20 Marzo 10 Anni Dopo...

"Abbiamo messo l'accento sulle armi di distruzione di massa per motivi burocratici. Erano la sola ragione che poteva mettere d'accordo tutti. Ma in realtà non è mai stata questa la motivazione principale della guerra."
Paul Wolfowitz


Nell'autunno del 2000, un anno prima dell'11 Settembre, un documento intitolato "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century" è stato pubblicato da un'organizzazione che si denomina il "Project for the New American Century" (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), conosciuto con l'acronimo di PNAC [3]. Questo istituto neo conservatore collegato alla Difesa ed ai servizi segreti, al partito repubblicano ed al potente "Council on Foreign Relations" [20], è costituito da membri o sostenitori delle Amministrazioni Reagan e Bush padre, alcuni dei quali sarebbero diventati figure centrali nell'Amministrazione di Bush figlio. Questo gruppo comprende Jeb Bush (fratello del Presidente degli Stati Uniti d'America George Walker Bush), Richard Armitage, John Bolton, Dick Cheney (Vice Presidente degli Stati Uniti), Paul Wolfowitz (Vice Segretario alla Difesa), Zalmay Khalilzad (strettamente legato a Paul Wolfowitz [4]), Lewis "Scooter" Libby (Capo dello staff di Cheney), Richard Perle, Donald Rumsfeld (Segretario alla Difesa) e James Woolsey. Libby (capo dello staff di Cheney) e Wolfowitz (vice di Rumsfeld) sono elencati tra coloro che hanno partecipato direttamente al progetto "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century". E' interessante notare che John Lehman, membro della "Commissione sull'11 Settembre", sia stato membro del PNAC o almeno si sia pubblicamente allineato con esso [5].


L'obbiettivo principale dell'organizzazione, costituitasi nella primavera del 1997, consiste nell'affermare ed estendere il più possibile la leadership americana nel mondo [6]; il documento indica che gli Usa progettano di essere coinvolti simultaneamente in diversi teatri di guerra, in differenti regioni del globo [20]. Il PNAC delinea una mappa per la conquista. Esso chiede l'"imposizione diretta di basi avanzate Usa in Asia centrale ed in Medio Oriente"
con il fine di assicurare il dominio economico del mondo, strangolando tutti i potenziali "rivali" od ogni possibile alternativa alla concezione americana di economia di "libero mercato" [21]. Nel documento viene evidenziato a più riprese che, tale processo di egemonia militare statunitense, sarebbe avvenuto molto più velocemente se un qualche "evento catastrofico e catalizzatore" si fosse abbattuto sugli USA [6]. Il piano del PNAC delinea come debba essere pianificata la propaganda di guerra. Un anno prima dell'11 Settembre 2001, si invoca apertamente ad un evento che potesse galvanizzare l'opinione pubblica degli Usa a sostegno dell'agenda di guerra [22]. Gli artefici del PNAC sembra abbiano anticipato con cinica precisione l'utilizzo, "come pretesto per una guerra", degli attentati dell'11 Settembre 2001. Il riferimento del PNAC ad "un evento catastrofico e catalizzante" fa eco ad una simile dichiarazione di David Rockefeller al Consiglio Economico delle Nazioni Unite del 1994: "siamo sull'orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la giusta grande crisi e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale.".
Simili le parole di Zbigniew Brzezinski nel suo libro "The Grand Chessboard" ("La Grande Scacchiera"): "[...] creare consenso in materia di politica estera potrebbe essere difficile, a meno che non si verifichi una minaccia esterna diretta veramente enorme ed ampiamente avvertita.". Zbigniew Brzezinski, che era Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter, è stato uno dei progettatori della rete di Al Qaeda, creata dalla CIA all'inizio della guerra sovietico-afgana (1979-1989) [20].

Eventi "catastrofici e catalizzanti", come quelli dichiarati dal PNAC, costituiscono, quindi, parte integrante della pianificazione militare e di intelligence; sono in molti a sostenere che la "militarizzazione delle Nazioni" nel mondo occidentale sia un'ipotesi già operativa e che attacchi terroristici che provocheranno numerose vittime da qualche parte nell'emisfero occidentale, metteranno in discussione la Costituzione dei principali Governi. Le risultanti crisi ed agitazioni sociali saranno strumentalizzate ed utilizzate con l'intento di realizzare importanti spostamenti nelle strutture politiche, sociali ed istituzionali, sino ad arrivare ad una vera e propria militarizzazione per evitare che altre stragi si possano ripetere [23].

Alla luce di quanto affermato nelle pagine del "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century", non ci si stupisce del fatto che personaggi di spicco dell'establishment statunitense come Donald Rumsfeld o Condoleeza Rice, all'indomani degli attentati dell'11 Settembre 2001, invoglino la gente a "pensare a come capitalizzare quest'opportunità fondamentalmente per cambiare [...] la faccia del mondo." [7], sottolineando come "gli eventi dell'11 Settembre 2001 hanno aperto nuove, vaste possibilità." [8]. Lo stesso Presidente George W. Bush ha dichiarato che gli attentati dell'11 Settembre hanno rappresentato "una grossa opportunità" per gli Stati Uniti [9]; Bob Woodward, giornalista del "Washington Post" e cronista presso la Casa Bianca, nel suo libro "Bush at War", cita le seguenti parole del Presidente degli Stati Uniti: "Questa è un'occasione eccellente. Dobbiamo considerarla un'opportunità." [24].

