse che il volto simile a quello degli esseri umani del cranio KNM-ER 1470, che comparve di frequente sulle copertine di riviste scientifiche e di divulgazione scientifica, era il risultato di un assemblaggio non corretto di frammenti di cranio, che potrebbe essere stato deliberato. Il professor Tim Bromage, che conduce studi sull’anatomia facciale degli esseri umani, portò questo alla luce con l’aiuto di simulazioni al computer nel 1992.
Quando [KNM-ER 1470] fu ricostruito per la prima voklta, il volto era adattato al cranio in una posizione quasi verticale, molto simile al volto piatto degli umani odierni. Ma studi recenti sulle relazioni anatomiche dimostrano che, in vita, il volto doveva sporgere notevolmente creando un aspetto scimmiesco, proprio come il volto dell’Australopithecus.
Il paleo-antropologo J. E. Cronin afferma quanto segue su questo argomento:
… il suo volto costruito in modo relativamente robusto, il clivus naso-alveolare piuttosto piatto (che richiama le facce piatte australopithecine), la bassa larghezza cranica massima (a livello temporale) la forte giugulare canina e i grandi molari (come indicati dalle radici rimaste) sono tutti tratti relativamente primitivi che allineano l’esemplare con i membri del taxon A. africanus.
C. Loring Brace della Michigan University giunse alla stessa conclusione. Come risultato delle analisi condotte sulla struttura di mandibola e denti del cranio 1470, egli disse che “dalla forma del palato e dell’espansione dell’area delle radici dei molari, sembrerebbe che ER 1470 avesse un volto e una dentizione completamente delle dimensioni di quelli dell’Australopithecus.”.
Il professor Alan Walker, paleo-antropologo della Johns Hopkins University, che ha fatto molte ricerche sul KNM-ER 1470 come Leakey, sostiene che questa creatura non deve essere classificata come Homo, cioè come specie umana, ma dovrebbe piuttosto essere messa nel genere Australopithecus.
Per riassumere, classificazioni come quelle di Homo habilis o Homo rudolfensis, presentate come anelli di transizione tra australopitecini e Homo erectus, sono del tutto immaginarie. Oggi è stato confermato da molti ricercatori che queste creature sono membri della serie Australopithecus. Tutte le loro caratteristiche anatomiche rivelano che sono specie di scimmie.
Questo fatto è stato ulteriormente confermato da due antropologi evoluzionisti Bernard Wood e Mark Collard, le cui ricerche furono pubblicate nel 1999 su Science. Wood e Collard spiegarono che i taxa Homo habilis e Homo rudolfensis (cranio 1470) sono immaginari e che i fossili assegnati a queste categorie devono essere attribuiti al genere Australopithecus:
Più di recente, specie fossili sono state assegnate a Homo sulla base della dimensione assoluta del cervello, sulle interferenze tra abilità linguistica e funzioni manuali e retroindicazioni sulla loro capacità di forgiare strumenti di pietra. Con solo poche eccezioni, la definizione e l’uso del genere nell’evoluzione umana e la demarcazione di Homo sono state trattate come se non presentassero problemi. Ma…dati recenti, nuove interpretazioni delle prove esistenti e i limiti dei reperti paleo-antropologici invalidano i criteri esistenti per l’attribuzione di taxa a Homo…in pratica specie ominidi fossili sono assegnate a Homo sulla base di uno o più criteri su quattro. … Ora è evidente, però, che nessuno di questi criteri è soddisfacente. Il rubicone cerebrale è problematico perchè la capacità cranica assoluta ha un significato biologico discutibile. Allo stesso modo c’è una stringente evidenza del fatto che la funzione linguistica non può essere dedotta in modo affidabile dall’aspetto complessivo del cervello e che le parti del cervello relative al linguaggio non sono tanto ben localizzate quanto avevano sottinteso studi precedenti.
