Vogliono “colorare” il continente nero

Di Mauro Indelicato

Lo YALI è lo strumento che gli USA vogliono usare per spianare la strada alle 'primavere africane'; Cina ed intraprendenza dell'Unione Africana gli obiettivi primari da colpire in nome degli interessi economici e politici occidentali.
Il continente africano è sotto la lente di ingrandimento delle potenze mondiali più importanti; lo è sempre stato per la verità ed è sempre stato visto come quell’angolo di mondo da spremere per garantire la vita ad un sistema che, senza manodopera a basso costo (leggi anche ‘schiavi’) e senza le tante risorse che offre il continente nero, non potrebbe reggere. Prima la tratta degli schiavi, poi la fondazione delle colonie, poi la decolonizzazione che però ha dato vita a degli stati fantoccio senza identità nazionale e con i confini tracciati sulla mappa dagli occidentali; l’Africa da secoli ormai non vive più una propria storia ed il dramma in termini di guerre e povertà è sotto gli occhi di tutti. 
Qualsiasi tentativo di affrancamento dalle colonie, è stato via via represso e fatto fallire: l’assassinio di Thomas Sankara in Burkina Faso nel 1987 ne è una prova, ma anche la fine di Gheddafi coincisa con l’intenzione del colonnello di creare una moneta africana lascia parecchio pensare circa l’ennesima ‘manina’ occidentale che va ad impedire un sovrano sviluppo africano. Per non parlare poi della destabilizzazione degli unici due paesi del continente nero in grado di poter diventare importanti potenze in futuro: Nigeria e Sudafrica. Con i suoi 140 milioni di abitanti, la sua attività culturale molto frenetica ed una città come Lagos indicata non a torto come la ‘grande mela’ africana, la Nigeria era considerata come quella nazione che poteva trainare l’Africa verso un ruolo da protagonista in campo internazionale. Oggi però, proprio come in Siria e nel resto del medioriente (ed anche qui, lo zampino occidentale non è poi così lontano), la spina del terrorismo islamico alimenta odio, incomprensioni, distruzione e rischia di far crollare dalle fondamenta l’unità nazionale.
In Sudafrica invece, se da un lato si è consentita la fine dell’apartheid, dall’altro però il governo dell’African National Congress ha portato ad un aumento della povertà, mentre i conflitti etnici sono anche aumentati rispetto agli anni 80 e 90. Negli anni 2000 invece, un nuovo attore internazionale fa il suo ingresso sullo scacchiere africano: la Cina. Pechino però, non attua programmi di destabilizzazione o di guerre colonizzatrici; il nuovo leone asiatico, colonizza l’Africa a livello economico. Ne è un esempio l’Angola: dopo una drammatica e lunga guerra civile, il paese è stato praticamente costruito dalla Cina, che lo ha dotato di infrastrutture difficilmente riscontrabili in altri contesti africani. Ferrovie, autostrade, il lungomare moderno della capitale Luanda, perfino gli stadi che hanno ospitato la Coppa d’Africa del 2010, la Cina ha rimesso a nuovo tutto, anche se il prezzo per l’Angola non è stato certo poco salato. L’attività cinese da un lato, il dinamismo dell’Unione Africana ai tempi di Gheddafi dall’altro, hanno fatto sì che sull’Africa la scure occidentale assumesse le forme che il medioriente ha imparato a conoscere nei primi anni 2000: false primavere, divisioni religiose, ‘corridoi umanitari’ in Mali ed in Repubblica Centrafricana, con interventi dell’esercito francese che hanno portato le lancette di indietro agli anni 50.
USA ed occidente in generale, non vogliono lasciare l’Africa, anzi: il continente africano potrebbe essere soggetto nei prossimi anni a delle iniziative occidentali, che già in parte però si stanno attuando. La prova generale, è stata fatta nei mesi scorsi in Burkina Faso: deposto il presidente che uccise Sankara con un colpo di stato finanziato dall’Occidente, è stata messa al potere una giunta militare garante degli interessi francesi ed americani. Il tutto con una rivolta, non a caso, chiamata ‘primavera nera’; gente in piazza, persone aizzate contro il presidente in carica che, per qualche ragione, non garantiva più determinati interessi, assalti al parlamento ed infine la giunta militare che promette di riportare ordine. Ma esiste uno strumento, attivo dal 2010, preposto proprio a ‘colorare’ il continente nero: si chiama YALI, è l’organizzazione che riunisce i giovani governanti africani. Esiste anche un sito dello YALI, in cui si spiega come, tra le finalità, vi è la cooperazione tra il governo americano ed i governi africani (quelli considerati buoni) al fine di sviluppare programmi di democrazia. Detto in parole povere, è lo strumento con il quale gli USA tenteranno di instaurare decine di rivoluzioni colorate in giro per l’Africa contro governi rei di essere fin troppo vicini alla Cina da qualche anno a questa parte. La nuova lotta per la schiavizzazione dell’Africa, sarà fatta a colpi di proteste e rivolte, una metodologia purtroppo già vista all’opera nel mondo arabo e nell’est Europa.

Lo YALI farà in modo, da qui in avanti, di spianare la strada al governo americano per destabilizzare ulteriormente l’Africa. Ma non solo: esso appare, anche a livello meramente ideologico, come un qualcosa che testimonia l’estrema arroganza americana ed occidentale in generale. Ancora una volta, sono gli USA a decidere per gli altri popoli chi e come si deve governare: l’unico modo accettabile per non essere uno ‘Stato Canaglia’, è quello occidentale, tutto il resto verrà combattuto con l’addestramento di giovani leader africani in grado di aizzare le piazze delle capitali africane non simpatiche a Washington. Un obbrobrio politico che però, paradossalmente, testimonia anche la pochezza politica degli USA: arrivati in ritardo nella nuova corsa all’Africa, surclassati dalla Cina, adesso l’unico modo per recuperare terreno è quello di forzare la mano. L’incognita adesso, è vedere come sapranno reagire i popoli africani: crederanno di essere entrati dentro mille primavere o finalmente inizieranno a diffidare di chi li ha trascinati della povertà?Fonte: www.intellettualedissidente.it

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