Un "evento catastrofico e catalizzatore" di tale portata, sarebbe servito anche per poter richiedere ai contribuenti americani un aumento considerevole di fondi per la realizzazione dello "scudo di difesa missilistica", conosciuto anche con il nome di "US Space Command" [10], realizzato con lo scopo di prevenire la capacità di altri paesi di scoraggiare gli Usa dal lanciare un primo attacco contro di loro [11]. Nel solo anno fiscale 2004, il Presidente George W. Bush ha firmato il bilancio della difesa stanziando fondi per 401,3 miliardi di dollari e prevedendo, fra l'altro, un aumento medio del 4,1 per cento della retribuzione dei militari.
A quegli oltre 400 miliardi di dollari vanno aggiunti i circa 87 miliardi stanziati per la guerra in Iraq e in Afghanistan e per la ricostruzione dei due Paesi e i 9,3 miliardi di una legge per la realizzazione d'installazioni militari. Si arriva così sulla soglia dei 500 miliardi, il che significa che le spese militari degli Stati Uniti sono confrontabili con il prodotto interno lordo di un Paese del G7, il Canada. E sono superiori al prodotto interno lordo globale della Russia [12].

Mentre lo "USA Patriot Act" (Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act), il "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century" e lo "Us Space Command" forniscono validi "moventi" per un'operazione di tipo "false flag" volta ad incrementare lo stanziamento di fondi per la difesa, la possibilità di presidiare e controllare la zona del Mar Caspio mette in evidenza risvolti economici legati allo sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere dell'Afghanistan.
Sia il presidente Bush che il vice presidente Cheney sono petrolieri. Entrambi provengono dall'industria petrolifera. Le carriere di tutti e due sono state modellate da interessi petroliferi. La loro fortuna politica è stata propagandata dalle lobby del petrolio. Il presidente Bush cominciò il suo percorso di uomo d'affari negli anni '80 in Texas, fondando una società di esplorazione petrolifera chiamata "Arbusto" [2]: nel 1984, si fuse con un'altra società di esplorazione petrolifera, dando vita alla "Spectrum 7". E Bush ne divenne il presidente.
Due anni dopo, decise di vendere la sua società alla "Harken Energy Company", per la quale già lavorava come consulente, entrando a far parte del Consiglio di Amministrazione. All'epoca la "Harken Energy Company" aveva interessi in Medio Oriente. Da parte sua, il Vice Presidente Cheney, prima del suo insediamento alla Casa Bianca, è stato presidente ed Amministratore Delegato della "Halliburton Company", uno dei maggiori fornitori al mondo di prodotti e servizi legati all'industria petrolifera ed energetica, che conduce affari in oltre 100 paesi.
Non c'è da stupirsi, infine, che nella campagna per le elezioni presidenziali del 2000, l'allora candidato repubblicano George W. Bush sia stato il beneficiario numero uno del denaro proveniente dall'industria energetica, riuscendo a raccogliere oltre 1,8 milioni di dollari in contributi, più di quanto qualunque altro candidato alla carica Federale abbia ricevuto negli ultimi dieci anni [13].

La "Halliburton", azienda fornitrice di prodotti e servizi alle compagnie petrolifere e del gas, è attiva come nessun'altra in regioni di crisi o dove sono in corso conflitti.
La compagnia si è guadagnata le prime pagine dei giornali in seguito ai legami con il Vice Presidente americano Dick Cheney. Dal 1995 al 2000 il Ministro della Difesa sotto George Bush Senior era direttore dell'azienda, prima di rientrare a Washington nel ruolo di vice di George Bush Junior [27], incarico che lo costringe a negoziare un pacchetto pensione che lo lascia pieno di azioni ed opzioni. In seguito ad alcune domande spiacevoli dei giornalisti, però, Cheney accetta di vendere parte dei suoi titoli "Halliburton", ricavandone un profitto di ben 18,5 milioni di dollari. Ma non vende tutto. Secondo il "Wall Street Journal", tiene 189.000 azioni "Halliburton" e 500.000 opzioni non investite quando sale alla vicepresidenza [82].
Il fatto che Cheney conservi una tale quantità di azioni "Halliburton" significa che, per tutto il suo mandato da Vice Presidente, ha raccolto milioni ogni anno in dividendi, e ha ricevuto anche risconti passivi dall'"Halliburton" nell'ordine dei 211.000 dollari l'anno: cifra più o meno equivalente al suo salario governativo. Quando lascerà l'incarico nel 2009, e potrà incassare tutte le sue partecipazioni nella "Halliburton", Cheney avrà l'opportunità di trarre straordinari profitti dalla grande ascesa delle fortune dell'azienda, le cui azioni sono salite dai 10 dollari di prima della guerra in Iraq a 41 dollari tre anni dopo. Un balzo del 300 per cento, grazie a una combinazione di aumento dei prezzi dell'energia e appalti in Iraq; due fattori, questi, che sono diretta conseguenza dell'impegno di Cheney nel trascinare il Paese in guerra con l'Iraq [83].