… İn altre parole, con ipodigmi di H. habilis e H. Rudolfensis ad esso assegnati, il genere Homo non è un buon genere. Quindi H. habilis e H. rudolfensis (o homo habilis in senso lato per quelli che non sottoscrivono la suddivisione tassonomica di “primo Homo”) devono essere eliminati da Homo L’ovvia alternativa tassonomica, cioè trasferire uno o entrambi i tassa ad uno dei primi generi di ominidi esistenti, non è senza problemi ma noi raccomandiamo, per ora, di trasferire sia H. habilis che H. rudolfensis al genere Australopithecus.
La conclusione di Wood e Collard dà forza a quella che abbiamo sostenuto qui. Nella storia non esistono “antenati umani primitivi”. Creature che si ipotizza lo siano sono in realtà scimmie che devono essere assegnate al genere Australopithecus. I reperti fossili dimostrano che non c’è alcun collegamento evolutivo tra queste scimmie estinte e Homo cioè la specie umana che compare all’improvviso nei reparti fossili.
Homo erectus
Secondo il fantasioso schema suggerito dagli evoluzionisti, l’evoluzione interna del genere Homo è quella che segue: Prima l’Homo erectus, poi il cosiddetto Homo sapiens “arcaico” e l’uomo di Neanderthal e, infine, l’uomo di Cro-Magnon (Homo sapiens sapiens). Tutte queste classificazioni, però, in realtà sono solo variazioni e razze uniche della famiglia umana. La differenza tra di loro non è maggiore della differenza tra un inuit e un africano o tra un pigmeo e un europeo.
Esaminiamo per prima l’Homo erectus che viene definito come la specie umana più primitiva. Come suggerisce il nome, Homo erectus significa “uomo che cammina in posizione eretta”. Gli evoluzionisti dovettero separare questi fossili dai precedenti aggiungendo la qualifica di “eretto” perché tutti i fossili di Homo erectus sono eretti in una misura non osservata in alcun esemplare di australopitecini o di cosiddetto Homo habilis. Non c’è alcun differenza tra lo scheletro post-cranico dell’uomo odierno e quello dell’Homo erectus.
La ragione principale per la quale gli evoluzionisti definiscono l’Homo erectus come “primitivo” è la capacità cranica (900-1,100 cc), che è inferiore rispetto alla media dell’uomo di oggi e la forte proiezione dell’arco sopracciliare. Ci sono, però, molte persone viventi oggi nel mondo che hanno la stessa capacità cranica dell’Homo erectus (i pigmei, per esempio) e altre razze hanno archi sopraciliari prominenti (i nativi australiani per esempio). È un fatto comunemente accettato che differenze nella capacità cranica non denotano necessariamente differenze in intelligenza o abilità. L’intelligenza dipende dall’organizzazione interna del cervello piuttosto che da suo volume.
I fossili che hanno fatto conoscere l’Homo erectus in tutto il mondo sono quelli dell’uomo di Pechino e dell’uomo di Giava in Asia. Col tempo, però, ci si accorse che questi due fossili non sono affidabili. L’uomo di Pechino consiste di alcuni elementi di gesso i cui originali sono andati persi e l’uomo di Giava è composto di frammenti di cranio più un osso pelvico trovato a molti metri di distanza senza alcuna indicazione che appartenesse alla stessa creatura. Ecco perché i fossili di Homo erectus trovati in Africa hanno guadagnato una così crescente importanza. (Va anche notato che alcuni dei fossili detti essere di Homo erectus furono inclusi sotto una seconda specie chiamata Homo ergaster da alcuni evoluzionisti. Su questo tema non c’è accordo tra gli esperti. Tratteremo tutti questi fossili sotto la classificazione di Homo erectus).
