L'uomo che uccise Kennedy

Quando si parla dei “grandi complotti” (caso Kennedy, missioni lunari, 11 settembre, ecc.), capita spesso di sentire i difensori delle versioni ufficiali che propongono questo argomento: “Per fare una cospirazione del genere dovrebbero venire coinvolte migliaia di persone, per cui è impossibile che prima o poi qualcuno di loro non parli”.

Questa argomentazione ovviamente è fallace, e per più di un motivo: prima di tutto, l’idea che sia necessario coinvolgere “migliaia di persone” nel complotto sta solo nella testa di chi propone questo ragionamento. In realtà è vero l’opposto, poiché grazie alla rigida compartimentazione che contraddistingue da tempo la CIA ed altri servizi segreti nel mondo, basta un numero minimo di persone, collocate nei punti-chiave della struttura gerarchica, per tenere sotto controllo la preparazione, l’esecuzione e soprattutto l’esito delle indagini, che naturalmente dovranno giungere alla conclusione già decisa in partenza. In secondo luogo, le persone che usano questa argomentazione si dimenticano regolarmente di spiegare perché mai una qualunque delle persone coinvolte nel complotto dovrebbe sentire ad un certo punto un irrefrenabile desiderio di confessare tutto e di finire al più presto sulla sedia elettrica.

Casomai, se proprio uno vuole levarsi un peso dalla coscienza, lo fa quando è in fin di vita, o quando comunque non ha più niente da perdere. Ma la cosa più curiosa è che anche quando questo accade, i difensori della versione ufficiale preferiscono ignorarli.

Pensate, l’uomo che ha ucciso Kennedy ha un nome e un cognome (si trova attualmente in prigione, per fatti non correlati), ed ha confessato il suo gesto davanti alle telecamere oltre dieci anni fa. Ma il mondo non vuole saperlo.




Nel suo racconto James Files ha fornito un tale numero di particolari, che vengono pienamente corroborati da altri testimoni, da rendere praticamente impossibile sostenere che sia un mitomane che si è inventato tutto. Nonostante questo, tutti i grandi network americani si sono rifiutati di mettere in onda la sua confessione, inventandosi le scuse più ridicole pur di sostenere che Files “non fosse un personaggio affidabile”.

Perché una cosa è dire che “molto probabilmente Kennedy fu ucciso da un complotto”, ben altra è doverlo riconoscere ed affermare in modo definitivo. Nel primo caso si lascia la gente libera di sospettare, ma la facciata rimane comunque intatta. Nel secondo invece bisognerebbe riaprire il processo, ammettendo nel contempo che le istituzioni del più potente e “democratico” paese del mondo ci hanno mentito spudoratamente per quasi 50 anni.

E questo ovviamente non può accadere, perché "se ci hanno mentito allora…"

Massimo Mazzucco

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