Come Ministro della Difesa, già nel 1992, Cheney aveva approvato lo stanziamento di 9 milioni di dollari per finanziare al consorzio uno studio su quali funzioni logistiche le forze armate avrebbero potuto affidare a società private [25]. Come segretario alla Difesa sotto Bush Senior, Cheney riduce il numero di truppe attive e aumenta notevolmente la dipendenza dagli appaltatori privati. Incarica "Kellogg Brown and Root" ("KBR"), divisione ingegneristica della multinazionale texana "Halliburton", di individuare funzioni svolte dalle truppe americane che avrebbero potuto essere svolte dal settore privato, con un profitto. Naturalmente la "Halliburton" ne individua moltissime, e ciò conduce ad un contratto nuovo di zecca con il Pentagono: il "LOGCAP" ("Logistics Civil Augmentation Program" - programma per l'incremento della partecipazione civile nel settore logistico). Il Pentagono, tristemente noto per i contratti multimiliardari con i costruttori d'armi, in questa circostanza stipula innovativi contratti in cui, ad essere pagate, non sono le forniture ai militari, ma le attività gestionali delle operazioni militari [84].
Alcune aziende - un gruppo ristretto - sono invitate a candidarsi per la fornitura di illimitato "supporto logistico" per le missioni militari americane: una descrizione estremamente vaga. Peraltro, il contratto non menziona una cifra in dollari; si assicura soltanto all'Azienda vincitrice che qualunque cosa avesse fatto per l'esercito, le spese sarebbero state coperte dal Pentagono, più un profitto garantito - noto come contratto cost plus. Questi sono gli ultimi giorni dell'Amministrazione Bush Senior, e l'Azienda vincitrice dell'appalto è non altri che la "Halliburton". Come ha fatto notare T. Christian Miller, del "Los Angeles Times", la "Halliburton" "ha battuto trentasei concorrenti per un contratto quinquennale: il che non sorprende, forse, essendo stata la stessa Azienda a elaborare i piani." [85].

Con tale accordo quinquennale per appalti su scala mondiale per i corpi ingegneristici dell'esercito, "Kellogg Brown and Root", affiliata di "Halliburton", negli anni in cui Cheney è stato in carica a Washington, ha ricevuto dal Governo contratti per un valore di almeno 3,8 miliardi di dollari.
Insieme al consorzio americano "Bechtel", "Halliburton" ha domato numerosi incendi sviluppatisi nei giacimenti petroliferi in fiamme durante la prima guerra del Golfo. Prima della seconda guerra del Golfo, su incarico dell'esercito, ha redatto uno studio su potenziali azioni di sabotaggio di giacimenti petroliferi. Il rapporto segreto è stato usato come base per un contratto di spegnimento e manutenzione che, senza alcuna firma, è stato assegnato alla "Kellogg Brown and Root", e il cui valore è stato stimato dal "New York Times" in sette miliardi di dollari per due anni [27].
In soli cinque anni alla "Halliburton", Cheney raddoppiò quasi la cifra che l'azienda riceveva dal Tesoro americano, da 1,2 a 2,3 miliardi di dollari, mentre aumentò di quindici volte l'ammontare dei prestiti federali e delle garanzie sul prestito [86]. E fu ricompensato lautamente per i suoi sforzi. Prima di diventare vicepresidente, Cheney "valeva tra i 18 e gli 81,9 milioni netti, dei quali tra 6 e 30 milioni erano in azioni della 'Halliburton Co.' [...]. In tutto, Cheney ha ricevuto circa 1.260.000 opzioni sull'acquisto di titoli, di cui 100.000 già utilizzate, 760.000 riscattabili e 166.667 che diventeranno valide il prossimo dicembre [2000]" [87].

La spinta all'espansione dell'economia di servizio verso il cuore del Governo era, per Cheney, un affare di famiglia. Nei tardi anni Novanta, mentre trasformava le basi militari in filiali della "Halliburton", sua moglie Lynne guadagnava stock options in aggiunta al suo salario come Membro del Consiglio d'Amministrazione della "Lockheed Martin", il più grande appaltatore mondiale nel settore della Difesa.
Gli anni trascorsi da Lynne nel cda, dal 1995 al 2001, coincidono con un periodo chiave di transizione per aziende come la "Lockheed" [88]. La Guerra fredda è finita, le spese per la difesa calano rapidamente, e queste aziende, i cui budget consistono quasi interamente in contratti con i Governi per gli armamenti, hanno bisogno di un nuovo modello di business. Alla "Lockheed Martin" e presso le altre aziende produttrici di armi emerge una strategia fondata sul perseguire aggressivamente un nuovo settore d'interesse: gestire il Governo, dietro pagamento.
A metà degli anni Novanta, la "Lockheed Martin" inizia a prendere il controllo delle divisioni informatiche del Governo americano, occupandosi dei sistemi computerizzati e di una cospicua fetta della elaborazione dei dati [89]. In gran parte sotto gli occhi dell'opinione pubblica, l'azienda si spinge così oltre che, nel 2004, il "New York Times" scrive: "La Lockheed Martin non governa gli Stati Uniti. Ma contribuisce a gestirne una parte straordinariamente grande [...]. Organizza la vostra posta e computa le vostre tasse. Firma gli assegni della sicurezza sociale e gestisce il censimento degli Stati Uniti. Organizza i voli spaziali e monitora il traffico aereo. Per fare tutto ciò, la Lockheed scrive più codice informatico della Microsoft" [90].
Un team di marito e moglie molto potente. Mentre Cheney spinge la "Halliburton" a prendere il controllo dell'infrastruttura bellica all'estero, Lynne aiuta la "Lockheed Martin" a controllare la gestione ordinaria del Governo in patria.