Il più famoso esemplare di Homo erectus trovato in Africa è il fossile di “Homo erectus Narikotome” o “Turkana Boy” trovato vicino al lago Turkana in Kenya. È confermato che il fossile era di un ragazzo di 12 anni che, nell’adolescenza, sarebbe stato alto 1,83 metri. La struttura eretta dello scheletro del fossile non è diversa da quella dell’uomo di oggi. Il paleo-antropologo americano Alan Walker, disse che egli dubitava che “un patologo medio potesse dire la differenza tra lo scheletro fossile e quello di un essere umano odierno. Riguardo al cranio, Walzer scrisse di aver riso quando lo vide perchè “somigliava molto più a quello di un uomo di Neanderthal.”. Come vedremo nel prossimo capitolo, gli uomini di Neanderthal sono una razza umana dei giorni nostri. Quindi anche l’Homo erectus è una razza umana di oggi.
Anche l’evoluzionista Richard Leakey afferma che le differenze tra l’Homo erectus e l’uomo di oggi non sono più che variazioni razziali.
Si potrebbero anche vedere differenze: nella forma del cranio, nel grado di protusione del volto, nella robustezza delle sopracciglia e così via. Queste differenze probabilmente non sono più pronunciate di quelle che vediamo oggi tra razze geografiche diverse degli esseri umani odierni. Queste variazioni biologiche sorgono quando le popolazioni sono geograficamente separate l’una dall’altra per periodi di tempo significativi.
Il professor William Laughlin dell’università del Connecticut ha eseguito estesi esami anatomici degli inuit e delle persone che vivono le isole Aleutine e ha notato che queste persone sono straordinariamente simili all’Homo erectus. La conclusione a cui è arrivato Laughlin è che tutte queste razze distinte erano in realtà razze diverse dell’Homo sapiens (l’uomo di oggi).
Quando consideriamo le grandi differenze che esistono tra gruppi remoti come eschimesi e boscimani, che si sa appartenere alla singola specie dell’Homo sapiens, sembra giustificabile concludere che Sinanthropus [un esemplare eretto]appartiene a questa stessa specie diversa.
Ormai è un fatto dichiarato nella comunità scientifica che Homo erectus è un taxon superfluo e che i fossili assegnati alla classe Homo erectus non sono in realtà tanto diversi dell’Homo sapiens da essere considerati una specie diversa. In American Scientist, le discussioni su questo tema e il risultato di una conferenza tenutasi sull’argomento nel 2000 furono riassunti in questo modo:
La maggior parte dei partecipanti alla conferenza di Senckenberg parteciparono ad un infiammato dibattito sullo stato tassonomico dell’Homo erectus avviato da Milford Wolpoff dell’università del Michigan, Alan Thorne dell’università di Canberra e dai loro colleghi. Essi affermavano con forza che l’Homo erectus non ha alcuna validità come specie e deve essere completamente eliminato. Tutti i membri del genere Homo, da circa 2 milioni di anni fa fino ai giorni nostri erano una specie altamente variabile, ampiamente diffusa, l’Homo sapiens, senza alcuna rottura o suddivisione naturale. L’oggetto della conferenza, Homo erectus non esisteva.
La conclusione raggiunta dagli scienziati che difendevano la suddetta tesi può essere riassunta come “l’Homo erectus non è una specie diversa dall’Homo sapiens ma piuttosto una razza all’interno dell’Homo sapiens. D’altro canto c’è un enorme gap tra l’Homo erectus, una razza umana e le scimmie che precedettero l’Homo erectus nello scenario della “evoluzione umana” (Australopithecus, Homo Habilis e Homo rudolfensis). Questo significa che i primi uomini comparvero all’improvviso nei reperti fossili e senza alcuna precedente storia evolutiva.
Alcuni nativi della Malesia viventi oggi hanno delle grandi sporgenze sopracciliari e la fronte inclinata all’indietro, una caratteristica peculiare del cranio dell’Homo Erectus.
Neandertaliani: anatomia e cultura
I neandertaliani (Homo neanderthalensis) erano esseri umani che comparvero all’improvviso 100.000 anni fa in Europa e che scomparvero, o furono assimilati mescolandosi ad altre razze, silenziosamente ma rapidamente 35.000 anni fa. L’unica differenza con l’uomo di oggi è che i loro scheletri erano più robusti e la loro capacità cranica leggermente superiore.