L'8 Marzo 2003, due settimane prima dell'inizio dei conflitti, la "Kellogg Brown and Root" ha ottenuto dall'esercito americano un contratto del valore di 490 milioni di dollari, inerenti alla ristrutturazione dei pozzi petroliferi alla fine della guerra [26]. "E questo è solo l'inizio. Con questa guerra, Halliburton si sta guadagnando il pane in maniera idiota e vergognosa.", ha affermato Pratap Chatterjee, dell'organizzazione "Corpwatch". "Oltre alle prime misure di emergenza, la continua manutenzione dell'industria petrolifera irachena potrebbe arrivare a costare 1,5 miliardi di dollari." [25]. Dalla fine del 2001 all'inizio di Aprile, la compagnia, secondo dati ufficiali, ha ricevuto dal Pentagono appalti per un valore di almeno 830 milioni di dollari: dalla costruzione e gestione di tendopoli ed insediamenti temporanei per i soldati americani in Afghanistan, Turchia, Kuwait, Georgia, Uzbekistan, Giordania e Gibuti, fino a un affare di 323 milioni di dollari per la costruzione e la gestione di una prigione destinata ad ospitare centinaia di detenuti sospettati di terrorismo nella baia di Guantanamo.

Nel Kuwait, dall'estate del 2002, almeno 1800 dipendenti della "Kellogg Brown and Root" sono occupati ad organizzare per le forze di occupazione americane recinti di filo spinato, alloggi, servizi di lavanderia, bar, fast food, campi di pallavolo ed altre amenità del genere. Alla base c'è il contratto di dieci anni, valido in tutto il Mondo, di nome "LOGCAP".
Ma non è tutto: Dick Cheney percepisce una pensione di circa un milione di dollari all'anno, elargita dal suo ex datore di lavoro. Nel suo Ministero si avvicendano anche numerosi nomi di punta dell'azienda e viceversa. "Halliburton è un modello di nepotismo di prima grandezza, al cui interno vige il principio 'una mano lava l'altra'.", afferma Pratap Chatterjee [25].
In Iraq, dopo la guerra, "Halliburton" è diventata uno dei nomi di punta per quanto riguarda l'esplorazione, l'estrazione e la manutenzione dei giacimenti petroliferi; è con la guerra in Iraq che il gigante del petrolio realizza il colpo grosso. Il Direttore Generale di "Halliburton", David Lesar, nel rapporto annuale del 2004 della Società con sede a Houston, Texas, scrive che il complesso petrolifero, nonostante molte difficoltà, è messo meglio che mai: "Mi piace ciò che vedo dalla mia scrivania.".
La "Halliburton", infatti, è riuscita a mettere in porto contratti per 7,1 miliardi di dollari, di cui 1,9 miliardi per il progetto "Restore Iraqi Oil" ("RIO"), appaltato ad "Halliburton" senza alcun concorso, evento che avrebbe fatto accusare la stessa azienda di corruzione e, successivamente, di una serie di imputazioni come quella di aver presentato all'esercito statunitense in Iraq conti esorbitanti per i rifornimenti; i pagamenti per razioni alimentari mai arrivate sul piatto dei soldati sarebbero finiti direttamente al Pentagono e la benzina ed il diesel per le truppe motorizzate sarebbero state importate dal Kuwait e maggiorate nel prezzo [36]. Senza dimenticare che "la Halliburton, attraverso le affiliate europee, vendeva componenti di ricambio all'industria petrolifera irachena, nonostante le sanzioni dell'ONU." [38]. Il giornalista Dan Briody, da anni attivo in ricerche sul complesso militare-industriale statunitense, evidenzia le continue contraddizioni nel comportamento di Dick Cheney, il quale "ha comandato la guerra contro l'Iraq come Ministro della Difesa, poi, come Direttore Generale della Halliburton, ha sostenuto la ricostruzione dell'industria petrolifera irachena per poi, come Vicepresidente americano, tornare all'attacco dell'Iraq. Il grado di cattiveria di Saddam Hussein dipende, evidentemente, dal lato del continuum economia-governo in cui ci si trovi in quel momento." [37].