I neandertaliani erano una razza umana, una realtà oggi ammessa quasi da tutti. Gli evoluzionisti si sono sforzati molto di presentarli come una “specie primitiva”, ma tutte le scoperte indicano che non erano diversi da un uomo “robusto” che cammina oggi per le strade. Una importante autorità nel campo, Erik Trinkaus, paleo-antropologo della New Mexico University, scrive:
Confronti dettagliati di resti di scheletri dell’uomo di Neandertal con quelli di esseri umani moderni mostrano che non c’è niente nell’anatomia dell’uomo di Neandertal che indichi in modo chiaro abilità locomotorie, manipolative, intellettuali o linguistiche inferiori a quelle degli esseri umani moderni.
Molti ricercatori contemporanei definiscono l’uomo di Neanderthal come una sottospecie dell’uomo di oggi e lo chiamano Homo sapiens neanderthalensis.
D’altro canto i reperti fossili dimostrano che i neandertaliani avevano una cultura avanzata. Uno degli esempi più interessanti di questo è un flauto fossile realizzato da uomini di Neanderthal. Questo flauto, realizzato dal femore di un orso, fu trovato dall’archeologo Ivan Turk in una caverna nel nord della Jugoslavia nel luglio 1995. Il musicologo Bob Fink lo analizzò. Fink dimostrò che questo flauto, che secondo l’esame al radio-carbonio si pensa abbia tra i 43.000 e i 67.000 anni, produceva quattro note e aveva toni e semitoni. La scoperta dimostra che gli uomini di Neandertal usavano la scala di sette note, la formula di base della musica occidentale. Fink, che esaminò il flauto, afferma che “sul vecchio flauto la distanza tra il secondo e il terzo foro è doppia rispetta a quella tra il terzo e il quarto. Questo significa che la prima distanza rappresenta una nota completa e la distanza successiva una seminota. Fink dice: “Queste tre note…sono indubbiamente diatoniche e produrrebbero un suono quasi perfetto in qualunque tipo di scala diatonica standard, moderna o antica” rivelando così che gli uomini di Neandertal erano persone con orecchio musicale e conoscenza della musica.
Alcune altre coperte fossili dimostrano che i neandertaliani seppellivano i loro morti, si prendevano cura dei malati e usavano collane e simili ornamenti.
Un ago per cucire di 26.000 anni, che è stato dimostrato fosse usato degli uomini di Neandertal, fu trovato anch’esso durante scavi fossili. Quest’ago, fatto di osso, è straordinariamente diritto ed ha un foro per farci passare il filo. 169 Persone che indossavano abiti e sentivano il bisogno di un ago per cucire non possono essere considerate “primitive”.
La migliore ricerca sulle abilità degli uomini di Neandertal di costruire attrezzi e quella di Steven L. Kuhn and Mary C. Stiner, rispettivamente professori di antropologia e archeologia alla università di New Mexico. Sebbene questi due scienziati siano seguaci della teoria dell’evoluzione, il risultato delle loro ricerche archeologiche e delle loro analisi dimostrano che gli uomini di Neandertal vissuti sulla costa sud-occidentale d’Italia per migliaia di anni, svolgevano attività che richiedevano una capacità di pensiero tanto complessa quanto quella degli attuali esseri umani.
Kuhn e Stiner trovarono numerosi attrezzi in queste caverne. Le scoperte riguardarono attrezzi da taglio affilati e appuntiti, comprese punte di lancia, realizzate scheggiando attentamente gli strati ai bordi della selce. Realizzare bordi affilati di questo tipo scheggiando i bordi è senza dubbio un processo che richiede intelligenza e abilità. La ricerca ha dimostrato che uno dei problemi più importanti affrontati in quel processo è rappresentato dalle rotture che avvengono come risultato della pressione ai bordi delle pietre. Per questa ragione il soggetto che svolgeva questo processo deve giudicare attentamente quanta forza usare per tenere i bordi diritti e, se stava realizzando un attrezzo angolato, l’angolazione precisa dalla quale colpire.