Il 7 Ottobre 2001 George Bush decide di spedire i suoi soldati in guerra contro Bin Laden ed i suoi alleati, i talebani.
Il Presidente degli Stati Uniti d'America si fa vedere trenta minuti dopo l'inizio dei primi attacchi aerei sull'Afghanistan dalla "Treaty Room" della Casa Bianca e promette: "Non falliremo. La pace e la libertà saranno vincitrici.". L'operazione "Enduring Freedom" (Libertà Duratura) ha inizio 26 giorni dopo l'11 Settembre 2001 e vede gli Stati Uniti lavorare a stretto contatto con le truppe dell'"Alleanza del Nord", gli avversari afgani dei talebani.

Nei mesi seguenti, l'attenzione dei principali mass media inizia a focalizzarsi sull'Afghanistan e sullo strano regime dei talebani che, fino a quel momento, avevano governato il Paese. Iniziano quindi a venire alla luce alcuni affari relativi al petrolio che iniziano a causare non poco imbarazzo alla "Unocal", compagnia petrolifera californiana con sede a Sugarland, in Texas, paese di nascita del Presidente George Walker Bush [32]. Il 14 Settembre la "Unocal", messa alle strette, si vede costretta a diffondere un comunicato stampa dal titolo: "La presa di posizione dell'Unocal: la società non appoggia in nessun modo i talebani." [28].
Emergono alcuni retroscena riguardanti la Compagnia che, a metà del anni Novanta, si trova ad affrontare una forte crisi di identità. Nel 1994 la "Unocal" aveva perso 153 milioni di dollari e doveva trovare il modo di rientrare in attivo; il direttore dell'azienda decide, dunque, di giocare il tutto per tutto ed annuncia che la "Unocal" sarebbe diventata, in breve tempo, "La più grande azienda per le risorse energetiche del Mondo.".
La chiave per raggiungere questo imponente ed ambizioso traguardo era recarsi là dove nessuno osava mettere piede, "l'Afghanistan era il luogo giusto", scrive Steve Coll, giornalista del "Washington Post" nel suo libro sulla guerra in Afghanistan "Ghosts Wars" [29], per il quale, nel 2005, vince il premio Pulitzer. Si trattava di un'idea piuttosto ardita: il trono del presidente turkmeno Saparmurat Niyazov si trovava sopra un vero e proprio mare di petrolio, 32 miliardi di barili, e su enormi giacimenti di gas.
Egli non voleva utilizzare la rete di oleodotti russi, perché riteneva che non fosse possibile fare buoni affari con Mosca; un oleodotto che passasse per l'Iran non era pensabile, perché un simile progetto non avrebbe trovato l'approvazione americana. Al contrario, il progetto di un oleodotto che trasportasse petrolio e gas dall'Asia centrale senza attraversare i territori russi ed iraniani avrebbe trovato l'appoggio di Bill Clinton [32].
"La politica statunitense doveva affrettarsi ad appoggiare l'estrazione di riserve energetiche del Caspio [...]. Ci siamo mossi in questa direzione in particolare per accelerare il processo di indipendenza di queste regioni e per rompere il monopolio russo sul trasporto di greggio dalla Regione, ma anche per garantire all'Occidente, attraverso la diversificazione, un approvvigionamento energetico sicuro", dichiarò Sheila Heslin, esperta del settore energetico del "National Security Council" (Consiglio di Sicurezza Nazionale) della Casa Bianca [30].
La "Unocal" propone due itinerari, avrebbe trasportato petrolio e gas dai giacimenti del Turkmenistan sud-orientale al Pakistan, passando per l'Afghanistan occidentale e meridionale, facendo nascere, così, il consorzio "CentGas". I soci del nuovo gruppo firmano ad Ashgabat un contratto preliminare con Saparmurat Niyazov, che prevede la costruzione di un oleodotto per il petrolio e di uno destinato al gas, per un costo pianificato di 8 miliardi di dollari.

Nel 1995 Niyazov si reca a New York in occasione dell'anniversario della fondazione delle Nazioni Unite, per partecipare ai festeggiamenti nel quartiere generale dell'ONU, sull'East River, a Manhattan. Niyazov ritiene che la "Unocal" debba pubblicizzare l'oleodotto "CentGas" ed i suoi desideri sono esauditi da Henry Kissinger, il quale, in una sala per banchetti affittata per l'occasione, nel suo discorso, pone l'accento sul progetto "CentGas", "il trionfo della speranza sull'esperienza.".
I rapporti tra il Governo statunitense e Saparmurat Niyazov si fanno sempre più saldi, quindi la "Unocal" non si preoccupa più di tanto quando, nel 1998, i talebani prendono Kabul divenendo la forza dominante del Paese.
Secondo Richard Keller, direttore dell'"Unocal Pakistan Ltd.", la conquista di Kabul da parte dei talebani è da considerarsi, addirittura uno "sviluppo positivo." [32].

Uno dei primi passi di George Walker Bush da Presidente degli Stati Uniti d'America è incaricare il Vice Presidente Dick Cheney di redigere un piano d'azione per la politica energetica; piano pronto nel Maggio del 2001.
La relazione al Presidente, nella quale è evidenziata una grave crisi energetica, contiene anche un avviso: "Entro i prossimi vent'anni l'America sarà costretta a importare i due terzi del suo fabbisogno di greggio: di conseguenza si entrerà in una fase di forte dipendenza da potenze straniere, che non avranno necessariamente in testa gli interessi americani." [33].
Il rapporto accenna anche alcuni suggerimenti rispetto alla direzione da prendere e, nell'ottavo capitolo, la Casa Bianca viene invitata "nel campo della politica estera e dei rapporti commerciali con l'estero, a dare priorità alla sicurezza nell'approvvigionamento energetico" e ad incoraggiare gli Stati come quelli del Golfo ad aprire i propri settori energetici ad "investimenti privati". Nel rapporto alla Casa Bianca l'Iraq non viene mai menzionato, ma in un discorso tenuto a Nashville, Tennessee, il Vicepresidente degli Stati Uniti d'America, nonché, è bene ricordarlo, ex Direttore della "Halliburton", Dick Cheney, parla apertamente dell'Iraq e di Saddam Hussein, sottolineando in particolare il pericolo che quest'ultimo possa aspirare nuovamente ad una posizione di egemonia nel golfo e dunque abbia l'ambizione di "prendere sotto il proprio controllo buona parte delle riserve energetiche mondiali" [34].

La rivista "The New Yorker" è una delle poche a sottolineare un fatto interessante ma, stranamente, passato inosservato: "Il discorso di Cheney è stata una delle ultime occasioni nel corso della quale un membro dell'Amministrazione Bush ha ammesso un legame tra politica energetica e politica di sicurezza. In seguito le dichiarazioni si sono accordate a quella del Ministro della Difesa Donald Rumsfeld, secondo cui la decisione di far capitolare Saddam non 'aveva nulla a che vedere con il petrolio, assolutamente nulla'." [35].

Ma se non il petrolio, quali sono state allora le ragioni di questa guerra? Le argomentazioni americane sostengono prima l'importanza del disarmo di Saddam Hussein e dell'annientamento del suo arsenale di armi per la distruzione di massa, per passare poi alla necessità di un cambiamento di regime, quando appare evidente che nel Paese non c'è traccia di un simile armamento. In seguito, l'attenzione dell'opinione pubblica viene dirottata in quella che, con l'emanazione di provvedimenti che calpestano di fatto tutti i principi base del diritto internazionale e della libertà individuale, quali lo "USA Patriot Act", a tutti gli effetti diviene una vera e propria "guerra al terrore".

Prima della Guerra, all'interno dell'Amministrazione americana si combatte un'altra guerra, la "War behind Closed Doors" [39], la "guerra di gabinetto".
All'interno dell'Amministrazione conservatrice di George Walker Bush, tre scuole di pensiero litigano tra loro. L'allora Vice Ministro della Difesa Paul Wolfowitz ed i neo-conservatori ritengono che l'America sarebbe stata al sicuro solo quando il resto del mondo fosse diventato uguale a lei. L'apertura dei mercati di questo resto del mondo alle merci americane e la possibilità di sfruttare le materie prime locali da parte di società americane è un piacevole beneficio collaterale di questa strategia. Questo gruppo, dunque, promuove l'invio in Iraq di un potente esercito a cui sarebbero seguiti generosi programmi di ricostruzione, secondo l'esempio del "Piano Marshall".
Gli assertive nationalists, ovvero i "nazionalisti dichiarati", come il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld ed il Vice Presidente Dick Cheney, non condividono questa visione ambiziosa e dispendiosa dal punto di vista economico: per servire al meglio gli interessi della sicurezza americana era necessario eliminare i potenziali fattori di pericolo. Per i nazionalisti dichiarati l'obiettivo di un intervento americano in Iraq non è tanto la creazione di un paradiso democratico, l'interesse di questo gruppo per un processo di democratizzazione in Iraq dopo la terza Guerra del Golfo era altrettanto scarso di quello di democratizzazione del Kuwait dopo la seconda Guerra del Golfo [40]. A Cheney, Rumsfeld e compagnia stavano a cuore soprattutto i vantaggi immediati che l'America avrebbe potuto ricavare da una guerra in Iraq: la creazione di importanti basi militari nella Regione, dalle quali, nel peggiore dei casi, intervenire nei paesi ricchi di petrolio quali Arabia Saudita e Kuwait e la possibilità di minacciare l'Iran, dove il petrolio è altrettanto abbondante.
Il terzo grupo è quello degli "internazionalisti", "nazionalisti realisti", "realisti conservatori" o come si voglia chiamare gente come Colin Powell o Condoleezza Rice, secondo cui l'impiego della violenza è giustificato solo di fronte ad una monaccia diretta degli interessi americani. Questo gruppo vuole dare al mondo intero una giustificazione morale della guerra, aspirando ad una legittimazione internazionale. Ecco spiegate anche le ragioni dell'entrata in scena di Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 5 Febbraio 2003.

La guerra dietro le porte del gabinetto è vinta, come noto, dall'alleanza tra neocons e nazionalisti dichiarati: hanno inizio i bombardamenti e l'invasione dell'Iraq.