Margaret Conkey dell’università della California, spiega che anche gli attrezzi realizzati in periodi precedenti agli uomini di Neandertal erano fatti da comunità di uomini intelligenti che erano pienamente consapevoli di quello che stavano facendo.
Se si guardano le cose che gli esseri umani arcaici facevano con le loro mani, nuclei Levallois e così via, non sono cose raffazzonate. Apprezzavano il materiale con cui lavoravano e comprendevano il loro mondo.
In breve, le scoperte scientifiche dimostrano che gli uomini di Neandertal erano una razza umana non diversa da noi per livello di intelligenza e destrezza. Questa razza scomparve dalla storia mescolandosi ad altre razze o estinguendosi in qualche maniera sconosciuta. Ma, certamente, non era “primitiva” o “mezza scimmia”.
L’Homo sapiens arcaico, l’Homo heidelbergensis e l’uomo di Cro-Magnon
Nell’immaginario schema evolutivo, l’Homo sapiens arcaico è l’ultima fase prima dell’uomo contemporaneo. In realtà gi evoluzionisti non hanno molto da dire su questi fossili perché ci sono solo piccolissime differenze tra questi e gli esseri umani dei giorni nostri. Alcuni ricercatori affermano persino che rappresentanti di questa razza vivono ancora oggi e indicano i nativi australiani come esempio. Come l’Homo sapiens (arcaico) anche i nativi australiani hanno l’arco sopraciliare prominente, la struttura mandibolare inclinata verso l’interno e una capacità cranica leggermente inferiore.
Il gruppo definito Homo heidelbergensis nella letteratura evoluzionista è in realtà lo stesso dell’Homo sapiens arcaico. Il motivo per il quale si usano due termini diversi per definire lo stesso tipo di razza umana è il disaccordo tra gli evoluzionisti. Tutti i fossili compresi sotto la classificazione Homo heidelbergensis suggeriscono che quelle persone erano anatomicamente molto simili agli europei vissuti 500.000 e anche 740.000 anni fa in Inghilterra e in Spagna.
Si stima che l’uomo di Cro-magnon sia vissuto 30.000 anni fa. Aveva il cranio a cupola e la fronte ampia. Il cranio di 1600 cc, è al di sopra della media di quello dell’uomo contemporaneo. La testa presentava spesse sporgenze sopraciliari e una sporgenza ossea sul retro che è caratteristica sia dell’uomo di Neandertal che dell’Homo erectus.
Sebbene l’uomo di Cro-magnon sia considerato una razza europea, la struttura e il volume del suo cranio somigliano molto a quelli di alcune razze che vivono oggi in Africa e ai tropici. Basandosi su questa somiglianza, si stima che l’uomo di Cro-magnon fosse una razza africana arcaica. Le scoperte di alcuni altri paleo-antropologi hanno dimostrato che le razze di Cro-magnon e di Neandertal si mescolarono e gettarono le basi per le razze di oggi.
Come risultato, nessuna di questi esseri umani erano “specie primitive”. Erano esseri umani diversi che vivevano nei tempi antichi e furono assimilati o si mescolarono con altre razze o si estinsero e scomparvero dalla storia.

Ricostruzioni ingannevoli
Anche se gli evoluzionisti non riescono a trovare prove scientifiche a sostegno delle loro teorie, riescono molto bene in una cosa: la propaganda. L’elemento più importante di questa propaganda è la pratica di creare falsi disegni noti come “ricostruzioni”.
La ricostruzione può essere spiegata come un disegno, una immagine o la costruzione di un modello di un essere vivente sulla base di un singolo osso – a volte solo un frammento – che è stato dissotterrato. Gli “uomini-scimmia” che vediamo in giornali, riviste e film sono tutte ricostruzioni.