Karl Marx, dopo il colpo di Stato del nipote di Napoleone Bonaparte del 1851, nota, in relazione con il golpe di Napoleone del 1799, che tutti i grandi avvenimenti della storia "avvengono, per così dire, due volte [...]. La prima come tragedia, la seconda come farsa." [41]. Per quanto ci riguarda, siamo arrivati al tempo della farsa, "il disarmo dell'Iraq", la "liberazione del popolo iracheno" e la "difesa del mondo contro un serio pericolo", come tiene a sottolineare in televisione il presidente Bush poco dopo l'inizio della guerra.
Thomas Kleine-Brockhoff, corrispondente di "Die Zeit" a Washington, dichiara che, sebbene inizialmente fossero divisi sul da farsi, "rispetto alla questione del dopoguerra sono tutti uniti, nè i neocons, nè gli assertive nationalists e nemmeno gli 'internazionalisti' credono alla tesi del Nation Building." [42].

L'esercito americano piazza un paio di carri armati M-1-Abrams di fronte al palazzone di cemento di 10 piani sede del Ministero del petrolio, che si trova un paio di chilometri fuori dal centro di Baghdad. L'Air Force statunitense evita opportunamente di bombardare l'edificio, come era avvenuto con il Ministero della Pianificazione ed ai soldati è dato ordine di evitare i saccheggi, autorizzati, invece, negli ospedali, nei musei e nella biblioteca nazionale. L'edificio racchiude infatti la chiave del principale tesoro della nazione: mappe dei giacimenti petroliferi, dati sugli oleodotti, contratti. Dopo la Guerra, come nel 1991, gli americani sperano di poter finanziare il conflitto utilizzando i proventi iracheni dal petrolio. Le società amercane "Halliburton", la sua consociata "Kellogg Brown and Root", la "Bechtel" e tutte le altre, ottengono gli appalti, l'Iraq paga [43].
Come disse anni fa il Generale William Looney, a capo delle forze anglo americane che volano sopra l'Iraq quasi tutti i giorni: "Se accendono i loro radar noi faremo saltare in aria i loro fottuti missili. Lo sanno che possediamo il loro paese e il loro spazio aereo... Siamo noi che dettiamo il loro modo di vivere e di parlare, e questo è ciò che al momento c'è di grandioso parlando dell'America. E' una cosa buona, specialmente visto che lì c'è un sacco di petrolio di cui abbiamo bisogno." [44].

Se ci fosse qualche motivo per essere sospettosi delle vere intenzioni della Casa Bianca in merito all'Iraq, certamente il fatto che il vicepresidente Cheney abbia tenuto segreti incontri di governo a porte chiuse con i leader dell'industria energetica dovrebbe almeno far sollevare il sopracciglio a qualche appartenente al mondo dei media: perchè quei meeting sono avvenuti immediatamente dopo aver ricevuto il suo incarico; sono stati fatti allo scopo di progettare le future iniziative dell'America nel campo dell'energia. E poi, nonostante i continui sforzi dei membri del Congresso di rendere pubblici quegli atti, Cheney si è sempre rifiutato di rilasciare i verbali delle discussioni, oltre ai nomi dei partecipanti e delle società [13].

Dopo l'11 Settembre 2001, sono in molti i "teorici del complotto" che arrivano a supporre che la guerra in Afghanistan si tratti di un'operazione di tipo "false flag", pianificata dallo stesso Governo statunitense ben prima dell'11 Settembre 2001, che trova nella realizzazione dell'oleodotto uno dei motivi principali per la realizzazione di un auto-attentato di simili proporzioni. Il libro uscito in Francia il 14 Novembre 2001, due mesi dopo gli attentati, intitolato "Ben Laden: La vérité interdite" [31], suscita, con simili sospetti, l'interesse del pubblico.

Note e fonti:
[3] "The Sorrows of Empire", di Johnson, 178
[4] Lehman, che fu segretario della marina durante due amministrazioni Reagan firmò la lettera dello PNAC "Letter to President Bush on the War on Terrorism", 20 Settembre 2001 (www.newamericancenturty.org)
[5] "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century", PNAC, 51
[6] Washington Post, 27 gennaio 2002
[7] The National Security Strategy of the United States of America, Settembre 2002 (disponibile su www.whitehouse.gov)
[8] L'unica affermazione da me trovata che vi si avvicina è quella della Commissione per cui "il Presidente notò che gli attacchi fornivano una grossa opportunità per coinvolgere Russia e Cina", 330
[9] "Secretary Rumsfeld Interview with the New York Times", New York Times, 12 ottobre 2001. Per l'affermazione della Rice vedi Chalmers Johnson, "The Sorrows of Empire: Militarism", Secrecy, and the End of the Republic (New York: Henry Hold, 2004), 229
[10] Per un breve sommario di questo progetto si veda Grossman, Weapons in Space
[11] Paul O'Neill, il primo Segretario del Tesoro nell'amministrazione Bush-Cheney riferisce che un memorandum scritto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, membro del PNAC, afferma che minacce alla sicurezza Usa vengono create dal fatto che poteri regionali ostili agli Stati Uniti si stavano "armando per dissuaderci". Vedi Ron Suskind, The Price of Loyalty: George W. Bush, the White House, and the Education of Paul O'Neill (New York: Simon and Schuster, 2004), 81
[12] Bush firma il bilancio della difesa per la guerra quasi 500 miliardi, tratto da "La Repubblica" del 24 novembre 2003
[13] "Operazione oro nero", di Jeremy Rifkin - tratto da www.disinformazione.it del 14/11/2002
[20] "Guerre per il dominio globale - Progetto per un nuovo secolo americano", di Michel Chossudovsky, scritto per "Tutto quello che sai è falso 2 - Secondo manuale dei segreti e delle bugie", a cura di Russ Kick, 193, 194
[21] Chris Floyd, Bush's Crusade for empire, Global Outlook, No. 6, 2003
[22] Tratto da Global Research
[23] General Tommy Franks calls for Repeal of US Constitution, November 2003, tratto da Global Research
[24] "Bush at War", di Bob Woodward, Edizioni Simon and Schuster
[25] "Von Boston bis Bagdad", in "Brand Eins", Marzo 2003
[26] Tratto da www.derstandard.at
[27] "Il libro nero del petrolio - Una storia di avidità, guerra, potere e denaro", di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 264, 265
[28] Comunicato stampa disponibile sul sito della Compagnia www.unocal.com
[29] "Ghosts Wars - The Secret History of the CIA, Afghanistan and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September, 10, 2001", di Steve Coll, Editore Penguin Books
[30] "Talebani. Islam, petrolio e il grande scontro in Asia centrale", di Ahmed Rashid, Editore Feltrinelli
[31] "Ben Laden: La vérité interdite", di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, Editore Denoel
[32] "Il libro nero del petrolio - Una storia di avidità, guerra, potere e denaro", di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 82-85
[33] "National Energy Policy - Report of the National Energy Policy Development Group", testo integrale disponibile sul sito www.whitehouse.gov
[34] "Il libro nero del petrolio - Una storia di avidità, guerra, potere e denaro", di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 91
[35] "Beneath the Sand - Can a Shattered Country Be Rebuilt With Oil?", "The New Yorker", 14 Luglio 2003, di John Cassidy, disponibile online all'indirizzo www.newyorker.com
[36] "Houston, we still have a Problem - An Alternative Annual Report on Halliburton", Corpwatch, Maggio 2005, tratto da www.halliburton.org e www.warprofiteers.com
[37] "The Halliburton Agenda - The Politics of Oil and Money", di Dan Briody, Hoboken, New Jersey, Wiley and Sons, 2003
[38] "Cheney Led Halliburton to Feast at Federal Trough", Royce, Knut e Nathaniel Heller, Public i (Center for Public Integrity), 2 Agosto 2000
[39] "The War behind Closed Doors. The People, the Clashes - and Ultimately the Grand Strategy behind George W. Bush's Determination to Go to War with Iraq", PBS, tratto da www.pbs.org
[40] Le donne del Kuwait ottengono il diritto al voto. Con 14 anni di ritardo dalla fine della Guerra del Golfo del 1991, le donne dell'emirato hanno ottenuto il 16 Maggio 2005 il diritto al voto
[41] "Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte", di Karl Marx, in Karl Marx - Friedrich Engels, "Opere complete", volume 1, Roma, Editori Riuniti, 1991, 105
[42] Intervista telefonica di Thomas Seifert a Thomas Kleine-Brockhoff, 24 Maggio 2005
[43] "Il libro nero del petrolio - Una storia di avidità, guerra, potere e denaro", di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 86-89
[44] "Guerra al terrorismo, l'ultima menzogna della propaganda", di William Blum, scritto per "Tutto quello che sai è falso 2 - Secondo manuale dei segreti e delle bugie", a cura di Russ Kick, 20
[82] Cassell Bryan-Low, "Cheney Cashed in Halliburton Options Worth $35 Million", "Wall Street Journal", 20 Settembre 2000
[83] Ken Herman, "Cheneys Earn $88 Million to Bushes, $735.000", "Austin American-Statesman", 15 Aprile 2006; "Investor Relations", "Historical Price Lookup", www.halliburton.com
[84] "Blood Money: Wasted Billions, Lost Lives and Corporate Greed in Iraq", di T. Christian Miller, Little, Brown and Company Editore, 77-79
[85] "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri", di Naomi Klein, Rizzoli Editore, 332
[86] "Bush Agenda: Invading the World, One Economy at a Time", di Antonia Juhasz, Regan Books, New York 2006, 120
[87] Jonathan D. Salant, "Cheney: I'll Forfait Options", "Associated Press", 1 Settembre 2000
[88] "Lynne Cheney Resings from Lockheed Martin Board", "Dow Jones News Service", 5 Gennaio 2001
[89] "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri", di Naomi Klein, Rizzoli Editore, 334
[90] Tim Weiner, "Lockheed and the Future of Warfare", "New York Times", 28 Novembre 2004. Nota a piè di pagina: "City Looks at County's Outsurcing as Blueprint", di Jeff Mcdonald, "San Diego Union-Tribune", 23 Luglio 2006

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