Poiché i fossili sono di solito frammentati e incompleti, qualsiasi congettura che si basa su di essi può essere completamente speculativa. In realtà, le ricostruzioni (disegni o modelli) fatte dagli evoluzionisti sulla base dei resti fossili, sono preparati in modo speculativo proprio per dare validità alle tesi evolutive. David R. Pilbeam, un eminente antropologo di Harvard, sottolinea questo fatto quando dice: “Almeno in paleo-antropologia, i dati sono ancora così frammentari che la teoria influenza fortemente le interpretazioni. In passato, le teorie hanno chiaramente riflesso le nostre ideologie correnti piuttosto che i veri e propri dati”. Poiché la gente è molto influenzata dalle informazioni visive, queste ricostruzioni servono al meglio allo scopo degli evoluzionisti che è quello di convincere la gente che queste creature ricostruite esistevano realmente nel passato.
A questo punto dobbiamo sottolineare un aspetto particolare: Le ricostruzioni basate su resti ossei possono solo rivelare le caratteristiche più generali della creatura perché i reali tratti morfologici distintivi di qualsiasi animale sono i tessuti molli che scompaiono rapidamente dopo la morte. Quindi, a causa della natura speculativa dell’interpretazione dei tessuti molli, i disegni o i modelli ricostruiti dipendono totalmente dall’immaginazione della persona che li produce. Earnst A. Hooten dell’Harvard University, spiega la situazione in questo modo:
Tentare di ripristinare le parti molli è un’impresa ancora più rischiosa. Labbra, occhi, orecchie e punta del naso non lasciano alcun indizio sulle sottostanti parti ossee. Sul cranio di un Neandertaloide si possono modellare con uguale facilità le sembianze di uno scimpanzé o i lineamenti di un filosofo. Queste presunte restaurazioni di antichi tipi di uomini hanno poco o nessun valore scientifico e possono solo fuorviare il pubblico … Non bisogna fidarsi, quindi, delle ricostruzioni.
In realtà gli evoluzionisti inventano storie tanto pretestuose da attribuire persino volti differenti allo stesso cranio. Per esempio, i tre diversi disegni ricostruiti per il fossile detto Australopithecus robustus (Zinjanthropus), sono un famoso esempio di tale falsificazione.
La distorta interpretazione dei fossili e la completa fabbricazione di molte ricostruzioni immaginarie sono un’indicazione di quanto spesso gli evoluzionisti sono ricorsi ad inganni. Tuttavia questo sembra innocente in confronto alle deliberate falsità perpetrate nella storia dell’evoluzione.
Non c’è alcuna evidenza fossile a sostegno dell’immagine “uomo-scimmia” che viene incessantemente promulgata dai media e dai circoli accademici evoluzionisti. Con i pennelli in mano, gli evoluzionisti producono creature immaginarie; il fatto però che questi disegni non corrispondono ad alcun fossile costituisce per loro un grave problema. Uno dei metodi interessanti che usano per superare questo problema è “produrre” i fossili che non riescono a trovare. L’uomo di Piltdown, che è forse il maggiore scandalo nella storia della scienza, è un tipico esempio di questo metodo.
Il crollo dell’albero evolutivo
Quello su cui abbiamo indagato finora, forma un quadro chiaro: lo scenario della “evoluzione umana” è una completa finzione. Perché questo albero genealogico rappresenti la verità, dovrebbe esserci stata una graduale evoluzione da un antenato comune di esseri umani e scimmie e un reperto fossile di questo processo dovrebbe essere stato trovato. In realtà, però c’è un enorme divario tra scimmie e esseri umani. Strutture scheletriche, capacità cranica e criteri come il camminare eretti o inclinarsi nettamente in avanti distingue gli esseri umani dalle scimmie. (Abbiamo già detto che, sulla base di recenti ricerche svolte nel 1994 sull’orecchio interno, Australopithecus e Homo habilis furono riclassificati come scimmie, mentre l’Homo erectus fu riclassificato come un essere pienamente umano dei nostri giorni.
Un’altra significativa scoperta che dimostra che non c’erano relazioni genealogiche tra queste specie diverse è che specie che sono presentate come antenate una dell’altra in realtà vivevano contemporaneamente. Se, come affermano gli evoluzionisti, l’Australopithecus diventò Homo habilis che, a sua volta si trasformò in Homo erectus, i periodi in cui vissero avrebbero dovuto necessariamente seguire l’uno all’altro. Nei reperti fossili, però, non si è visto alcun ordine cronologico di questo tipo.
Secondo le stime degli evoluzionisti, l’Australopithecus visse da 4 milioni fino a 1 milione di anni fa. Le creature classificate come Homo habilis, d’altro canto, si pensa siano vissute fino a 1,7 – 1,9 milioni di anni fa. Si sa che l’Homo rudolfensis, che si dice sia stato più “avanzato” dell’Homo habilis, risale a 2,5 – 2,8 milioni di anni fa. Questo significa che l’Homo rudolfensis è di circa 1 milione di anni precedente dell’Homo habilis, che si suppone ne sia stato “antenato”. D’altro canto, l’età dell’Homo erectus risale a 1,6 – 1,8 milioni di anni fa, il che significa che l’ comparve sulla terra allo stesso tempo del suo cosiddetto antenato Homo habilis.
Alan Walker conferma questo fatto affermando che “ci sono prove dall’Africa orientale della tarda sopravvivenza di piccoli individui di Australopithecus che erano contemporanei prima dell’H. Habilis, poi dell’H. erectus.”. Louis Leakey ha trovato fossili di Australopithecus, Homo habilis e Homo erectus quasi accanto uno all’altro nella regione Olduvai Gorge in Tanzania, nello strato Bed II.
Non esiste assolutamente alcun albero genealogico di questo tipo. Stephen Jay Gould, paleontologo della Harvard University, spiega questo punto morto che sta di fronte all’evoluzione, pur essendo egli stesso un evoluzionista.
Che ne è della nostra scala se ci sono tre linee di ominidi coesistenti (A. africanus, il robusto australopitecini e l’H. habilis), nessuna chiaramente derivata l’una dall’altra? İnoltre, nessuna delle tre mostra alcuna tendenza evolutiva durante la permamenza sulla terra.
Quando passiamo dall’Homo erectus all’Homo sapiens, vediamo di nuovo che non c’è alcun albero genealogico di cui parlare. Ci sono prove che dimostrano che l’Homo erectus e l’Homo sapiens arcaico continuarono a vivere fino a 27.000 anni e anche fino a 10.000 anni prima dei nostri tempi. Nel Kow Swamp, in Australia, sono stati trovati alcuni crani di old Homo erectus di 13.000 anni. Sull’isola di Giava, furono trovati resti di Homo erectus di 27.000 anni.
Una delle scoperte più sorprendenti in questa area furono i fossili di Homo erectus, Neanderthal, e Homo sapiens di 30,000 anni trovati a Giava nel 1996. Il New York Times scrisse nel suo articolo di apertura: “Fino a un paio di decenni fa, gli scienziati concepivano la discendenza umana come una netta progressione di una specie verso la successiva e in genere si riteneva impossibile che due specie potessero essersi sovrapposte nello spazio o nel tempo”.
Questa scoperta rivela ancora una volta l’invalidità dello scenario dell’”albero evolutivo” riguardo l’origine dell’uomo.
COME DETTO ALL’INIZIO QUESTA NOTA NON VUOLE ESSERE PRO RELIGIONE (anzi la religione in quanto bugie è persino peggiore del darwinismo), MA UNA NOTA CHE VUOLE SMASCHERARE LE MENZOGNE CHE LE ISTITUZIONI CI PROPINANO.
-FINE-
Tratto da: morasta.it

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